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Attualità, editoriale

Progetto ex Italgas: non è bello prendere per i fondelli i concittadini

Le vicende dell’area Italgas in via Trieste a Chiavari e del progetto di edificazione di due palazzi di sette piani per oltre 12.000 metri cubi ha raggiunto negli ultimi giorni livelli surreali. 

Come definire altrimenti l’atteggiamento dell’Amministrazione Comunale che finalmente, dopo mesi di latitanza, ha ricevuto i residenti della zona costituitisi in comitato per opporsi alla cementificazione provocata dalle scelte urbanistiche dell’Amministrazione stessa e, a sorpresa, si è dichiarata completamente d’accordo con i cittadini del comitato? 

Ricordiamo ai lettori, per chiarezza, le tappe essenziali di questa vicenda. 

Il PUC proposto dall’Amministrazione Levaggi (cui mancava solo l’ultimo passaggio per diventare esecutivo) non prevedeva alcuna cementificazione di quell’area, al tempo tutta in zona rossa, ma parcheggi e verde pubblico. 

L’Amministrazione Di Capua, dopo un’inerzia in materia urbanistica durata più di un anno e mezzo dal suo insediamento, ha deciso che il PUC di Levaggi così com’era non andava bene, e vi ha introdotto alcune importanti modifiche, riaprendo una lunga fase procedurale fatta di osservazioni dei cittadini (che sono pervenute copiose e sulle quali il Comune non si è ancora ufficialmente espresso), di un ulteriore passaggio in Regione, da cui potrebbero scaturire nuove modifiche, con un allungamento che potrebbe durare anni.

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L’annus mirabilis della Virtus Entella

La stagione sportiva appena conclusa sarà ricordata come la più gloriosa nella storia dell’Entella:

vittoria del campionato di serie C e ritorno immediato in serie B (dove l’Entella aveva militato nei quattro campionati precedenti 2014/2015, 2015/2016, 2016/2017, 2017/2018);
vittoria del campionato nazionale Berretti con la conquista del terzo scudetto nella storia del Club;
vittoria della Supercoppa Berretti;
ottavi di finali di Coppa Italia con la prima squadra contro la Roma all’Olimpico dopo aver battuto il Genoa a Marassi nei sedicesimi. 
E pensare che la stagione era iniziata drammaticamente. Dopo la retrocessione si era aperto lo scandalo di una sentenza del Collegio di Garanzia del Coni (massimo organo della giustizia sportiva) che riammetteva l’Entella in B retrocedendo il Cesena per gravissime irregolarità di bilancio, sentenza che incredibilmente non veniva attuata né dalla Federcalcio (allora retta dal Commissario Fabbricini) né dalla Lega B. Ciò provocava un enorme ritardo nell’avvio del campionato dell’Entella che fino agli inizi di novembre veniva tenuta ‘in sonno’ senza sapere a quale campionato partecipare. Alla ripresa, finalmente e ingiustamente decretata in serie C, si diffondeva in tutto l’ambiente entelliano e in città un grande senso di frustrazione e di sopruso e la convinzione che ‘poteri forti’ e camarille romane avessero gravemente penalizzato il club calcistico di Chiavari.

Come ha fatto l’Entella a uscire da una situazione così penosa e difficile e a ritornare in breve tempo a successi così importanti?

Quali sono gli ingredienti e la formula che consente a questo piccolo club di provincia, pluricentenario (l’Entella nasce nel lontano 1914), che senza false modestie definisce se stesso ‘més que un club’ (alla catalana), di stare sulla scena da anni nel calcio che conta e a essere considerato una dei più virtuosi club italiani?

Ci sono molte cose che possono spiegare il caso Entella, prima fra tutte il fatto che il club rappresenta e identifica in maniera viscerale un’intera comunità rappresentata dalla città di Chiavari e dal suo entroterra.

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L’analisi scomoda di Federico Rampini

La serata del Festival della Parola con Federico Rampini e l’anteprima del suo spettacolo, ‘Quando inizia la nostra storia’, tratto dal suo omonimo libro e che girerà l’Italia nei prossimi mesi, è stata un grande successo. 

Successo di pubblico, innanzitutto: posti a sedere esauriti, moltissimi in piedi ai lati della tensostruttura montata sul sagrato della cattedrale di Chiavari. Ma, soprattutto, successo di contenuti. Il messaggio dello spettacolo ha centrato in pieno l’obiettivo di far riflettere gli spettatori e di proporre loro una lettura della realtà e delle vicende che viviamo in chiave fondamentalmente storica, alla ricerca degli antefatti, e non convenzionale. 

Un messaggio importante soprattutto per quell’area di cultura ed intellettualità di sinistra da cui Rampini proviene, e che troppo spesso resta ancorato a certezze e a verità ‘teologali’ che non spiegano più nulla dell’oggi e che dinanzi al distacco sempre più evidente con vastissimi strati della popolazione e all’incapacità di comprendere la realtà invocano il destino cinico e baro. 

Molte le questioni scomode sollevate da Rampini nella sua ora e mezza di monologo. 

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In bocca al lupo, Europa!

Il voto di domenica scorsa era un voto sull’Europa. 

Si chiedeva in sostanza ai cittadini europei se era il caso di confermare un’idea, una visione politica e culturale che, per la prima volta dopo più di 700 anni ne aveva garantiti 70 senza guerre, oppure se si dovesse abbandonare quella visione e ritornare ai nazionalismi, agli steccati, alle identità etniche e religiose, ai populismi di varia natura che erano stati agitati, praticamente in tutte le nazioni, dalle forze politiche del cosiddetto fronte sovranista. 

La risposta è stata chiara e inequivoca. Nonostante il forte arretramento dei popolari e dei socialisti che negli ultimi 30 anni hanno guidato le istituzioni europee, e nonostante la grande vittoria leghista in Italia e il voto importante dei francesi per il Rassemblement National di Marine Le Pen, lo sfondamento sovranista non c’è stato e nel nuovo Parlamento Europeo c’è una larga maggioranza di ispirazione europeista. 

Certo è una maggioranza diversa e più articolata rispetto al passato, e per il momento non è ancora politica. Una maggioranza che avrà bisogno dei verdi, largamente votati dalle giovani generazioni e con una visione diversa ed innovativa, specie in Germania dove ha avuto il più grande successo, rispetto alle rigidità opprimenti dell’austerità e del fiscal compact.  Una maggioranza che avrà bisogno dei liberali dell’ALDE, importanti perché sono l’esempio di un’area moderata che mai ha avuto tentazioni sovraniste e populiste. 

Ecco, il tema oggi è tutto qui. I cittadini hanno dato il segnale fondamentale, ma il più grave errore che il vasto partito europeista non deve assolutamente fare è pensare che nulla sia cambiato e che tutto possa continuare come prima, affidando i destini d’Europa ad una burocrazia guardiana tecnicista ed elitaria e ad un’impostazione tutta giocata sugli equilibri finanziari e di bilancio. 

Il tema vero è che vastissimi strati di popolazione europea hanno dato segni di ansia, di sofferenza, di rabbia e di paura.  E questi sentimenti così diffusi derivano fondamentalmente dalla gravità delle diseguaglianze: diseguaglianza tra chi il lavoro ce l’ha e chi non ce l’ha, diseguaglianze crescenti di reddito, violenta crescita delle diseguaglianze di ricchezza, gravi divari territoriali nell’accesso ai servizi fondamentali tra cittadini delle periferie o delle aree rurali e cittadini dei centri metropolitani, nuove fasce marginali di popolazione, quelle delle aree interne più fragili, gli operai, gli insegnanti. 

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Europee, serve un voto contro i nazionalismi risorgenti per non ritornare nel passato

Se si colloca nel 1214 il primo grande conflitto tra monarchie nazionali (francese e inglese) che anticipa in qualche modo la guerra dei 100 anni iniziata nel 1337 tra Filippo Augusto re di Francia e il re inglese Giovanni Senza Terra, si può dire che l’Europa e le sue nazioni sono state perennemente in guerra tra loro per più di settecento anni consecutivi. 

Centinaia di milioni di morti, distruzioni, carestie, deportazioni hanno caratterizzato secoli e secoli di storia europea fino all’immane disastro della seconda guerra mondiale, figlia dei nazionalismi, del fascismo e del nazismo che culminò con la mostruosità della Shoah. 

Contro questa storia di guerre, di morti e di lutti, culminati nella seconda guerra mondiale, e in reazione ai nazionalismi e alle tendenze reazionarie e fasciste che l’avevano provocata, nel secondo dopoguerra nacque l’idea di Europa. 

Questa idea si è sviluppata negli ultimi 70 anni con una serie di tappe e di atti importanti: prima venne la Comunità del Carbone e dell’Acciaio (CECA), nel 1951, poi nel 1957 il Trattato di Roma per la nascita del Mercato Comune Europeo (MEC), l’allargamento degli Stati membri dai 6 fondatori ai 27 attuali che continua dal 1973, poi nel 1979 la prima elezione del Parlamento Europeo, il trattato di Maastricht con la nascita dell’Unione Europea nel 1993, la nascita dell’euro nel 2002. 

La cosa più straordinaria di questo periodo è il confronto con i 700 anni precedenti: gli ultimi 70 anni passano senza guerre e senza lutti, se si fa eccezione per la tragedia jugoslava. 

Ci si può lamentare di molte cose che non hanno funzionato, specie nell’ultimo periodo, e che vanno corrette e riformate pena la fine dell’esperienza europea, ma non si può disconoscere l’enorme verità della conquista della pace, ottenuta perché, grazie all’Europa, i nazionalismi e le tendenze reazionarie che li hanno sempre sostenuti si erano sopiti fino a (quasi) scomparire nella costruzione della casa comune. 

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Venezuela, viaggio dentro al cuore di un regime ‘castro-fascista’

Sabato 18 maggio nei locali di Wylab in via Davide Gagliardo 7 inizia, con un evento dedicato alla tragica situazione del Venezuela, un ciclo di incontri sull’America Latina organizzati da ‘Piazza Levante’. L’iniziativa nasce dall’idea di tenere vivi i legami tra Chiavari e il levante genovese e il continente sudamericano, terra di emigrazione di moltissimi liguri intorno alla metà dell’Ottocento e nel primo Novecento. Riteniamo che questa pagina di storia non vada mai dimenticata, così come non devono essere abbandonati i rapporti culturali, sociali ed economici con la comunità di italiani all’estero che costituiscono non solo un presidio di affetti e sentimenti ma anche una straordinaria opportunità di apertura e di internazionalizzazione della nostra regione. Si parte con la vicenda del Venezuela che merita oggi particolare attenzione. Ci troviamo di fronte a una dittatura, che ‘Piazza Levante’ ha già definito ‘castro-fascista’, che incredibilmente ha ridotto alla fame il Paese con le più vaste risorse petrolifere del mondo. Negli ultimi anni quasi tre milioni di venezuelani su una popolazione totale di 32 milioni sono fuggiti, soprattutto verso la Colombia, per cercare di sopravvivere alla miseria, alla repressione, alla violenza perpetrata da un regime corrotto fino al midollo che si appoggia a militari anch’essi corrotti. Di questo la comunità internazionale non deve smettere di parlare, e noi, nel contesto chiavarese, vogliamo dare il nostro contributo. E ce n’è bisogno, se si pensa che l’Italia, per la contrarietà del M5S e diversamente da tutti i grandi paesi europei, da Francia a Germania, da Spagna a Inghilterra, si è rifiutata di riconoscere Juan Guaidó come legittimo rappresentante dei venezuelani, di fatto appoggiando il dittatore Maduro. Guaidó, in un’intervista recente a un quotidiano italiano, ha detto di non avere le prove di finanziamenti di Maduro al M5S, ma che non se ne stupirebbe perché il regime venezuelano con i suoi petroldollari ha sempre cercato consensi e sostegno internazionali. 

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Entella, un’impresa sportiva contro le prepotenze e le ingiustizie del palazzo

Undici mesi, tre giorni, venti ore e un minuto, sessanta secondi di pura gioia intercorsi tra il triplice fischio e il comprendere la portata dell’impresa compiuta. Tanto è durato l’esilio della Virtus Entella dalla serie B, persa il 31 maggio 2018 per un duplice 0-0 nel play out con l’Ascoli e ritrovata il 4 maggio 2019 vincendo il girone A della serie C con un gol nell’ultimo minuto del tempo regolamentare dell’ultima partita di campionato. Un’impresa straordinaria che sconfina nell’epica perché compiuta da una squadra tenuta in freezer – dalle altrui colpe – per due mesi e quindi costretta a giocare trentanove partite, tra campionato e coppa, in cinque mesi e mezzo. Non solo ha centrato l’obiettivo, strada facendo si è concessa il lusso di approdare agli ottavi di Tim Cup eliminando in un’epico scontro a Marassi il Genoa.L’orgoglio per quanto compiuto non può e non deve cancellare l’indignazione che andrebbe condivisa da chiunque creda nell’onestà sportiva. Perché va detto a chiare lettere che la società del presidente Gozzi, esempio conclamato di correttezza, è stata defraudata in maniera ignobile per i tifosi, comunque sconcertante per chi osserva senza pregiudizi, del suo diritto a rimanere nella categoria superiore. Un delitto non perfetto, commesso usando un mix letale di illogicità giuridiche, depistaggi burocratici, prepotenze organizzativo-amministrative. Un cocktail di angherie, se non soprusi, che hanno portato nei giorni scorsi il presidente della Lega Pro Ghirelli ad ammettere che l’Entella l’estate scorsa fu vittima (mettendoci altre 5 società per non sembrare troppo di parte…) di uno ‘sgarro’. Un’ingiustizia che la società chiavarese ha dovuto sanare con le sue sole forze. L’estremo paradosso di dover riprendersi per via agonistica quanto le era stato tolto dai tribunali e dai consigli della Federazione. Qui più che invertire l’onere della prova, si è capovolto l’intero ordine logico degli eventi. Si era ironizzato molto sul club che sa battersi solo nelle aule giudiziarie, l’Entella ha usato una maniera inedita per correggere le prepotenze altrui. E torna dove era stato con indiscutibile diritto e trasparente merito per quattro stagioni.

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Ricordo di Massimo Bordin e del suo umanesimo socialista e liberale

Quale è la ragione per la quale tutta l’Italia politica si è inchinata dinanzi alle spoglie mortali di Massimo Bordin, anima di Radio Radicale (quella che il M5S vuole chiudere) e straordinario conduttore della rassegna stampa di quell’emittente, ‘Stampa e Regime’?La stragrande maggioranza delle voci ha indicato in Bordin un simbolo del giornalismo rigoroso, di approfondimento, mai di propaganda, attento alla verità dei fatti che non può mai essere piegata agli interessi di parte. Questo spirito libero, non conformista, insofferente a ogni diktat di partito compreso  il suo (sono famose le sue polemiche pubbliche, proprio su Radio Radicale, con il totem Marco Pannella) non ha impedito a Massimo Bordin di essere un uomo di parte, profondamente radicato come era in una cultura di sinistra libertaria. A noi interessa indagare sulla sua parabola culturale, convinti come siamo che il rigore intellettuale, l’amore per la verità e non per la propaganda, il rispetto delle idee di tutti provengano proprio, anzi siano il frutto nobile di una cultura politica alla quale dopo una lunga peregrinazione era approdato. Come ricorda Massimo Teodori, dopo il trotzkismo giovanile Bordin, pur rimanendo affezionato al sentimento di una sinistra radicale, era giunto nel tempo all’occidentalismo del rifiuto dei dogmi, del riconoscimento dei valori dello Stato di Diritto, della giustizia giusta, dell’umanesimo socialista e liberale e della non-violenza. Ecco, a noi di ‘Piazza Levante’, cresciuti nell’insegnamento di ‘Socialismo liberale’ di Carlo Rosselli, di Bordin interessa in particolare questa angolatura. I tempi odierni, in Europa e nel mondo, sono orfani di un pensiero di umanesimo come quello dei Rosselli, con il suo portato di tolleranza e di comprensione del reale, di riconoscimento dei meriti e di cura dei bisogni, di valorizzazione dell’impresa e del lavoro. L’avvento dei sovranismi e dei populismi di destra e di sinistra sembra mandare indietro la storia, risuscita fantasmi che ritenevamo scomparsi per sempre, toglie spazio a ogni ragionamento complesso. 

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Ora e sempre Resistenza: impediamo la chiusura di Radio Radicale

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’editoria Vito Crimi (M5S) da giorni va ripetendo che il governo non intende rinnovare la convenzione stipulata con Radio Radicale nel 1994, e da allora sempre rinnovata, per trasmettere le sedute del Parlamento in cambio di un finanziamento annuo di circa otto milioni di euro. Vito Crimi, esponente del M5S, cioè di quelli che volevano la trasparenza totale, la diretta streaming (ve lo ricordate con Grillo nel famoso testa a testa con Bersani di qualche anno fa?) appena ha avuto il potere, ha pensato bene di azzoppare l’informazione cercando di chiudere la voce più libera nel panorama giornalistico italiano, un vero e proprio servizio pubblico che negli ultimi 40 anni ha rappresentato per il Paese e per la sua democrazia uno strumento indispensabile. Massimo Bordin, l’uomo simbolo di Radio Radicale scomparso solo pochi giorni fa (nella foto in alto), che ogni mattina conduceva la rassegna stampa (appuntamento imperdibile e fondamentale per capire la politica italiana) definiva Vito Crimi ‘un gerarca minore’. E in questa definizione era riassunta la percezione intuitiva dell’approccio totalitario del M5S nei confronti della libera informazione. Ma il gerarca minore non è solo nella sua volontà di chiusura dell’emittente radicale e di bavaglio all’informazione democratica. Alfonso Bonafede (che Bordin definì ‘il ministro della Giustizia più pericoloso di sempre’) rispondendo alla domanda di un cronista a margine del plenum del CSM riguardo alla chiusura di Radio Radicale ha detto: “Non ho niente da aggiungere rispetto a quanto affermato dal sottosegretario Crimi”, dimostrando così che la linea di chiusura è condivisa e sostenuta anche dai gerarchi maggiori del M5S. Perché è un delitto contro l’informazione e contro la democrazia far tacere Radio Radicale? Perché l’emittente non si occupa soltanto di trasmettere in diretta tutte le sedute del Parlamento e delle sue commissioni o di altri importanti organi costituzionali come il Consiglio Superiore della Magistratura, o di importanti processi giudiziari, ma dà voce a convegni, dibattiti, congressi di partito, informando e formando. 

Attualità, editoriale

I giovani liguri provano a costruirsi un futuro

Sabato 13 aprile presso la sede di Wylab in via Gagliardo a Chiavari si è tenuta, con grande successo, la fase conclusiva del contest per start-up innovative ‘Liguria crea impresa’. Una giornata densa di lavoro alla quale hanno partecipato, oltre alle nove aspiranti start-up ammesse alla finalissima (tre per il settore Ambiente, tre per il settore Food e Turismo e tre per la Blue Economy), eminenti invitati tra i quali il Governatore della Regione Liguria Giovanni Toti, il presidente di Confindustria Genova Giovanni Mondini, il presidente della Società Economica di Chiavari Francesco Bruzzo, il Presidente dell’Ascom di Chiavari Giampaolo Roggero, il sindaco di Sestri Levante Valentina Ghio, i rappresentanti della civica amministrazione chiavarese e molti importanti imprenditori liguri coinvolti in giuria e nell’attività di affiancamento alle start-up, quali Edoardo Garrone, presidente di Erg, Stefano Messina, presidente di Messina Group, e Antonio Gozzi, CEO di Duferco e fondatore di Wylab. Si è arrivati alla terza edizione di questa manifestazione, nata nel 2017 con il nome di ‘Chiavari crea impresa’, divenuta nel 2018 ‘Tigullio crea impresa’ e infine ‘Liguria crea impresa’ nel 2019. Gli organizzatori, con molta ambizione, hanno ritenuto quest’anno di dover lanciare un messaggio all’intera Regione, alla sua università, ai giovani aspiranti imprenditori che hanno risposto con entusiasmo (quasi 100 le candidature) alla ‘call for ideas’ lanciata nel marzo scorso. Vittoria Gozzi e il suo staff sono riusciti, ancora una volta, a coinvolgere la comunità ligure in uno sforzo di positività e di speranza per il futuro. Nonostante le difficoltà e le calamità di un anno difficilissimo, tra il crollo del Ponte Morandi e la tremenda mareggiata che ha colpito il Tigullio occidentale, e il perdurare di un contesto economico regionale declinante, da ‘Liguria crea impresa’ viene un segnale di forte vitalità da parte dei nostri giovani. Molte cose colpiscono di questa edizione. Innanzitutto l’abbassamento dell’età media dei giovani aspiranti imprenditori rispetto a quella degli anni precedenti. 

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