di DANIELE LAZZARIN *
La Poesia non cambierà il mondo, potremmo dire parafrasando Patrizia Cavalli, ma sicuramente in un tempo come il nostro la parola poetica sa ancora suggerire un “altro” punto di vista e introdurre a un diverso modo di sentire ed esprimere la realtà.
Seguendo appunto un percorso di riscoperta di poeti del presente e del passato due anni fa l’associazione chiavarese Corsi di Cultura ha dato vita al Club della Poesia, all’interno di un progetto di valorizzazione della nostra Biblioteca “Francesco ed Elena Bono”, e ha proposto incontri con conferenze, letture e presentazioni di raccolte poetiche, in cui si è dato spazio a voci femminili e a rappresentazioni di un’America alternativa, senza trascurare autori della tradizione civile e “corsara” italiana di incessante attualità, come – ad estremi temporali opposti – Dante delle Malebolge e Pasolini.
È nato quest’anno anche un laboratorio di scrittura creativa, sia pure limitatamente alla prosa, con risultati che sono apparsi sorprendenti. Infine, ricordando il successo riscosso nel giugno 2025, dopo la chiusura del nostro anno accademico, dal pomeriggio dedicato con una maratona di commenti e letture agli “Ossi di seppia”, allora in occasione del centenario della pubblicazione della raccolta montaliana, si è pensato di replicare l’esperienza con un poeta da Montale non così lontano: Giovanni Pascoli.
Le motivazioni di questo ‘Pomeriggio Pascoliano’ non sono da ricercare in una particolare ricorrenza, ma nel rinnovato interesse che viene rivolto a questo poeta non solo da parte della critica italiana, ma pure da quella anglosassone, che lo pone ormai tra i precursori, come Emily Dickinson, anzi tra i fondatori, come i “poeti maledetti” francesi e Mallarmé, del modernismo poetico europeo e italiano. Recentemente anche un film di Giuseppe Piccioni, “Zvanì – Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli”, ha riportato l’attenzione sulle tormentate vicende biografiche del poeta del “nido”, sfatando in parte alcune “incursioni” della critica psicoanalitica sulla sua vita. Ma forse ciò che a noi più interessa è la posizione storica ed esistenziale e la complessa sensibilità umana di Giovanni Pascoli, morto nel 1912, cioè quasi alla vigilia del primo di quei conflitti che avrebbero travolto il “secolo breve”: egli avvertì fortemente la fine dell’Italia contadina e l’avvento minaccioso di un nuovo mondo, traducendo il suo stato d’animo non in forza di pensiero, ma in un linguaggio poetico singolare e innovativo, “rivoluzionario” all’interno della tradizione.
Non fu mai come il suo predecessore Carducci un vate cantore delle sorti nazionali (e poco conta in questo senso il discorso “La Grande Proletaria si è mossa”, tenuto a favore della guerra di Libia), ma ricercò il linguaggio segreto delle cose intuendo le intime corrispondenze e il mistero della natura e sentendosi “uomo in bilico” nell’universo. Il suo percorso dall’impressionismo, all’espressionismo e al simbolismo, fu poco compreso dai contemporanei che, riducendo la sua “poetica del fanciullino”, spesso relegarono il Pascoli nei limiti di un poeta ancora ottocentesco, lacrimevole e agreste, adatto forse per sillabari e antologie destinati a bambini e adolescenti. Eppure, quasi subito, Crepuscolari, Futuristi e lo stesso Montale, con il suo “pascolismo ligure”, rivelarono la sua influenza. Per una sua piena rivalutazione come poeta fondamentale del canone novecentesco dovremo attendere gli studi sul suo linguaggio di Gianfranco Contini e la tesi di laurea di Pier Paolo Pasolini, che a lui si sentiva “legato quasi da una fraternità umana”.
Ripercorreremo questa linea pascoliana, “Dalla piccola patria alla vertigine cosmica”, nel pomeriggio di lunedì 8 giugno, a partire dalle 16:30, all’Auditorium di Largo Pessagno, concesso dal Comune di Chiavari, poiché l’evento si svolge in coordinamento con l’Assessorato alla Cultura. L’attenzione si concentrerà sulle poesie di “Myricae”, dei “Canti di Castelvecchio” e in misura minore, dei “Primi Poemetti”, introdotte da Daniele Lazzarin; a Jacopo De Vecchi è riservata la lettura e l’interpretazione de “L’assiuolo”; ma il cuore della manifestazione sarà la lettura di un’ampia scelta di testi fondamentali, che molti avranno piacere di riascoltare, interpretati da Pierluigi Curci, Giovanna Devoto, Federico Lama, Gianluca Lizza e Silvestra Sbarbaro. Poiché un tratto peculiare del linguaggio pascoliano è il fonosimbolismo, attento a cogliere le voci nascoste della natura, Corrado Barchi ci guiderà a “sentire” questi suoni. L’evento è aperto a tutti e la cittadinanza è invitata
(* presidente dell’Associazione Corsi di Cultura)
