di ANTONIO GOZZI
Pochi in Occidente si sono accorti che, mentre il gigantesco surplus commerciale della Cina crea enormi squilibri e alimenta le tensioni globali, Pechino ha emanato nuove normative radicali per indagare e punire le aziende straniere che smettono di utilizzare fornitori cinesi in risposta alle pressioni politiche dei Paesi di origine.
I gruppi industriali stranieri in Cina hanno espresso forte preoccupazione quando, pochi giorni, fa sono entrate in vigore nuove norme, formulate in modo vago e quindi applicabili con grande discrezionalità. Si tratta di norme che potrebbero rendere più difficile per le aziende straniere disinvestire dalle joint venture in Cina o trasferire ordini a fornitori esteri.
Anche con queste nuove norme Pechino vuole contrastare il crescente protezionismo occidentale causato dall’incredibile aumento delle esportazioni cinesi soprattutto in alcune aree del mondo.
Le politiche americane dei dazi non hanno ridotto i flussi di export cinese: li hanno solo spostati e dirottati verso altre aree del mondo, Europa e Sud Est asiatico in primis.
Si pensi che per ogni container che dall’Europa parte per la Cina ve ne sono quattro che viaggiano in senso inverso. Un rapporto 4 a 1 è uno squilibrio che nessuno può sostenere nel lungo periodo.
Lo squilibrio nel commercio estero cinese è ormai gigantesco a livello globale. Nel 2025 le esportazioni cinesi hanno superato le importazioni di quasi 1200 miliardi di dollari e nel primo trimestre 2026 il surplus è ancora cresciuto.
Il dominio manifatturiero cinese si estende ormai ad ogni settore, non più soltanto ai prodotti più di base e a basso valore aggiunto, ma anche a quelli di punta ad alta tecnologia.
Abbiamo altre volte rilevato come la sovracapacità cinese in quasi tutti i settori della manifattura si riversi all’estero per incapacità o non volontà dei decisori di Pechino di adattarsi al ciclo economico riducendo le produzioni quando la domanda interna e internazionale calano.
In Cina non esistono ammortizzatori sociali, e le autorità lasciano che le produzioni vadano sempre al massimo, sovvenzionando spesso anche le produzioni in perdita, pur di tenere occupate le centinaia di milioni di lavoratori che rimasti senza lavoro potrebbero causare problemi di ordine pubblico.
In questo modo l’occidente – ma soprattutto l’Europa, che resta il mercato più aperto del mondo – inondato di esportazioni cinesi diventa il vero “ammortizzatore sociale” di Pechino.
Succede allora che, anche su pressioni dei Governi dei Paesi di origine spaventati dall’invasione di prodotti cinesi, molte aziende non cinesi con fabbriche localizzate in Cina stanno cercando di ridurre la loro dipendenza e di attivare almeno parzialmente attività di reshoring. Si intende come reshoring la decisione di riportare in Patria produzioni che prima venivano realizzate in Cina.
La nuova regolamentazione cinese in 18 punti aumenta il già formidabile potere dei regolatori di quel Paese nel controllo delle multinazionali estere ed in particolare di quelle che hanno spostato o stanno spostando fuori dalla Cina le catene di approvvigionamento. Le nuove misure sono appunto giustificate dal perseguimento del fine di “prevenire rischi per la sicurezza nelle catene industriali e di approvvigionamento e per proteggere la stabilità economica e la sicurezza nazionale del Paese”.
Secondo le nuove norme i regolatori possono interrogare i dipendenti ed esaminare i documenti aziendali durante le indagini. Inoltre le nuove norme consentono alle autorità di vietare ad aziende e individui di lasciare la Cina se vi è il sospetto che spostino le catene di approvvigionamento altrove sotto pressione straniera.
È del tutto evidente che la minaccia che singoli dipendenti possano essere colpiti e puniti senza un processo legale chiaro e trasparente preoccupa assai.
Queste nuove regole si aggiungono alla normativa, già molto rigida, sul segreto di Stato, volta ad impedire che informazioni escano dal Paese; e alla forza della rete globale di porti ed ai software che li gestiscono, che consentono ai funzionari cinesi di avere una visione dettagliata e in tempo reale delle catene di approvvigionamento delle multinazionali, e permettono quindi allo Stato di sapere quali sono le aziende che si rivolgono a fornitori fuori dal Paese.
Tutto ciò, come ci dice Federico Rampini nel suo ultimo saggio ‘Pane e cannoni’ (ed. Mondadori 2026), è perfettamente ascrivibile alla strategia geo-economica e geo-politica di Xi Jinping, che si può riassumere in quattro pilastri fondamentali: ridurre la dipendenza dall’estero, controllare le filiere globali chiave (chip, batterie, minerali strategici), fare della manifattura il cuore permanente dell’economia cinese, conquistare la supremazia nelle tecnologie avanzate.
È stato giustamente rilevato che in un quadro di questo genere e con gli squilibri enormi generati da un export così dominante la prosperità cinese si trasforma in recessione industriale nel resto del mondo, con le conseguenze economiche e sociali facilmente comprensibili.
Viene da pensare all’ingenuità, o meglio alla incapacità di previsione che caratterizzò la presidenza democratica di Bill Clinton, una parte del Congresso Usa e le lobby economiche delle multinazionali, che nel 2001 ammisero la Cina nell’Organizzazione del Commercio Internazionale (WTO). Lo fecero con una fiducia smodata nella globalizzazione e con la presunzione faustiana che il dragone cinese sarebbe stato addomesticato e democratizzato dalla globalizzazione.
E viene da chiedersi oggi se le norme che la Cina applica al commercio internazionale, comprese le restrizioni interne di cui si è detto e le rappresaglie nei confronti di quelle aziende/Paesi che operano per ridurre la dipendenza da Pechino, siano compatibili con le norme del WTO.
Bisogna cambiare approccio soprattutto in Europa, ma farlo sarà molto difficile, a causa di interessi diversi e talora divergenti che i più importanti Paesi industriali europei hanno nei confronti della Cina.