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Giovedì 11 giugno 2026 - Numero 430

Gli 80 anni della Repubblica raccontati senza spiegare il miracolo italiano e senza parlare mai di imprese

La molla che muoveva i nostri nonni e i nostri padri era il bisogno, e la ferma determinazione a far sì che la vita dei propri figli fosse migliore della loro. Questa aspirazione è stata la straordinaria spinta dello sviluppo e della crescita italiana
La Fiat è stata uno dei simboli più evidenti del miracolo italiano
La Fiat è stata uno dei simboli più evidenti del miracolo italiano
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di ANTONIO GOZZI

La ricorrenza degli 80 anni dalla nascita della Repubblica italiana ha costituito l’occasione per molte narrazioni e riflessioni sulla vicenda nazionale e sui suoi esiti a partire dal referendum del 2 giugno 1946.

La maggior parte, forse la totalità, di questi racconti e riflessioni, compresa quella organizzata dalla Presidenza della Repubblica con lo spettacolo della sera del 2 giugno sulla piazza del Quirinale a cui ho avuto l’onore di essere invitato, si sono prevalentemente soffermati, anche con qualche omissione che si poteva evitare, sull’evolversi della vicenda istituzionale, politica e sociale e sui grandi drammi che l’hanno caratterizzata, dal terrorismo di destra e di sinistra, alle mafie e alla criminalità  organizzata, alle persistenti diseguaglianze sociali.

Poco o nulla è stato detto, invece, sull’aspetto che io giudico il più importante e cioè quello economico, con l’imponente crescita del Paese durante gli ottanta anni della Repubblica, uno sviluppo che ha veramente cambiato la vita materiale del popolo italiano.

Eppure la vicenda è straordinaria, e merita di essere ricordata continuamente per rimarcare la forza, il coraggio, la creatività, la fatica che gli italiani hanno saputo esprimere, trasformando un Paese povero in una delle principali nazioni del mondo, e per valorizzare la fiducia che questa nostra storia può trasmettere alle giovani generazioni.

La fotografia dell’Italia del 1946 è quella di un Paese molto povero, con una popolazione attiva prevalentemente occupata in agricoltura (il 40-45%), con un grande numero di analfabeti (il 13-15% della popolazione ma con punte altissime nel Mezzogiorno), con una quasi totale assenza di infrastrutture e di collegamenti, un’industria prevalentemente concentrata a nord (il famoso triangolo industriale Torino, Milano, Genova) con gli impianti gravemente danneggiati dalla guerra.

Se si fa il confronto di alcuni parametri economici fondamentali con la situazione odierna si resta a bocca aperta. 

Il reddito pro-capite reale degli italiani è cresciuto di 5 volte; gli occupati in agricoltura, che erano il 40-45% della popolazione attiva, sono oggi il 4%; l’analfabetismo è praticamente scomparso; la mortalità infantile, che all’inizio degli anni 50 era intorno al 60-70 per mille, oggi è scesa a circa il 2,7 per mille: vale a dire che su 100.000 bambini nati nel 1946 circa 6000-7000 morivano nel primo anno di vita per polmoniti, gastroenteriti, malattie infettive, complicazioni del parto. Oggi sullo stesso numero di neonati ne muoiono 250-300 entro il primo anno di età. Sulla speranza di vita il confronto è altrettanto straordinario: nel 1946 l’aspettativa di vita era all’incirca 65 anni, oggi è circa 83-84 anni. I 18-19 anni in più derivano da una serie di elementi connessi alla crescita e al progresso del Paese: acqua potabile, fognature, vaccinazioni, antibiotici, migliore alimentazione, abitazioni più sane e riscaldate, istruzione femminile, riduzione della povertà estrema.

In altre parole, dal 1946 prende il via il più grande recupero economico e sociale della storia italiana. La crescita tra il 1946 e il 1973 sarà così poderosa e eccezionale da essere spesso definita “il miracolo italiano”. Si pensi che tra il 1950 e il 1973 il PIL reale (cioè deflazionato) cresce mediamente del 6% l’anno (e tra il 1946 e il 1956 dell’8% l’anno); la produzione industriale accelera in modo impressionante. In altre parole, da Paese povero e distrutto dalla guerra l’Italia diventa una delle nazioni economicamente più importanti del mondo. 

Sarebbe stato bello, nelle varie commemorazioni e racconti degli 80 anni della Repubblica, ascoltare una riflessione su questo “miracolo” che raccontasse alle giovani generazioni le sue origini, le sue caratteristiche, le sue determinanti. Non è stato così. 

Ciò perché l’impostazione prevalente dei commentatori segue sempre e comunque un’intonazione pessimista, ipercritica nei confronti della storia d’Italia, spesso segnata da un moralismo che vede nella crescita economica e nella formazione di ricchezza l’opera del demonio. 

E allora proviamoci noi, a spiegare ai giovani le ragioni e le determinanti principali del miracolo italiano, dalla lettura delle quali ben si comprende l’originalità del modello di sviluppo del nostro Paese. Originalità basata sull’intreccio di vari elementi: lo spessore della sua tradizione culturale, la compresenza di capitalismo pubblico e di capitalismo privato, la forza e la creatività delle piccole e medie imprese famigliari, il valore assoluto di alcuni protagonisti (tra tutti De Gasperi, Einaudi e Mattei).

Il primo elemento da considerare in questa analisi è che l’Italia del 1946 è sì un Paese povero ma comunque dotato di un capitale umano di prim’ordine grazie a una tradizione tecnica e ingegneristica esistente da tempo, a buone università, ad una cultura manifatturiera già sviluppata, ad una struttura imprenditoriale esistente anche se geograficamente concentrata. Non si partiva da zero, insomma.

Il secondo elemento da considerare (e questa è probabilmente l’unica eredità di valore lasciata dal fascismo, insieme al Codice Civile) è il sistema delle grandi imprese pubbliche: IRI, ENI, Finmeccanica, che con la loro attività, le loro disponibilità finanziarie e i loro investimenti strutturano il sistema industriale italiano del secondo dopoguerra specie in alcuni settori chiave come acciaio, energia, chimica, telecomunicazioni, cantieristica, grandi infrastrutture, dove il capitalismo privato non ce la fa.

In particolare l’azione dell’ENI, e dopo gli anni 60 dell’Enel, hanno consentito al Paese, quasi del tutto privo di risorse naturali energetiche, di disporre di energia relativamente a buon prezzo, il che ha costituito un importante vantaggio competitivo per l’industria italiana.

Il terzo elemento è il già ricordato ruolo delle piccole e medie imprese di proprietà famigliare, che sono una delle caratteristiche più originali dello sviluppo italiano. Negli anni ’50 e ’60 ne nascono migliaia, nella meccanica, nella siderurgia a forno elettrico, nel tessile, nell’arredamento, nella ceramica, nell’alimentare ecc. Si incominciano in quegli anni a formare i “distretti industriali”, forme di aggregazione territoriale sinergica di PMI. I distretti aiutano in maniera innovativa a raggiungere una dimensione maggiore attraverso la cooperazione tra imprese, e non costituiranno soltanto uno straordinario vantaggio competitivo per l’export italiano, che ancora oggi ha risultati eccezionali, ma rappresenteranno anche una delle più belle esperienze di forza inclusiva del capitalismo privato nazionale.

Il quarto elemento del miracolo è certamente l’enorme sforzo che lo Stato ha profuso (soprattutto tramite sue controllate IRI, FFSS, ENEL) nella realizzazione di autostrade e grandi infrastrutture ferroviarie, portuali, nelle reti elettriche. Senza quell’enorme sforzo infrastrutturale l’Italia di oggi non sarebbe un Paese moderno.

Il quinto elemento di modernizzazione e industrializzazione del Paese è stata la FIAT, non solo perché con le sue utilitarie ha reso possibile la mobilità di massa anche per le classi meno abbienti, ma anche perché l’industria dell’auto è stata un moltiplicatore di crescita formidabile per altri settori chiave come l’acciaio, la chimica, la meccanica.

Il sesto elemento è rappresentato dai protagonisti. Il vecchio Nenni diceva che le idee camminano sulle gambe degli uomini (e delle donne). L’individuazione di protagonisti è sempre un esercizio rischioso. La storia d’Italia ha avuto in questi ottant’anni innumerevoli eroi in tutti i campi di attività. 

Mi assumo la responsabilità di indicare quelli che a mio giudizio sono stati fondamentali per “il miracolo economico italiano”. Si tratta di uomini delle istituzioni e di uomini di impresa che, con la loro visione e le loro azioni, hanno segnato la storia d’Italia. Le rievocazioni hanno quasi del tutto colpevolmente dimenticato questi protagonisti. 

Il primo protagonista per me è Alcide De Gasperi, probabilmente la figura politica più importante dell’Italia del dopoguerra. Leader della Democrazia Cristiana, fu Presidente del Consiglio quasi ininterrottamente dal 1945 al 1953, e guidò il Paese nella fase più delicata della sua storia contemporanea: ricostruzione, passaggio da monarchia a repubblica, stabilizzazione economica, scelta di collocazione dell’Italia nel blocco occidentale, primi passi dell’integrazione europea.

Il secondo protagonista è Luigi Einaudi, probabilmente il più grande economista italiano del XX secolo e anche lui figura decisiva della rinascita economica del dopoguerra. Era un liberale classico profondamente convinto che la stabilità monetaria fosse un bene pubblico fondamentale, che il bilancio pubblico dovesse essere gestito con prudenza e che il risparmio e l’iniziativa privata fossero il motore dello sviluppo. La sua idea era semplice: prima si crea la ricchezza e poi la si distribuisce. Sotto la sua guida della politica economica italiana, si riuscì a debellare l’inflazione e a ridare stabilità e credibilità alla lira. Fu il secondo Presidente della Repubblica italiana, dal maggio del 1948 al maggio del 1955.

Il terzo protagonista fu Enrico Mattei, una delle figure più affascinanti della storia economica italiana. Se De Gasperi rappresenta la ricostruzione politica e Einaudi la stabilizzazione economica, Enrico Mattei rappresenta la vitalità e lo spessore del capitalismo di Stato italiano e l’ambizione industriale e strategica dell’Italia del dopoguerra.

Chiamato a liquidare l’Agip, ritenuta un ente inutile, Mattei all’opposto la rilanciò e costruì intorno ad essa un grande gruppo energetico nazionale. Mattei capì una cosa fondamentale valida ancora oggi: senza energia competitiva non è possibile una vera industrializzazione. L’Italia era povera di risorse energetiche, per questo Mattei cercò accordi diretti con i Paesi produttori di petrolio e gas, e cambiò il paradigma del rapporto con questi Paesi proponendo loro condizioni molto più favorevoli di quelle fino ad allora garantite dalle grandi compagni petrolifere occidentali, le cosiddette ‘sette sorelle’. Ciò consentì di mettere in sicurezza l’approvvigionamento energetico italiano. Taluni storici ritengono che senza il lavoro di Mattei il miracolo economico italiano sarebbe stato molto più difficile.

La modernità della sua figura è tale, specie nel rapporto con i Paesi Africani, che il governo Meloni ha ritenuto di intitolare a lui una grande iniziativa di cooperazione e sviluppo dell’Italia nei confronti di quell’area del mondo, il ‘Piano Mattei’.

Il quarto protagonista senza nome è rappresentato dalla moltitudine di piccoli imprenditori che hanno creato il capitalismo privato italiano e lo hanno portato vivo e vegeto fino ad oggi. Nonostante la crisi delle Partecipazioni Statali degli anni ’90, e la crisi delle grandi famiglie del capitalismo privato nazionale sempre negli anni ’90, entrambe conseguenza di Tangentopoli e delle inchieste della magistratura, che con i loro eccessi misero in ginocchio l’intera struttura della grande impresa italiana, l’industria nazionale si è rialzata e oggi macina successi come dimostra l’eccezionale livello di export della nostra manifattura.

Quella rinascita è dovuta soprattutto alle PMI, molte delle quali sono diventate multinazionali tascabili. Se non ci fosse stato quel tessuto di imprese creative, innovative, diversificate in molti settori, capaci di crescere dimensionalmente, di scalare i mercati internazionali, di migliorare e managerializzare la loro organizzazione, l’Italia oggi sarebbe molto più debole.

Questa è la storia che spiega perché l’Italia in 80 anni di Repubblica è riuscita a passare dall’essere un Paese povero all’essere una delle nazioni più importanti del mondo, con un miglioramento formidabile della qualità della vita della sua gente. Una storia bellissima da raccontare continuamente alle giovani generazioni per far comprendere cosa i loro nonni e i loro padri sono riusciti a fare per il Paese. E per far loro sapere che l’Italia è un grande e meraviglioso Paese che può ancora consentire importanti opportunità.

La molla che muoveva i nostri nonni e i nostri padri era il bisogno, e la ferma determinazione a far sì che la vita dei propri figli fosse migliore della loro. Questa aspirazione è stata la straordinaria spinta dello sviluppo e della crescita italiana.

Ma questa storia ai pessimisti e ai cultori di una visione sempre negativa dell’Italia non piace, e per questo non la raccontano.

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