di ANTONIO GOZZI
Mettendo a posto vecchie carte mi è capitato tra le mani un inserto del ‘Sole 24 Ore’ di molto tempo fa dal titolo “L’era del Commercio Globale”.
La pubblicazione risale all’ottobre del 2016, quasi 10 anni or sono, e l’intonazione di fondo dell’inserto è molto positiva, sia pur con qualche doverosa cautela legata alla creazione di nuove opportunità ma anche all’emergere di nuove disuguaglianze come conseguenza dei processi di globalizzazione.
Il fenomeno viene descritto come uno straordinario fattore di progresso capace di far crescere le economie e il benessere in parti del mondo che fino ad allora ne erano state escluse. Traspare una fiducia di fondo in una traiettoria di sviluppo quasi ineluttabile, tanto da usare, in copertina del citato inserto, una frase emblematica di questo sentiment pronunciata dall’allora Segretario Generale dell’Onu, il ghanese Kofi Annan: “È stato detto che argomentare contro la globalizzazione è come mettere in discussione la legge di gravità”.
Nel 2015 il commercio mondiale valeva circa 25 trilioni di USD (25mila miliardi) ed era più che raddoppiato rispetto a 10 anni prima, dimostrando la velocità e l’imponenza della crescita delle economie globali.
Negli ultimi anni il mondo è cambiato velocemente e profondamente.
Prima con la pandemia e poi con le gravi crisi internazionali ancora oggi in atto (Ucraina-Russia, Israele-Gaza-Libano, Iran-Israele-Usa, solo per citare le più importanti) l’incertezza è cresciuta e l’enfasi sulla globalizzazione e sui suoi benefici è un po’ scemata. Si sono messi meglio a fuoco gli effetti negativi di questo processo, rappresentati dall’eccesso di finanziarizzazione e soprattutto dalle gravi ripercussioni sui tessuti industriali statunitensi ed europei e sulla loro forza lavoro.
Le tensioni si sono manifestate in tutta la loro profondità quando è emersa una grande sovraccapacità produttiva cinese in tutti i settori manifatturieri, anche in quelli di alta tecnologia. Tale sovraccapacità e le esportazioni selvagge ad essa conseguenti hanno messo in crisi intere filiere industriali in Occidente, prima fra tutti l’automotive. Il tema della sicurezza delle catene di approvvigionamento e dell’autonomia strategica soprattutto per beni fondamentali (energia, micro-chip, materie prime critiche, farmaci e beni sanitari, armi ecc.) è salito al centro dell’attenzione e in conseguenza di ciò si è avviata, soprattutto ma non solo per la presidenza di Trump, una fase di protezionismi e barriere doganali tesa a correggere i gravi squilibri nel commercio internazionale.
In altri termini l’era della fiducia incrollabile nella teoria di Ricardo dei vantaggi comparati e delle specializzazioni produttive e quindi di un mondo completamente aperto, dove l’unica regola era il minor costo e il miglior prezzo per qualunque prodotto, sembra tramontata; e si torna a parlare di regionalizzazione dei commerci, di geopolitica che domina sull’economia e sui rapporti internazionali basati non più sugli scambi di beni e servizi ma sulla forza.
In questo momento, sia pure con grande ritardo, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa l’industria torna al centro dell’attenzione, e si comprende che in qualche modo bisogna difenderla, e bisogna difendere i suoi lavoratori. Lo si può fare contrastando l’invasione di prodotti cinesi anche di buona qualità venduti a prezzi stracciati, che negli ultimi mesi hanno dilagato soprattutto in Europa anche a causa della chiusura del mercato americano (quella che in gergo si dice diversion). Si calcola che negli ultimi sei mesi le esportazioni cinesi nell’UE siano cresciute di circa il 30%, nel primo trimestre 2026 (148 miliardi di USD).
Molto importante, in questo contesto, il viaggio in USA di qualche giorno fa del Commissario europeo al Commercio Maroš Šefčovič, che ha incontrato il segretario al Tesoro americano Bessent e il suo omologo segretario al Commercio americano Lutnick.
Le indiscrezioni parlano di un clima positivo rispetto a quello registrato nelle precedenti missioni. Pur rimanendo una qualche diffidenza di fondo e anche profonde differenze su temi specifici, la visita è valutata come un concreto passo in avanti nei rapporti UE-USA. Si è cercato di definire un accordo sui materiali critici, e da parte americana vi è stata una disponibilità a riaprire la discussione sull’acciaio.
Più in generale la missione ha confermato una progressiva convergenza strategica tra UE e Stati Uniti rispetto alla gestione dell’overcapacity globale e in particolare di quella cinese. Questo elemento, pur non formalizzato in accordi specifici, rappresenta uno dei risultati più rilevanti della visita poiché orienta le future politiche commerciali e industriali delle due economie verso un maggiore coordinamento.
Se l’Occidente sarà capace di gestire con intelligenza gli squilibri generati dalla sovraccapacità produttiva cinese, e se questo tornerà ad essere un importantissimo terreno di dialogo tra Stati Uniti e Unione Europea, si potrà ristabilire quel legame di fiducia e cooperazione che ha segnato negli ultimi 80 anni le relazioni atlantiche.
USA e UE possono dare vita a importantissime collaborazioni industriali; esiste infatti una forte complementarietà tra i due sistemi manifatturieri che andrebbe studiata e valorizzata.
Correggere gli squilibri e rilanciare una cooperazione industriale atlantica alla lunga favorirà anche il commercio internazionale, che nonostante guerre e dazi continua a crescere. Pensate che nel 2025, nonostante i dazi di Trump, il valore del commercio internazionale ha raggiunto i 35 trilioni di USD (più sopra abbiamo riferito di come 10 anni fa fossero 24 trilioni di dollari). Anche deflazionando i valori la crescita in termini reali è intorno al 25% in dieci anni!
La spinta alla crescita del mondo, soprattutto dell’Asia ma anche dell’America Latina e in prospettiva dell’Africa, sembra più forte di tutto: delle guerre, della pandemia, delle misure protezionistiche.
Anche l’Italia in questo contesto gioca la sua parte, e la gioca alla grande.
Dieci anni fa il valore del nostro export era intorno ai 410 miliardi di euro l’anno; nel 2025 abbiamo raggiunto i 645 miliardi. Incredibile performance con un incremento fortissimo anche in valori deflazionati (+25%). Ce la battiamo per il 4^ e 5^ posto con il Giappone nella graduatoria dei Paesi più esportatori dopo Cina, Usa e Germania. Ma il Giappone ha 127 milioni di abitanti e uno degli apparati industriali più importanti del mondo.
Circa diecimila medie e grandi imprese esportatrici con una produttività molto elevata, circa mille prodotti in cui l’Italia figura tra i primi tre Paesi al mondo per surplus con l’estero, mille marchi storici del Made in Italy, una fortissima diversificazione dell’export a differenza degli altri Paesi, dove l’export stesso è nelle mani delle prime dieci imprese industriali.
L’Italia è più che mai una grande protagonista del commercio mondiale.
Questi risultati dimostrano il vantaggio competitivo puro della nostra manifattura, un vantaggio di cui occorre comprendere bene le sorgenti per difenderle con le unghie e con i denti.
Anche in un mondo così difficile e instabile la diplomazia del Made in Italy ha un grande futuro e la manifattura costituisce la forza dell’Italia.
La politica e le istituzioni lo devono capire, e agire di conseguenza.