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Giovedì 4 giugno 2026 - Numero 429

Perché votare Sì, le buone ragioni di una scelta. Anche la sinistra riformista contro la sinistra giustizialista

Riteniamo che questa riforma non sia né di destra né di sinistra ma che serva al Paese per avere una giustizia giusta. La terzietà del giudice è una garanzia per tutti i cittadini
Il quesito del referendum in programma per domenica e lunedì prossimi
Il quesito del referendum in programma per domenica e lunedì prossimi
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di ANTONIO GOZZI 

Questo giornale si è schierato da subito per il Sì al referendum sulla riforma della giustizia che si terrà i prossimi 22 e 23 marzo e in conseguenza di ciò, dichiarando onestamente ai nostri lettori la scelta di campo,  ha ospitato molti interventi a favore del Sì.

Riteniamo che questa riforma non sia né di destra né di sinistra ma che serva al Paese per avere una giustizia giusta. La terzietà del giudice è una garanzia per tutti i cittadini. 

In una partita di calcio l’arbitro non può andare ad allenarsi e pranzare la sera prima della partita con un attaccante di una delle due squadre che arbitrerà il giorno dopo. Questo è il senso fondamentale della riforma.

Separazione delle carriere dei giudici e dei pm, riforma e sdoppiamento del CSM e istituzione dell’Alta Corte Disciplinare, scelta dei membri dei CSM e dell’Alta Corte per sorteggio, sono i pilastri della nuova legge che, cambiando alcuni articoli della Costituzione, deve essere sottoposta a referendum confermativo.

Si diceva che la riforma non è né di destra né di sinistra. Anzi a ben vedere i suoi contenuti sono stati storicamente sostenuti dalla sinistra riformista italiana.

Il padre del nuovo Codice di Procedura Penale, entrato in vigore il 24 ottobre 1989, fu il ministro socialista della Giustizia del governo Craxi Giuliano Vassalli, partigiano resistente, arrestato dalla Gestapo e torturato nella famigerata via Tasso senza mai tradire i compagni della resistenza romana.

Il nuovo Codice nacque con l’obiettivo preciso di superare l’impianto inquisitorio tipico anche dell’era fascista e del Codice Rocco del 1930 e di introdurre un sistema di tipo accusatorio di ispirazione anglosassone nel quale accusa e difesa sono poste sullo stesso piano e il giudice è terzo sopra di loro.

Fu lo stesso Vassalli a chiarire che un autentico processo accusatorio non poteva dirsi pienamente realizzato finché giudice e pubblico ministero avessero continuato a seguire lo stesso percorso nell’ordinamento giuridico senza la separazione delle carriere. La riforma Nordio è quindi il completamento della riforma Vassalli.

Il Partito Comunista Italiano votò a favore della riforma Vassalli.

Negli anni successivi il PDS continuò a difendere i principi del Codice Vassalli.

La Commissione Bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da Massimo D’Alema nel 1997 propose la separazione costituzionale delle carriere. Dopo il lavoro della Bicamerale nel 1999 il governo presieduto da D’Alema approvò la riforma dell’articolo 111 della Costituzione che introdusse il principio del giusto processo. 

La linea riformista della sinistra sulla giustizia proseguì anche negli anni successivi. Nel programma elettorale del 2001, candidato premier per l’Ulivo Francesco Rutelli, si proponeva la separazione delle carriere tra giudici e pm.

Nel governo Prodi (2006-2008) il Ministro di Grazia e Giustizia Clemente Mastella (che oggi incomprensibilmente vota No) presentò un disegno di legge costituzionale per la separazione delle carriere sostenuto dai Democratici di Sinistra, con Fassino Violante che dichiararono che la separazione delle carriere “era un obiettivo irrinunciabile della sinistra riformista”, e dalla Margherita guidata da Rutelli. Nel 2014 il Governo Renzi introdusse un rafforzamento della separazione delle funzioni limitando i passaggi tra pubblico ministero e giudice. Il premier Renzi fu ancora più esplicito in quella occasione affermando: “Serve separare le carriere dei PM e dei Giudici come avviene nei principali ordinamenti europei”.

Nel 2019 al congresso del PD l’allora responsabile del dipartimento giustizia Debora Serracchiani disse che “la separazione delle carriere è un passaggio ineludibile”.

Nel 2021 il PD con il Governo Draghi approvò la riforma Cartabia che rafforzò ulteriormente la separazione delle funzioni.

E potremmo continuare a lungo, citando decine e decine di dichiarazioni di esponenti della sinistra che sostenevano i contenuti della riforma sottoposta a referndum.

Oggi, misteriosamente, il PD di Elly Schlein sconfessa questa tradizione e volta le spalle ad un’impostazione garantista sulla giustizia della sinistra riformista; lo fa per dare un calcio nei denti alla Meloni (copyright Giuseppe Conte) e per tenersi buone le correnti dei magistrati che dominano sul CSM; correnti che di fatto rendono ingiudicabili e intoccabili giudici e pm, anche se hanno commesso gravi errori e violazioni.

Che tristezza! E che tristezza vedere anche riformisti come Prodi, Veltroni, Bonaccini e tanti altri che in questi anni hanno sostenuto battaglie garantiste accodarsi alla sinistra giustizialista e a chi difende un assetto che affonda le sue radici nell’impostazione inquisitoria del Codice Rocco, e che invece di legare le carriere dei magistrati al merito le lascia nelle mani del potere e delle negoziazioni sottobanco delle correnti in seno alla magistratura (leggere il libro di Sallusti Palamara).

Una scelta che rischia di trasformare il PD in una forza politica sempre meno riformista e sempre più ancillare e succube all’impostazione giustizialista del M5S. Vedremo cosa succederà quando ci sarà da scegliere il candidato premier.

Ma per fortuna a sinistra sono in molti a rifiutare questa impostazione; a partire dall’ex Sindaco di Milano Giuliano Pisapia già iscritto a Rifondazione comunista che ha fatto una chiara e argomentata scelta per il Sì e con lui molti altri gli interventi dei quali sono stati ospitati anche su queste pagine: Augusto Barbera, Stefano Ceccanti, Anna Paola Concia, Carlo Cottarelli, Arturo Parisi, Andrea Romano, Michele Salvati, Pina Picierno, Pietro Ichino, Claudio Petruccioli, Enrico Morando, Ivan Scalfarotto, Roberto Giachetti, Lella Paita, Tommaso Nannicini, Elisabetta Gualmini, Claudio Martelli, Claudio Signorile, Gianni Pittella, Enzo Maraio, Bobo Craxi e molti altri che non sono disponibili ad accodarsi a tutti quelli che credono che gli italiani siano scemi e urlano al pericolo per la democrazia.

D’altronde questo è stato da sempre il ritornello di una certa sinistra comunista ed estrema. Era un pericolo per la democrazia Craxi, poi Berlusconi, poi Renzi oggi la Meloni.

In realtà il pericolo per la democrazia non viene dalla riforma Nordio ma dal non cambiare le cose e dal lasciare ad una magistratura totalmente autoreferenziale e imprigionata dalle correnti un potere incontrollato sulla libertà delle persone, sulla vita delle famiglie e delle aziende.

Votiamo Sì!!!!!!!!!!!!

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