di ANTONIO GOZZI
La crisi di Hormuz, con il blocco navale dello stretto che non si riesce a risolvere e che ha drasticamente ridotto le esportazioni di petrolio e gas dal Golfo verso il resto del mondo, sta provocando una nuova crisi energetica globale. Anche le scorte a poco a poco si stanno assottigliando e i prezzi degli idrocarburi aumentano di giorno in giorno colpendo famiglie e imprese.
Quando i prezzi delle commodities salgono, è normale che i produttori e i commercianti delle stesse guadagnino di più, perché in qualche misura hanno potere di influenza sui prezzi e sfruttano isteresi temporali lungo la linea di formazione dei prezzi stessi (anticipazione degli aumenti, e ritardo nei ribassi se i prezzi diminuiscono).
I risultati degli ultimi mesi delle compagnie energetiche stanno lì a testimoniarlo.
In questo contesto vari stati europei – Germania, Italia, Austria, Spagna, Portogallo e Polonia – hanno proposto alla Commissione di tassare gli extraprofitti delle compagnie petrolifere. Tale proposta ha incontrato la resistenza della Commissione Europea, che ha ribadito il concetto secondo il quale la tassazione è di competenza degli Stati membri.
Il Governo italiano insiste sulla necessità di un coordinamento a livello europeo per evitare asimmetrie di mercato che potrebbero penalizzare i grandi operatori nazionali (Eni, Enel, le grandi municipalizzate ecc.) rispetto ai competitors internazionali.
Le opposizioni, Elly Schlein in testa, chiedono che il governo passi dalle parole ai fatti e, anche sulla base della risposta della Commissione, tassi subito i così detti extraprofitti in modo da poter finanziare altri provvedimenti straordinari necessari a ridare fiato all’Italia.
Il concetto di extraprofitto è scivoloso.
Abitualmente si intende per “extraprofitto” un profitto che supera quello considerato “normale” per un’impresa di un determinato settore. Ma che cosa è un profitto normale?
Le varie legislazioni nazionali e internazionali di antitrust e sulla tutela del mercato provvedono già a controllare profitti che derivino da posizioni dominati o monopolistiche. In questo caso la condizione è però diversa. Le grandi compagnie petrolifere ed energetiche sono certamente operatori di un mercato oligopolistico ma i loro alti guadagni di oggi derivano da una situazione di mercato particolare che effettivamente, come si è detto, le favorisce. Non compiono illeciti: semplicemente sfruttano la congiuntura, e questo in qualche modo fa parte delle regole dell’economia di mercato. Certo la situazione è influenzata da fatti straordinari, come guerre e contesti geopolitici tesi, ma purtroppo nel mondo di oggi questo fa parte della normalità, e non è detto che queste crisi generino sempre “extraprofitti”, perché in molti casi generano anche extra perdite.
Ma se crescono i profitti di queste imprese cresce ovviamente il gettito fiscale sia sotto forme di imposte dirette che indirette (Iva in particolare) e quindi lo Stato ha già maggiori risorse da destinare a obiettivi prioritari.
Inoltre le grandi imprese energetiche stanno affrontando una non facile transizione che da un lato le spinge sempre di più a investire in fonti e tecnologie decarbonizzate (rinnovabili, nucleare di quarta generazione, nucleare da fusione, carbon capture ecc.) dall’altro le richiama, ad esempio in Europa, a re-investire in raffinerie che da noi sono state chiuse sull’onda dell’estremismo del green deal, ma che oggi tornano strategiche: in Europa è mancato di recente il jet fuel perché ormai le raffinerie di questo carburante sono tutte nel Golfo, e quindi soffrono dell’imbottigliamento di Hormuz.
Alla luce di questi fatti giustamente è stato detto che le imprese e i decisori politici europei non possono ridursi a misure solo emergenziali di riduzione degli shock energetici o a interventi punitivi che scoraggino gli investimenti. È necessario invece, in un quadro sempre più urgente di autonomia strategica, combinare scorte strategiche, incentivi alla riconversione e modernizzazione e/o ricostruzione della capacità di raffinazione europea, strumenti di copertura del rischio logistico e meccanismi di dialogo e di collaborazione con nuovi grandi fornitori africani. Partendo dalla realistica constatazione che, nonostante le rinnovabili, il gas sarà ancora necessario per molto tempo.
Aurelio Regina, il vice-presidente di Confindustria con delega all’Energia ha dichiarato, e io condivido la sua posizione: “La proposta di tassare gli extraprofitti è una proposta qualunquistica da campagna elettorale. Denota una politica senza idee. Sono proposte che durano lo spazio di qualche settimana e rischiano di produrre più danni di quanti ne risolvano. A mio avviso il Governo non la introdurrà, ma il fatto che se ne parli denota che siamo già in campagna elettorale”.