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Giovedì 4 giugno 2026 - Numero 429

Il paesaggio degli orti a Lavagna: prosegue il nostro viaggio alla ricerca della bellezza nascosta

Il grande patrimonio paesaggistico, un immenso territorio naturale modificato dall’uomo nel corso di un’antropizzazione millenaria, sopravvive in piccole enclave
Lavagna è famosa per i suoi orti e le relative colture
Lavagna è famosa per i suoi orti e le relative colture
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di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *

Continuiamo la nostra indagine sull’esplorazione del territorio, per scoprire e meglio conoscere i luoghi dove viviamo. Abbiamo già sottolineato quanto possa essere difficile leggere le tracce del grande patrimonio ambientale che ci circonda, spesso a causa delle modificazioni che esso ha subito nel tempo, talvolta per poca conoscenza di questo bene. 

Questa seconda difficoltà può essere superata con l’osservazione e con un minimo di approfondimento.  Il tentativo di lettura che qui propongo l’ho vissuto personalmente percorrendo il lungo rettilineo di Lavagna, colpito da una grande chiazza gialla che impreziosiva un coltivo. Qui troviamo già un termine importante, che indica la destinazione di un terreno ad essere tuttora coltivato. Mi fermo, guardo con attenzione l’intero paraggio ed inizio un processo di interpretazione dell’area che ho notato a colpo d’occhio. 

Mi fermo, monto su il cavalletto, scatto una foto e mi guardo intorno. Sono sul marciapiede, a fianco mi sfrecciano le auto, poco oltre vedo la linea ferroviaria e la spiaggia col mare tigullino. Alcuni elementi utili alla datazione sono immediatamente reperibili: la strada è stata realizzata sul finire del Settecento. Un articolo del 1786 sugli “Avvisi di Genova” annunciava l’avvio dei lavori: “Si prosegue con attività la nuova strada del mare che finirà alla piazza dei Cavi”. 

Quest’opera realizzava un’alternativa alla più remota via che attraversava il territorio della collina, quella che tuttora indichiamo come “l’Antica Strada Romana”. Sfogliando l’opera del Matteo Vinzoni possiamo leggerla interamente rilevata in un’opera del 1758 in cui è presente tutto l’ambito. Possiamo vederne l’immensa lottizzazione destinata ad orti, grandi appezzamenti con entità geometriche, viabilità interne, e gli immancabili “rastrelli” lungo la costa per impedire il logorio del bagnasciuga sui preziosi terreni fertilizzati e coltivati. 

Per avere informazioni ancora più remote, dobbiamo ricorrere alle ricerche archeologiche. Durante gli scavi per i parcheggi interrati nella zona Ex Albergo Astoria, si è potuta rilevare la stratigrafia di deposito dell’attività marina, una linea che correva dal mare a lambire la collina. Qui voglio aggiungere una nota a margine: se impediamo al mare di depositare i sedimi, la costa si impoverisce e si erode la spiaggia. In particolare, l’attività del moto ondoso che non trova lo spazio per scaricare la sua forza e i depositi litici, ma urta su muraglioni o paraonde, produce l’effetto che stiamo vivendo da decine d’anni. 

Ma proseguiamo con l’osservazione dei dintorni: l’ultima opera realizzata in ordine di tempo è la linea ferroviaria, dal momento che il primo treno risulta transitato nell’aprile del 1870. Con questa data concludiamo l’arco di tempo in cui si è modificato l’intero paraggio e che rende oggi il nostro orto coltivato l’ultimo superstite del secolare utilizzo dell’intero territorio. 

Ora guardiamo il grande appezzamento documentato nella foto ripresa poco sopra. Si tratta di un rettangolo con due conformazioni differenti: la prima area, assolutamente pianeggiante, è caratterizzata dall’antica attività alluvionale e del mare, successivamente bonificata e fertilizzata. Nel mezzo del pianoro sorge la monumentale “sighêugna” che prevedeva due assi di raccolta e un impianto per l’irrigazione dell’orto. Più a nord sono leggibili i primi terrazzamenti, non particolarmente elevati e di notevole estensione, coltivati come accessori al più agevole orto sottostante per ben tre palchi in successione a salire. Quest’area è interamente circondata da un perimetro di salvaguardia, cioè delimita una proprietà: sono “gli Orti dei Gritta”, Stefano e Giacomo, gli ultimi storici mezzadri a selezionare un broccolo lavagnino tardivo, portato sul mercato locale tra dicembre e febbraio. L’orto è tuttora coltivato dall’Azienda Orseggi. Il piano presenta due aree divise da un corridoio di transito che raggiunge la “sighêugna”. Il lato di levante è piantumato a patate e un’area zappata è in attesa di messa a dimora. Il lato di ponente mostra l’evidenza di una pratica antica, il sovescio: il grande rettangolo giallo è una specifica piantumazione che permette questa tradizionale lavorazione. 

Negli scritti del Sereni, grande studioso del paesaggio agrario ligure, troviamo che il sovescio è una pratica agronomica che consiste nel coltivare alcune piante, spesso leguminose o graminacee, che successivamente vengono sfalciate e interrate. Questa antica e diffusa pratica permette di fertilizzare la terra arricchendola di sostanze organiche, in particolare d’azoto, e migliorandone la struttura. Spesso a questo scopo si coltivavano piante di fave, naturalmente raccogliendole e conservandone il raccolto.

Percorrendo in moto l’Aurelia un colpo d’occhio, un lampo giallo nel verde mi ha permesso quindi di rilevare e fotografare le tracce di un’antica sapienza contadina, l’uso del sovescio, la seminazione per ingrassare i coltivi e ridare energia vitale alla terra che, dopo tale lavorazione, si presenta arricchita e pronta per nuove produzioni. 

Se guardiamo le tavole del Matteo Vinzoni, oppure rileggiamo i rapporti della “Cattedra Ambulante dell’Agricoltura”, prodotta dalle autorità della Società Economica di Chiavari, resteremo davvero sorpresi e capiremo con l’evidenza dei dati come i luoghi dove viviamo siano stati pesantemente modificati, talvolta manomessi irrimediabilmente.

Il grande patrimonio paesaggistico, un immenso territorio naturale modificato dall’uomo nel corso di un’antropizzazione millenaria sopravvive in piccole enclave, oggi testimonianza di conduzioni compatibili con la natura e di quelle produzioni tradizionali che ci garantiscono le radici del nostro vivere in questa terra.

(* storico e studioso delle tradizioni locali)

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