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Giovedì 4 giugno 2026 - Numero 429

Confindustria critica l’Europa, il senatore Mario Monti la rampogna. Ma Tony Blair la pensa diversamente

Noi non siamo anti-europeisti: semplicemente vogliamo un’Europa diversa, perché la traiettoria attuale porta alla perdizione, alla scomparsa del concetto stesso di Unione Europea
Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini
Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini
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di ANTONIO GOZZI

L’Assemblea di Confindustria, non capitava da molti anni, continua a far discutere. In particolare si registra un attacco ad alzo zero da parte di quelli che io chiamo “main streamer” (sostenitori acritici dell’Europa senza se e senza ma) che non hanno digerito la convergenza tra il presidente di Confindustria Orsini e la premier Giorgia Meloni sulla critica all’Unione Europea a proposito di: regolazione “monstre”, tecnocrazia autoreferenziale, estenuante lentezza decisionale, estremismi del green deal che accentuano l’alto costo dell’energia nel nostro continente e stanno provocando una drammatica desertificazione industriale.

In particolare, i “main streamer” esprimono un fastidio sprezzante nei confronti di critiche all’Europa più che legittime, che però non rispettano l’ideologia che per decenni ha segnato buona parte della classe dirigente del nostro Paese; ideologia che consiste fondamentalmente in una sfiducia profonda nell’Italia, nella necessità di avere sempre “un vincolo esterno” senza il quale non ce la facciamo a fare le cose, nel leggere i dati economici sempre in negativo, nel considerare l’Unione Europea come un super-Stato che può imporre ai Paesi membri una linea virtuosa che questi non sanno adottare da soli.

L’intervento di qualche giorno fa sul ‘Corriere della Sera’ dell’ex premier Monti, oggi senatore a vita, è emblematico di questo fastidio e di questo approccio.

Caro senatore Monti, ma lei davvero ritiene lesa maestà mettere in fila le conseguenze di decenni di politiche sbagliate dell’Unione Europea, i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti e che vengono sistematicamente e autorevolmente denunciati in rapporti e analisi (vedi Rapporto Draghi e Rapporto Letta) e regolarmente non applicati dalla Commissione?

Vent’anni fa il PIL europeo era uguale a quello degli USA, oggi non supera i 2/3 di questo. Anche il PIL pro-capite era più o meno uguale, oggi quello europeo è il 60% di quello americano. Siamo assenti in tutte le tecnologie di punta, dall’IA alle biotecnologie allo spazio. Paghiamo l’energia più cara di tutto il mondo e invece di aiutare le imprese a difendersi da questo handicap le carichiamo dei costi dell’ETS, compromettendo sempre più la competitività di tutti i settori ma in particolare di quelli di base.

Senatore Monti, ma è lesa maestà mettere in fila le conseguenze sull’industria e sul lavoro delle scelte sbagliate dell’Europa: un milione di posti di lavoro persi nell’industria europea e nel suo indotto da quando la Commissione Von der Leyen 2 è in carica? Davvero Lei crede sia demagogia denunciare le sofferenze, che sono sotto gli occhi di tutti, delle persone e delle famiglie che hanno perso il lavoro, sofferenze causate dal fatto che Bruxelles, solo per fare un esempio, abbia in questi anni totalmente ignorato il concetto di neutralità tecnologica nel processo di transizione ambientale a favore dell’elettrico cinese?

E davvero Lei pensa che dovremmo accettare lo stesso destino per interi settori produttivi a causa della speculazione finanziaria sugli ETS che la Commissione non è capace di eliminare? 

Secondo Lei dovremmo semplicemente stare zitti perché Bruxelles ci ha dato i soldi del PNRR, e dunque saremo solo degli ingrati se ci permettiamo di alzare la voce per denunciare la deindustrializzazione e i drammatici guasti sociali che essa provoca?

Quanto al fatto che le politiche più critiche, ad esempio il green deal, siano state approvate dai vari Governi nazionali è un motivo sufficiente per non criticarle nel momento in cui stanno mostrando tutte le loro conseguenze perverse?

Gli imprenditori, compreso il sottoscritto che è alla testa di un gruppo internazionalizzato presente in diversi Paesi dell’Unione, hanno scommesso da sempre sull’Europa e sono i primi difensori dell’ambiente, ma nessuno ci potrà mai impedire di denunciare gli errori giganteschi di politica industriale della prima Commissione Von der Leyen-Timmermans e la riluttanza e/o lentezza a correggerli della seconda.

Soprattutto nessuno potrà farlo soltanto con una difesa pregiudiziale e d’ufficio, senza rispondere sui temi concreti sollevati dal Presidente Orsini nella sua relazione all’Assemblea di Confindustria davanti al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio, alle nostre imprese.

Noi non siamo anti-europeisti: semplicemente vogliamo un’Europa diversa, perché la traiettoria attuale porta alla perdizione, alla scomparsa del concetto stesso di Unione Europea.

Ma non tutti gli ex premier sono main streamer. Qualche giorno fa Tony Blair, a proposito degli estremismi ideologici del green deal, che sono una della grandi questioni europee, riferendosi alla Gran Bretagna ha scritto: “La Gran Bretagna è responsabile per meno dell’1% delle emissioni mondiali di CO2 (l’Europa a 27 è responsabile per meno del 6% delle emissioni globali n.d.a.), non possiamo risolvere il cambiamento climatico e imporre costi a carico delle nostre imprese e dei nostri consumatori per accelerare l’obiettivo delle zero emissioni nette, quando il resto del mondo non lo fa. Non ne capisco la logica, né la chiusura della nostra industria petrolifera e del gas in circostanze in cui, ripeto, nessun altro Paese del mondo lo sta facendo”.

Blair ha proprio ragione.

Negli ultimi 5 anni in Cina si sono fatti ingenti investimenti nelle rinnovabili, è vero, ma per rispondere alla gigantesca fame di energia di quel Paese si sono aperte anche 300 nuove centrali a carbone. A seconda del regime di marcia (60% o 80% della capacità) queste nuove centrali a carbone emettono da 2 a 2,5 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno.

Negli ultimi 10 anni l’Europa, con sforzi enormi e ingente perdita di posti di lavoro e conseguente compromissione grave della competitività e del futuro della nostra industria, ha ridotto le emissioni di CO2 di 700-800 milioni di tonnellate all’anno. Comparando questi dati quantitativi con quelli cinesi, si può sapere di che stiamo parlando?

Come dice Blair, il problema del cambiamento climatico è un problema globale: e allora perché ammazzare le industrie europee compromettendo gravemente la nostra autonomia strategica per non ottenere nulla? Arroganza ideologica, complesso del primo della classe?

A queste domande i “main streamer” non sanno rispondere.

Solo un realismo consapevole oggi può salvare l’Europa. Solo tenendo conto di vincoli, rapporti di forza, relatività, interessi si può decidere cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi. L’atteggiamento astratto dei predicatori dell’Europa dei grandi valori, dei grandi ideali e dei grandi obiettivi finirà per consegnarci alle forze che la vogliono demolire.

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