Attualità

Attualità, editoriale

Ex llva, incompetenti allo sbaraglio

di ANTONIO GOZZI – Il vero problema come al solito è l’incompetenza. Ciò che colpisce e terrorizza nelle vicende dell’Ilva di Taranto è che coloro che sul lato del Governo e in generale della politica si occupano del dossier non sanno nulla o quasi di siderurgia.

Essere ignoranti sulle questioni specifiche per dei politici che devono occuparsi di mille cose diverse non è una colpa, direi che è quasi la normalità.

Diventa una colpa quando non si sopperisce al normale gap conoscitivo ricorrendo ad esperti, ma si pretende di continuare a gestire cose complesse con la propria sovrana ignoranza.

In questi giorni se ne sono sentite di tutti i colori, senza un minimo di rispetto per i fondamentali economici e tecnologici di un impianto super complesso come quello di Taranto: fare l’acciaio con il gas, chiudere la linea a caldo, mettere dei forni elettrici al posto degli altiforni e via discorrendo.

Politici e amministratori di vario orientamento si sono espressi e si esprimono estemporaneamente su cose che non conoscono e/o che nella migliore delle ipotesi hanno appena orecchiato.

Approfondimento, Attualità

Morchio vs. Romagnolo: intervista doppia a Wylab per presentare i loro ultimi romanzi

di ALBERTO BRUZZONE Sono colleghi. Sono scrittori affermati. Sono interessanti romanzieri, nel panorama editoriale italiano. Ma sono, soprattutto, grandi amici. Così, il prossimo incontro letterario organizzato da ‘Piazza Levante’ uscirà un po’ dal suo consueto format e lascerà completamente la scena a Bruno Morchio e Raffaella Romagnolo, che presenteranno al…

Approfondimento, Attualità

Valeria Corciolani fa poker con la colf e l’ispettore: ecco l’anteprima del nuovo libro

Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autrice e del suo editore, un estratto dal nuovo libro della scrittrice chiavarese Valeria Corciolani. Il suo lavoro, quarto capitolo della saga dedicata alla colf Alma e all’ispettore Jules Rosset, uscirà ufficialmente martedì 12 novembre, sia nelle librerie che sulla piattaforma di Amazon, dove sarà disponibile…

Attualità, In primo piano

Reddito di cittadinanza, Comuni in allarme e lasciati nel caos. L’ennesimo ‘pacco’ da parte del Governo centrale

Doveva essere la panacea di (quasi) tutti i mali. Doveva. Invece è diventato l’ennesimo pasticcio all’italiana. L’ennesimo ‘pacco’ che il Governo centrale ha rifilato alle amministrazioni locali, sempre più oberate in fatto di adempienze e burocrazie e, contestualmente, sempre più svuotate di risorse e di personale.

Il reddito di cittadinanza, grandissimo cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle negli ultimi due anni, ha avuto una partenza che monca è dire poco, almeno per quanto riguarda i comuni del Levante genovese.

Chiavari, per la precisione, è la città capofila di un distretto che comprende anche i centri di Leivi, Cogorno, Carasco e San Colombano. Il sindaco Marco Di Capua, attraverso gli uffici di Palazzo Bianco, ha svolto nei mesi scorsi tutte le pratiche di preparazione. Ma si continua, purtroppo, a navigare a vista, per via di uno sfilacciamento tra enti locali e Ministero. L’ennesimo pasticcio all’italiana, per l’appunto. I comuni fanno il loro dovere, a Roma questo avviene di meno. E chi aveva sperato in un sostegno, è ancora in pieno caos. E le amministrazioni locali, che avevano sperato di poter realizzare importanti lavori (socialmente utili), sono rimaste ancora a secco. Di Capua e gli altri sindaci hanno quindi chiesto un incontro al Centro per l’Impiego, nel tentativo di correre ai ripari e di districarsi in questo guazzabuglio normativo e soprattutto organizzativo. Il vertice è stato fissato per il prossimo 14 novembre, e vi parteciperanno tutti gli operatori coinvolti e i referenti degli altri Ambiti Territoriali Sociali, con l’obiettivo di concordare un metodo condiviso e una procedura.

Attualità, editoriale

Ilva di Taranto: una tragedia italiana

di ANTONIO GOZZI – Intervistato da Gilda Ferrari del ‘Secolo XIX’ a proposito della lettera di recesso inviata da ArcelorMittal, con la quale il gruppo franco-indiano ha annunciato di volersene andare da Taranto e dall’Ilva con effetto immediato, mi sono lasciato andare a caldo ad un’invettiva, cosa che mi capita di rado e che comunque non si deve mai fare: “Sono riusciti ad ammazzarla, è quello che volevano. Penso che Ilva muoia. Tanto hanno fatto che alla fine morirà davvero”.

Lo sfogo è spiegabile con la tristezza e la frustrazione di chi da sette anni cerca di difendere uno dei più importanti presidi industriali del Paese da un accanimento senza fine e comprende che la partita rischia di essere persa per sempre.

Sono diventato presidente di Federacciai all’inizio dell’estate 2012, poche settimane prima che la magistratura tarantina sequestrasse il cuore della fabbrica (la cosiddetta area a caldo, il luogo dove fisicamente si produce l’acciaio) e arrestasse i Riva e alcuni loro manager. Senza alcun giudizio definitivo (i processi sono ancora in corso), i magistrati decisero che i Riva erano dei delinquenti, dei mostri che avevano provocato un “disastro ambientale”, e che l’unica soluzione possibile era chiudere l’impianto.

Da neo presidente di Federacciai, mi trovai catapultato in una vicenda drammatica: la più grande industria siderurgica d’Europa, il cui significato è strategico non solo per Taranto e la Puglia, ma per tutta la filiera italiana della meccanica e della trasformazione dell’acciaio, si fermò per un ordine voluto dalla Procura della Repubblica, che si mosse sulla base di un teorema. Gli operai, immediatamente, invasero le vie di Taranto, l’opinione pubblica restò sconcertata, schiacciata tra ambiente e lavoro.

Io non avevo e non ho alcun interesse su Ilva, anzi: la Duferco, grande trader internazionale di acciaio, se le cose a Taranto vanno male, rischia di vendere qualche coils d’importazione in più.

Ma la gravità della vicenda mi apparve subito e per questo non mi limitai alla semplice solidarietà verso importanti associati a Federacciai quali i Riva, che conoscevo come bravi imprenditori e persone perbene, ma capii che la fabbrica andava difesa, anche al di là della proprietà, da un’onda ideologica anti-industriale e anti-sviluppista che stava montando nel Paese e che rischiava di fare danni gravissimi.

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