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Giovedì 3 settembre 2026 - Numero 442

Debito e crescita: le due grandi questioni dell’economia italiana. Il Financial Times smentisce i profeti di sventura

Il tema è quale debba essere la ricetta per crescere di più. Questo dovrebbe essere il vero confronto della prossima campagna elettorale
Palazzo Chigi, sede del Governo italiano
Palazzo Chigi, sede del Governo italiano
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di ANTONIO GOZZI

I due principali problemi dell’economia italiana sono il debito pubblico molto elevato e la crescita troppo bassa.

Partiamo dal debito. A giugno del 2026 ha raggiunto e superato i 3200 miliardi di euro a fronte di un PIL che alla fine dell’anno è stimato intorno ai 2300 miliardi di euro.

Ovviamente un debito di queste dimensioni pone interrogativi sulla sua sostenibilità nel medio-lungo periodo. Si tratta di quella che in gergo viene chiamata sostenibilità del “servizio del debito”; con questa locuzione si intende il pagamento degli interessi e il rimborso del principale.

La percezione che hanno i mercati di questa “sostenibilità” determina la percezione del “rischio Italia”; ciò, a sua volta, determina il livello del tasso di interesse, mediamente pagato dagli investitori, per sottoscrivere titoli del debito pubblico italiano. Poiché rimborsiamo debito facendo altro debito la credibilità del Paese è fondamentale.

Ebbene un recente importante articolo del ‘Financial Times’, per la verità ben poco valorizzato dalla stampa italiana, rivela che i grandi investitori internazionali starebbero spostando capitali dai titoli francesi verso quelli italiani, ribaltando una gerarchia sul merito del debito pubblico europeo che sembrava consolidata da anni.

Il quotidiano economico-finanziario britannico segnala che per gran parte dell’estate il rendimento del BTP decennale (e cioè il rendimento che lo Stato italiano ha dovuto pagare ai sottoscrittori di questi titoli) è stato inferiore a quello francese. Si tratta del segnale che gli investitori richiedono ormai un premio maggiore per prestare denaro a Parigi piuttosto che a Roma. È quindi la Francia, con la sua crisi politica ed economica, che ha sostituito l’Italia nelle preoccupazioni sulla sostenibilità del debito europeo.

A cambiare il giudizio su Roma, osserva FT, è stato il rigore nella gestione dei conti e, citando testualmente, “una fase insolitamente lunga di stabilità politica. Nonostante i timori iniziali del mercato riguardo ad una possibile spesa pubblica eccessiva e a un approccio intransigente nei confronti di BXL, la premier Giorgia Meloni e il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti hanno ottenuto il plauso degli investitori obbligazionari per la loro rigorosa disciplina fiscale”.

In effetti, come ricordato da FT, il deficit italiano è sceso dall’8% del PIL nel 2022, a poco più del 3% lo scorso anno, consentendo all’Italia di poter uscire dalla procedura sanzionatoria europea per eccesso di debito. Il rapporto Debito/PIL italiano è sceso dal 154% del 2020 al 139% di quest’anno: sempre alto ma con una forte tendenza al ribasso, contrariamente a ciò che accade in Francia dove questo rapporto è salito dal 114% al 117%.

L’Italia registra inoltre, da molti anni, un sistematico avanzo primario, che significa che al netto delle spese per interessi le entrate superano sempre le uscite.

I mercati finanziari sono come sismografi, e registrano immediatamente la migliore reputazione finanziaria di una Nazione.

Il 22 ottobre 2022, ultima seduta delle borse prima dell’insediamento del nuovo Governo lo spread BTP-Bund a 10 anni era circa 234-236 punti base. Alla chiusura del 28 agosto 2026, pochi giorni fa, siamo a 82-83 punti base. In pratica lo spread in questi anni si è ridotto di quasi 2/3. Ciò significa che vi è stata una riduzione della spesa per interessi molto grande. Si stima che il beneficio per le casse dello Stato si aggiri intorno ai 50 miliardi di euro l’anno. Pensate cosa sarebbe successo in termini di maggiori tasse e taglio delle spese senza questa gigantesca riduzione dello spread.

Passiamo ora ad affrontare l’altro grande problema dell’economia italiana e cioè la crescita troppo bassa. Vi è un legame molto importante tra il debito (e la sua sostenibilità) e la crescita. È infatti evidente che se il denominatore (il PIL) cresce più del numeratore (e cioè il debito) la situazione migliora anche in presenza di una crescita in valore assoluto del debito.

L’opinione generale è che per lungo tempo l’Italia sia stato il fanalino di coda dei Paesi europei in quanto a crescita, e che la tendenza anche negli ultimi anni non sia cambiata. Il giudizio almeno in parte è sommario, e qualche volta propagandistico. Innanzitutto bisogna ricordare che dall’ultimo trimestre pre-covid (il quarto del 2019) ad oggi il PIL italiano è cresciuto del 7,7% , tra i migliori risultati in Europa; quello tedesco registra un modesto + 1,9%. Inoltre negli ultimi mesi e settimane si sta registrando, rispetto alle previsioni europee e internazionali, una correzione verso l’alto della crescita del PIL italiano nel 2026.

Rispetto alla previsione precedente dello 0,6% dell’ISTAT, lo stesso istituto ha portato la crescita già acquisita per il 2026 allo 0,8%. Ancora più interessante è la previsione dell’Ufficio parlamentare di Bilancio (UPB) che ad agosto ha rivisto la crescita prevista per il 2026 al +0,9% rispetto alla precedente previsione di aprile, che non superava lo 0,5%. Io sono pronto a scommettere, e la sensazione mi viene dalle tendenze dell’industria, che nonostante le crisi internazionali ha ripreso a tirare, che con un po’ di fortuna si potrebbe raggiungere un +1%.

Tale migliore crescita è imputata dagli analisti a investimenti più forti, spinti forse dalla fase finale del PNRR, e dallo sblocco finalmente del 5.0, dalla ripresa sia pure lenta della Germania che è il nostro primo mercato di sbocco, e in generale da un andamento dell’export ancora migliore del previsto. Continuiamo infatti, mese su mese, ad essere il quarto esportatore del mondo, superando ormai sistematicamente il Giappone che ha 124 milioni di abitanti e uno degli apparati industriali più importanti del globo.

Ma anche così non ci si può accontentare. Bisogna crescere di più e bisogna far crescere di più la domanda interna perché non si può costruire la crescita di cui abbiamo bisogno per reggere il nostro debito basandoci solo sulla domanda estera.

Il tema è quale debba essere la ricetta per crescere di più. Questo dovrebbe essere il vero confronto della prossima campagna elettorale.

Contenimento del debito e crescita sono, o almeno dovrebbero essere, obiettivi bipartisan. Il confronto va fatto sui contenuti delle politiche per ottenerli, e il giudizio degli elettori dovrebbe essere basato non su promesse vaghe o su ricette improbabili, ma sulla credibilità e sulla coerenza delle proposte. Sarà possibile farlo? 

Bisogna richiamare tutti al senso di responsabilità e concretezza verso gli interessi nazionali. Solo così possiamo aspirare ad essere un grande Paese.

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