di LORENZO CASTELLANI e GAETANO QUAGLIARIELLO *
Con Il Principe e la Repubblica abbiamo cercato di raccontare gli ottant’anni della democrazia italiana come storia di una Costituzione vivente, fatta non solo di articoli e commi ma di partiti, governi, magistrature, burocrazie, corpi intermedi, vincoli internazionali. La Repubblica, in questo senso, è il risultato in continuo divenire dei rapporti di forza tra questi attori: dalle origini degasperiane al consociativismo, dal bipolarismo imperfetto al tripolarismo dell’ultimo decennio.
La nostra analisi si concentra sul versante istituzionale e politico: come si sono formati e trasformati gli equilibri tra Parlamento, esecutivo, Presidenza della Repubblica, sistema dei partiti, magistratura, livelli sovranazionali. Ma proprio questa impostazione ci rende particolarmente sensibili a un’obiezione giusta, che Antonio Gozzi ha posto con chiarezza: gli ottant’anni della Repubblica non possono essere raccontati solo come storia di istituzioni, terrorismi, mafie e diseguaglianze, dimenticando il più grande processo di trasformazione economica e sociale della storia nazionale (leggi qui l’editoriale).
Gozzi ricorda – con una serie di dati che sarebbe irresponsabile ignorare – che l’Italia del 1946 è un Paese povero, agricolo, con alti tassi di analfabetismo, infrastrutture distrutte, un’industria concentrata nel triangolo del Nord. In pochi decenni, il reddito pro capite reale si moltiplica, gli occupati in agricoltura si riducono a una frazione, l’analfabetismo scompare, la mortalità infantile crolla, la speranza di vita cresce di quasi vent’anni. È il “miracolo italiano”, frutto di una combinazione originale: grande impresa pubblica (IRI, ENI, poi ENEL, Finmeccanica), capitalismo privato diffuso, rivoluzione dei distretti di piccole e medie imprese, grande industria come la FIAT, accompagnate da uno straordinario sforzo infrastrutturale.
In questo quadro, figure come De Gasperi, Einaudi, Mattei – che Gozzi individua come protagonisti decisivi – non sono solo biografie esemplari ma veri snodi della nostra stessa storia costituzionale materiale. De Gasperi guida la transizione, lega la ricostruzione al radicamento occidentale e europeo dell’Italia, e tenta, con la riforma elettorale del 1953, di dare un assetto più stabile alla forma di governo. Einaudi incarna una cultura della stabilità monetaria, del bilancio prudente, del ruolo del risparmio e dell’iniziativa privata, che condiziona a lungo le scelte di politica economica. Mattei, infine, è il simbolo di un capitalismo di Stato che fa dell’energia a buon prezzo una leva di potere e di sviluppo, e che incide sulla collocazione internazionale del Paese non meno di molti trattati.
Quello che Gozzi fa per l’economia – riportare al centro protagonisti e strutture del miracolo produttivo italiano – noi abbiamo cercato di farlo per la politica. Le stesse figure che sorreggono il decollo economico del Paese sono anche i cardini di una visione positiva dell’Italia come democrazia occidentale aperta, capace di integrare mercato, Stato e proiezione internazionale. Accanto a De Gasperi ed Einaudi, i tecnocrati del primo dopoguerra come Menichella e la generazione di riformatori che accompagna le scelte di apertura europea costruiscono un equilibrio peculiare tra intervento pubblico, disciplina finanziaria, promozione dell’impresa, che è parte integrante della nostra Costituzione materiale. È in questa integrazione tra architettura istituzionale, politica economica e collocazione internazionale che si radica la specificità del modello repubblicano.

Dal nostro punto di vista, la storia del miracolo economico – così come la racconta Gozzi, insistendo sulla forza delle imprese pubbliche e private, sul ruolo dei distretti, sul tessuto di piccola e media impresa familiare – non è un capitolo “a parte” rispetto alla storia politica e istituzionale della Repubblica. È uno dei suoi presupposti fondamentali. La Costituzione materiale italiana si forma infatti anche sulla base di questa traiettoria: la crescita straordinaria degli anni Cinquanta e Sessanta permette agli equilibri consociativi di reggere; la crisi del grande capitalismo pubblico e la fine della stagione delle Partecipazioni statali contribuiscono alla decomposizione della Prima Repubblica; la capacità di adattamento del tessuto delle PMI rende meno catastrofica, ma più asimmetrica, la lunga transizione successiva.
È vero che molte narrazioni pubbliche, soprattutto in occasione degli anniversari, cedono alla tentazione di una retorica pessimista o moralistica, che guarda al capitalismo italiano solo come fonte di rendite, corruzione, storture. Ma sarebbe altrettanto parziale una lettura puramente celebrativa, che dimenticasse gli squilibri territoriali, i ritardi del Mezzogiorno, le fragilità del nostro modello di crescita. Per questo ci sembra importante tenere insieme i due piani: da un lato, le energie di un capitalismo diffuso che ha saputo reinventarsi più volte; dall’altro, le responsabilità di istituzioni che spesso non hanno saputo accompagnare quella trasformazione con riforme adeguate dello Stato, dell’amministrazione, del welfare, della rappresentanza.
Se c’è un messaggio che vorremmo trarre dall’incrocio tra il nostro lavoro e la riflessione di Gozzi, è proprio questo: la Repubblica italiana è stata, in questi ottant’anni, il punto di incontro – spesso conflittuale, talvolta virtuoso – tra un “Principe” frammentato e mutevole e una società capace di produrre crescita, innovazione, mobilità sociale. Raccontare solo l’uno o solo l’altra significa non capire come e perché il Paese sia riuscito a passare da nazione povera a potenza industriale avanzata, e perché oggi fatichi a ritrovare una traiettoria di sviluppo robusta.
Alle giovani generazioni non serve un racconto consolatorio, né un processo permanente alla storia nazionale. Serve la consapevolezza che il miracolo italiano è esistito davvero, che ha avuto protagonisti nelle istituzioni e nelle imprese, e che i suoi limiti e le sue contraddizioni sono parte integrante della nostra Costituzione materiale. Solo da questa consapevolezza può nascere un nuovo patto tra Repubblica e società, capace di coniugare ancora una volta crescita, coesione e democrazia.
(* docenti all’Università Luiss Guido Carli di Roma)