di ANTONIO GOZZI
In questo periodo di brevi vacanze ho avuto la fortuna di trascorrere una serata con un caro amico quarantenne che fa di professione, con grande successo, il giocatore di carte (in particolare di bridge). È uno insomma molto bravo, che partecipa a tornei nazionali e internazionali, e la cui vita è un allenamento continuo della mente al gioco, alle sue regole, alla sua incertezza.
Abbiamo passato qualche ora a ragionare insieme su processi decisionali e psicologici confrontando esperienze reciproche di decisioni ovviamente assunte in ambiti differenti ma che mostrano una grande analogia tra gioco e decisioni economiche. Non è un caso che venga insegnata nelle Università di economia e di management una materia che va sotto il nome di “Teoria dei giochi e delle decisioni”.
La mia curiosità su questi argomenti è massima. Ne ho studiato un po’ da professore universitario, ma soprattutto ho visto mia madre Anna e i miei zii (Pinuccia e il compianto Bruno) giocare a carte tutta la vita e pur non sapendo io giocare a nulla sono rimasto ore a guardarli e a studiare i loro comportamenti e le loro reazioni psicologiche.
Il bridge, ma anche il poker, sono ottimi piccoli laboratori di teoria delle decisioni, delle serre di processi decisionali “bonsai”, e molte delle loro logiche hanno analogie molto forti con economia, strategia aziendale, investimenti e management.
L’analogia riguarda non tanto il gioco delle carte (palestra nella quale la dote principale è, a mio giudizio, la capacità mnemonica di ricordarsi quelle che sono passate sul tavolo da gioco), ma un’altra caratteristica fondamentale: anche nel gioco, come nell’attività economica e di impresa, si devono prendere decisioni disponendo di informazioni incomplete, in uno stato di incertezza, cercando di intuire e prevedere ciò che gli altri (gli avversari) sanno e faranno. E spesso si è soli a farlo.
Io giocatore non conosco le carte degli altri, così come io imprenditore non conosco perfettamente mercato, concorrenti e domanda futura: ma tutti e due cerchiamo di farcene una probabilistica rappresentazione.
Nel bridge c’è un bel passaggio che è la “dichiarazione” che i giocatori si fanno prima dell’inizio del gioco. Si gioca due contro due. Io non vedo le carte del mio compagno, ma attraverso la dichiarazione cerco, con un linguaggio convenzionale di segnali, che però anche gli avversari ascoltano e spesso comprendono, di fargli o di fare insieme una rappresentazione delle carte che abbiamo in mano e quindi della nostra forza relativa o della nostra debolezza relativa.
Il bello della dichiarazione è che non posso dichiarare il falso (bluff): se ho carte deboli non posso dichiarare di essere fortissimo, o viceversa; non posso farlo perché il costo del bluff è altissimo e quindi non conviene. Se mi allontano tanto dal risultato in qualche modo prefigurato dalla dichiarazione pagherò infatti un prezzo altissimo. Il sistema converge verso un gioco giusto: sarò giudicato sul massimo che saprò fare con le carte che ho in mano, siano esse deboli o forti.
L’analogia con l’impresa qui è molto grande. È ovvio che a chiunque piacerebbe avere impianti, e asset in genere, super performanti tali da dargli una posizione dominante e sempre vincente. Nell’industria di base, come ad esempio quella dell’acciaio, questa posizione viene chiamata del best cost producer e cioè di quello che per impianti, location, costo dei fattori, efficienza operativa ha i costi più bassi di tutta la concorrenza. Un’impresa siffatta sarà l’ultima a perdere quando il ciclo è basso, e tutti i concorrenti perdono, e sarà quella che guadagna di più nella buona congiuntura.
Ma questa situazione è eccezionale; la realtà è fatta, come nelle normali partite di bridge, da situazioni intermedie; e in queste situazioni devo far vedere quanto valgo con la mia bravura tenuto conto della mia posizione competitiva e dei miei asset.
Potremmo continuare per ore con le analogie.
In particolare sarebbe interessantissimo approfondire la distinzione principale nelle analogie tra poker e bridge.
Il poker con una maggiore asimmetria nelle informazioni (qui non c’è dichiarazione) rappresenta un’analogia particolarmente buona per mercati, negoziazioni, trading e strategia competitiva.
Il bridge invece, con la sua condivisione di informazioni e con la sua maggiore complessità, può diventare un’analogia ancor più ricca per management, organizzazioni, team e processi decisionali aziendali.
Nella conversazione con il mio amico giocatore professionista mi hanno infine colpito altre due considerazioni.
La prima riguarda il legame tra la performance dei giocatori e la loro “fame”. Non si tratta solo di situazione di bisogno economico, ma forse e soprattutto di bisogno psicologico. Il campione è totalizzato da ciò che fa, pensa solo a vincere, 24 ore su 24, ed in questa sua ossessione di vittoria è capace di esprimere durante il gioco, ma non solo, una concentrazione totale. Una concentrazione così forte e totale da battere tutti gli avversari.
Chi ha conosciuto uomini di business di successo e molto performanti spesso si è imbattuto in persone per le quali il business è tutto; è l’unico vero interesse della vita. Si tratta spesso di persone dotate anche di straordinaria forza fisica, nervosa e psicologica. Ciò consente loro di sopportare tempi di lavoro durissimi che, spesso, si prolungano all’infinito in mezzo a tensioni e imprevisti.
È nota la risposta che al riguardo Stavros Niarchos, il famoso armatore greco, diede a un giornalista che gli chiedeva della ragioni del suo successo rispetto ai concorrenti: “Semplice: io lavoro anche il sabato e la domenica, i miei concorrenti no…”.
La seconda considerazione riguarda l’interazione tra giocatori professionisti e IA, che già esiste e sarà sempre più comune nei prossimi anni.
L’esempio è bello perché sottolinea la forza dell’interazione tra giocatore e IA. L’IA non è utile per risolvere i problemi semplici e di base, per questo non ce n’è bisogno. Ciò che è importante per utilizzare bene lo strumento e aumentare il valore del giocatore è il dialogo continuo tra giocatore stesso e IA. Il dialogo e l’interazione sono sull’originale modello di gioco del giocatore professionista, sulle sue possibili varianti, sui suoi punti di forza e di debolezza. In questo c’è un esercizio che amplia e rafforza il vantaggio competitivo e che a mio giudizio dovrebbe rendere questo accumulo conoscitivo, questo scambio continuo tra uomo e macchina, assolutamente esclusivi e non divulgabili.
A me questa cosa ricorda la necessità, di cui più volte ho parlato, che l’avvento dell’IA nella manifattura italiana salvaguardi l’esclusività dell’expertise e del savoir faire che spesso costituiscono il successo del made in Italy e del suo “bello e ben fatto”. Se i cinesi mettono le mani su questa roba grazie a piattaforme aperte siamo fritti.
Il mio amico, almeno a parole, non ha paura che suoi competitor usino la sua piattaforma IA perché non è detto che siano capaci come lui a interagire con la piattaforma e a sfruttarla al massimo. Non tutti sanno portare una Ferrari in pista sfruttandone al massimo le sue potenzialità.
Nell’industria purtroppo non è proprio così.