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Giovedì 10 settembre 2026 - Numero 443

L’industria non è solo economia, è molto altro

Il voto in Sassonia (in particolare quello degli operai) lo conferma
Ulrich Siegmund, leader dell'AFD che ha vinto le elezioni in Sassonia
Ulrich Siegmund, leader dell'AFD che ha vinto le elezioni in Sassonia
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di ANTONIO GOZZI

Spesso, quando diciamo che l’industria non ha solo significato economico ma è anche un presidio della democrazia, non veniamo capiti.

Le recenti elezioni in Sassonia-Anhalt con la clamorosa vittoria dell’AFD sembrano dimostrare il nostro assunto. 

Da quel voto risulta del tutto evidente la relazione tra la crescita degli estremisti di destra e i vasti processi di deindustrializzazione in quella regione ma più in generale in Germania e in Europa.

C’è uno studio particolarmente interessante di Lutz Schneider sulle elezioni federali tedesche del 2017 che, analizzando i dati regionali, mostra che le aree con una forte tradizione industriale che hanno subito una forte contrazione dell’occupazione manifatturiera tendono a mostrare risultati elettorali dell’Afd significativamente più elevati. L’effetto è particolarmente marcato proprio dove l’identità locale era storicamente legata all’industria. In questi contesti sembra scattare un meccanismo profondo: una fabbrica che scompare significa anche perdita di status, di identità professionale, di organizzazioni collettive, di prospettive per i figli e di centralità economica del territorio. 

La Sassonia-Anhalt è quasi un caso da manuale. La clamorosa vittoria dell’Afd (quasi il 44% dei voti) avviene in uno dei Länder economicamente più deboli della Germania. Le prime analisi del voto indicano insicurezza economica, declino demografico, risentimento verso Berlino, sfiducia nelle istituzioni tradizionali come le prime determinanti dell’orientamento elettorale della popolazione accorsa alle urne numerosissima per gli standard europei (l’80% degli aventi diritto).

Il fatto che il 61% degli operai abbia votato Afd è particolarmente significativo perché ci dice qualcosa che il risultato territoriale da solo non mostra. Se un partito di destra estrema arriva a conquistare una quota così elevata del voto operaio non siamo più semplicemente davanti a un partito della piccola borghesia arrabbiata, ma al fatto che una parte consistente dell’antico elettorato popolare si è politicamente ricollocata. E questo è avvenuto non solo per le condizioni economiche attuali ma per la traiettoria percepita dal territorio: “Il posto in cui vivo sta perdendo futuro, non so cosa succederà a me e ai miei figli”. In Sassonia probabilmente si mischiano due elementi: la memoria collettiva della perdita di industria del passato, dovuta alle enormi ristrutturazioni industriali seguite alla riunificazione della Germania Est con il resto del Paese, e l’aspettativa del declino economico e demografico che possono pesare addirittura di più che la disoccupazione corrente.

Quante situazioni simili ci sono e ci saranno in Europa nei prossimi anni? Moltissime.

Ci sono moltissimi distretti e settori industriali in Europa (dalla chimica, alla siderurgia, alla carta, alla ceramica, al cemento) che hanno sofferto e soffrono di violenti processi di deindustrializzazione provocati dall’incapacità delle politiche europee di gestire la transizione, dall’estremismo del green deal e dell’ideologia “mercatista” della globalizzazione per cui tutto si può comprare ovunque: ‘che bisogno c’è di fare l’acciaio in Europa, se lo posso comprare in Cina perché devo avere impianti chimici e raffinerie che inquinano? meglio mandarle nel Golfo’.

Oggi, in un’epoca di sconvolgimenti geopolitici nella quale i concetti di autonomia strategica e di difesa tornano di moda, i nodi stanno venendo al pettine e si incomincia a comprendere che follia sia stata l’aver pensato che si potesse fare a meno dell’industria, e in particolare dell’industria di base.

La sinistra paga un prezzo altissimo per questa follia, come dimostra la caduta libera della socialdemocrazia tedesca ridotta ormai a un partito marginale e senza insediamento sociale (la SPD in Sassonia è a malapena arrivata all’8%). D’altronde, se non si è stati capaci di difendere l’automotive, che era il cuore dell’industria tedesca, per rincorrere il mito dell’auto elettrica prodotta soprattutto dalle industrie cinesi; se non si è contrastato un fenomeno di violenta riduzione della produzione di auto con motori endotermici di cui l’Europa aveva un primato mondiale anche in termini di riduzione delle emissioni di CO2; se la Volkswagen annuncia 100.000 esuberi e la chiusura di 4 stabilimenti, se la chimica di base è praticamente scomparsa, se la siderurgia degli altoforni è destinata a morire in pochi anni , perché ci si deve stupire se il 61% degli operai vota Afd?

E la tragedia è destinata a proseguire.

Oltre agli errori drammatici della politica europea e al male che ci siamo fatti da soli, oggi c’è un gigantesco nemico esterno. I primi sei mesi del 2026 mostrano un’invasione in Europa di prodotti cinesi. Lo sbilancio tra import ed export verso quel Paese è ormai di 1 miliardo di euro al giorno cioè di 360 miliardi di euro l’anno. 

Ormai arrivano dalla Cina prodotti di alto livello qualitativo e tecnologico con prezzi inferiori dal 30 al 50% rispetto agli omologhi realizzati da noi. È chiaro che si tratta di una violenta strategia di penetrazione commerciale causata dalla sovraproduzione interna che il governo di Pechino sussidia in patria ma nega nei confronti internazionali. Una volta conquistate rilevanti quote di mercato europeo, i prezzi di quei prodotti torneranno a salire, ma non vi sarà più concorrenza perché nel frattempo le nostre imprese manifatturiere saranno fallite. 

Cosa vuol fare l’Europa al riguardo? Si ripeteranno gli errori del green deal, abbandonando l’industria europea al suo destino per l’incapacità o la non volontà di misurare le conseguenze economiche, sociali e politiche di un tale atteggiamento e di politiche insensate?

Il paradosso, o l’incubo, potrebbe essere che l’Europa nata dall’industria (la CECA, Comunità Europea del carbone e dell’acciaio) sull’industria finisca per morire, per l’esplosione di estremismi di destra e di sinistra provocati dall’ incapacità delle sue classi dirigenti di leggere la realtà e il mondo che cambia. Questi estremismi sono destinati ad avere il sopravvento, se non li si fronteggerà con intelligenza e con nuove politiche capaci di rimettere l’industria al centro.

Bisogna a tutti i costi combattere questa deriva, con tutte le forze che abbiamo. Dobbiamo far capire a tutti che senza industria l’Europa non esisterà più, perché non ci saranno più sviluppo e innovazione tecnologica, e neanche occupazione, welfare, coesione sociale e democrazia.

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