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Giovedì 4 giugno 2026 - Numero 429

Viaggio nel cuore di Odessa, tra quella fortissima voglia di Europa del popolo ucraino

L’Occidente, se vuole, si fidi di ciò che gli viene chiesto dal Gabinetto di Guerra ucraino. Altrimenti faccia pure come vuole, ma non pensi di poter influenzare ciò che gli ucraini vogliono davvero: difendersi
Un panorama della città di Odessa appena dopo un bombardamento da parte dei russi
Un panorama della città di Odessa appena dopo un bombardamento da parte dei russi
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di MANFREDI MUMOLO *

Il 20 febbraio è cominciato il viaggio della missione di Europa Radicale verso Odessa. Un gruppo di una quindicina di persone, variamente assortito: ex-parlamentari europei, attivisti, madri di famiglia, giovani studenti. Un insieme di persone unite dalla volontà di andare lì dove qualcosa, ancora, sta succedendo. Di Odessa, dell’Ucraina ormai se ne parla sempre di meno. Si finisce, almeno qui in Italia, per dare per scontata la resistenza di un popolo che ogni giorno, nella sua totalità – da Kiev, a Leopoli, a Kherson, a Odessa – vive di bunker antiaerei, sirene di allarme, alimenti razionati sugli scaffali dei supermercati, e che però affronta la propria quotidianità cercando di adeguarsi alle condizioni in cui si trova. 

Attenzione però, gli ucraini non si sono assuefatti alla guerra, piuttosto rafforzano giorno dopo giorno la loro convinzione di star facendo la cosa giusta, di non voler cedere a nessuna condizione. E così scelgono di andare avanti. Fa strano parlare di un popolo come una entità unica, senza distinzioni, ma così credo sia giusto fare in questo caso. Toccando con mano il tessuto sociale di questo Paese, parlando con tutti indiscriminatamente, dalla vedova di guerra al giovane studente che arrotonda facendo il cassiere di un supermercato, dall’impresario di import-export con l’Italia al pescatore che tiene il suo misero banco sul ciglio del marciapiede, nessuno mette in discussione la scelta di resistere. Del resto, dopo quattro anni sono ancora lì, a combattere contro un nemico che ai loro occhi appare molto più ricco e molto più forte. 

Il volo preso da Roma è in direzione Chisinau. Non perché ci sia molto di interessante in questa città, ma perché di fatto è diventato un luogo di passaggio necessario verso la parte meridionale dell’Ucraina. Non ci sono, infatti, voli diretti: gli aeroporti civili sono stati resi inservibili da anni dall’esercito russo. E i cieli sono infestati da droni.

Nella capitale moldava, Europa Radicale ha organizzato un sit-in assieme ad una organizzazione omologa moldava, per promuovere il percorso della Moldavia verso l’Unione Europea. È, infatti, ufficialmente dal 2022, un Paese candidato all’ingresso nell’Unione. È chiaro come i negoziati di adesione siano stati accelerati dalla necessità di sicurezza nel contesto del conflitto in Ucraina. È altrettanto chiaro, parlando con alcuni ragazzi, che i moldavi siano completamente proiettati verso l’Europa. In particolare le nuove generazioni. Sono loro che si occupano di politica, del resto. 

Ho conosciuto Daniela, 18 anni. Ha già vinto una borsa di studio per una università americana, dove realisticamente si recherà in autunno. È però, incredibilmente, ancora indecisa se partire o meno. Infatti fa parte di un board governativo che lavora insieme alla Danimarca per guidare il processo di integrazione verso l’ingresso nell’Unione Europea. Un ingresso che per loro è quasi scontato. Nonostante la corruzione endemica, stabili fatiscenti e un PIL pro-capite che rasenta a malapena i 4 mila dollari. Daniela è molto ricca, forse lo sarebbe anche per i nostri standard. È l’espressione della generazione Z moldava: pane, latte ed Europa. Si definisce, senza molti dubbi, “di destra”. Intendiamoci però, in Moldavia non c’è più nulla di ideologico, nulla ha a che fare realmente con retaggi comunisti o nazionalismi estremi. La comunità cosciente ed attiva politicamente si divide in due: destra e sinistra. Si votano i partiti socialisti e comunisti se si vuole l’influenza russa. E, a differenza della realtà ucraina, qui non sono pochi quelli che lo preferirebbero. Tra di loro, alcuni, scelgono di imparare il russo e renderlo la loro lingua madre, parlandolo in famiglia, a lavoro, con gli amici. In Moldavia si parla il rumeno. 

Dall’altra parte, chi vota a destra, la grande maggioranza del Paese, sceglie di essere altro. Cosa voglia essere forse non è chiarissimo, ma sicuramente non vuole essere russo. Vuole essere occidentale, europeo. Ancora una volta: Europa, Europa, Europa. Un mantra che sembra privo di significato, ma che per loro, invece, ha un peso valoriale consistente. Legato alla parola libertà. Ecco, forse il nucleo culturale di questi ragazzi, più che un certo simbolismo legato a retaggi del passato, è proprio la libertà. Non sono sicuro che abbiano le idee chiare, ma tanto basta: in un mondo – quello occidentale – che vive di domande prive di risposte, loro non hanno dubbi. 

La partenza per Odessa è prevista per il 22 febbraio. La carovana parte alla spicciolata, senza fretta. I pullman verso l’Ucraina sono moltissimi: dall’aeroporto di Chisinau ne parte in media uno ogni ora. Il viaggio dura cinque ore circa. Più di un’ora viene passata alla frontiera per fare i controlli, che sono particolarmente accurati. Arrivati ad Odessa nel tardo pomeriggio, veniamo accolti molto calorosamente dalla receptionist dell’albergo, che di turisti in visita, ci dice, non ne vedeva da anni. Ci indica le scale per il bunker dell’albergo. In pochi minuti, veniamo accolti – non altrettanto calorosamente – anche dalle sirene che indicano un possibile attacco. Giorni dopo scopriamo dai giornali italiani che quello specifico attacco delle cinque del pomeriggio ha ucciso quattro persone, tutte civili. Mentre poggiavamo le valige, quindi, siamo stati immediatamente catapultati nella normale quotidianità della popolazione di Odessa. Una quotidianità che, come anticipavo nelle poche righe di introduzione, è scelta prima ancora che accettata. Dalle storie, dalle impressioni e soprattutto dai volti delle persone che abbiamo incontrato emerge come siano del tutto coscienti e favorevoli a queste terribili condizioni. 

Cominciando una camminata nella città in direzione del centro, siamo circondati da palazzi distrutti o quasi totalmente disabitati. Fa impressione, in particolare, il porto. Scendendo per le famose scale del film “La Corazzata Potemkin” di Eisenstein, incontriamo un giovane – scoprirò dopo che è diventato un fenomeno “social” particolarmente apprezzato nella città – che canta e suona la sua chitarra esattamente di fronte a dove sorgeva l’Hotel Odesa, fiore all’occhiello dello skyline della città, di cui oggi rimane uno scheletro bruciacchiato. 

Fa presto buio. Il freddo e probabilmente il peso emotivo di queste prime ore qui fanno il loro effetto. Ci si ritira in camera ben prima del coprifuoco previsto a partire dalla mezzanotte.

In albergo, però, ci aspetta una felice sorpresa. A Chisinau si era unito alla comitiva Volodymyr. Lo abbiamo incontrato quasi per caso e, con la scusa di proporsi come nostro interprete, si è aggiunto al gruppo. La sua originaria direzione era Kiev, dove doveva sbrigare delle faccende relative al suo lavoro in un CAF romano e così, prima di giungere a destinazione, aveva preferito venire con noi ad Odessa. Mi invita a bere qualcosa in camera con lui. Più di qualcosa, a dire la verità. 

Volodymyr ha 42 anni, due matrimoni e due figli. Rigorosamente dalla stessa moglie, la seconda. Vive in Italia da una decina di anni, si è appassionato del nostro Paese sui libri di storia e, senza mai esserci venuto in precedenza, ha scelto l’Italia come luogo di adozione. Due di questi dieci anni, però, li ha passati qui in Ucraina, al fronte. Non essendo soldato di professione e vivendo all’estero, una volta esaurito il tempo della leva obbligatoria ha scelto di tornare a Roma dalla sua famiglia. 

Parla e pensa in maniera piuttosto concisa, elementare. I suoi ragionamenti non sono complessi e ciò che dice sembra quasi scontato. Per lui, gli ucraini non si arrenderanno mai. La guerra finirà al massimo nel 2035, quando a suo parere i russi esauriranno le risorse che hanno a disposizione e non sarà più per loro conveniente continuare il conflitto su larga scala. Per lui non è una previsione, è un fatto certo. Alle affermazioni degli analisti e degli storici che popolano le televisioni italiane, risponde ridacchiando. Dice che se questa gente pensa davvero tutto ciò, lui nettamente più qualificato. Usa sempre questo tono scontato e ridanciano. Mai supponente però. Rilassato, piuttosto.

Continua a raccontarmi le sue ragionevoli certezze: l’Occidente qui lo vogliono tutti. Non è come in Moldavia, la società civile qui non è affatto spaccata in due. La minoranza filorussa semplicemente non esiste più: è scappata oppure ha cambiato idea. Non è difficile immaginare il perché. 

Volodymyr ci fa notare come le informazioni che ci arrivano dall’Ucraina siano prevalentemente false. Non è importante chi le diffonde, semplicemente spesso e volentieri sono notizie inesatte. È errato il numero dei morti, sono molti di più in entrambi gli schieramenti, sono sbagliati i piani militari che vengono diffusi sulle nostre reti. La verità la conosce chi in questo momento si trova al fronte. Per lui è proprio concettualmente improbabile immaginare di conoscere ciò che sta succedendo davvero e, a maggior ragione, avere l’ambizione di interpretarlo. L’Occidente, se vuole, si fidi di ciò che gli viene chiesto dal Gabinetto di Guerra ucraino. Altrimenti faccia pure come vuole, ma non pensi di poter influenzare ciò che gli ucraini vogliono davvero: difendersi. Se si sceglie di stare dalla loro parte bisogna solo fidarsi. Le sirene dell’allarme anti droni interrompe bruscamente la nostra chiacchierata. Ma non la nostra bevuta, che continua, inevitabilmente, nel bunker. 

La mattina dopo comincia un po’ a rilento. Scegliamo di spostarci dal centro della città verso la periferia. Il giorno precedente una signora di mezza età ci aveva parlato di un bombardamento avvenuto una decina di giorni prima, che aveva ucciso una ventina di persone. Ci rechiamo sul sito del disastro. Stavolta ad accoglierci c’è una grande puzza di bruciato. L’attacco, infatti, aveva colpito una centrale elettrica. E ovviamente, tutta la zona intorno: una palazzina e il mercato. La scena è drammatica. Preferisco non soffermarmi sulla descrizione, le immagini si suppongono. In seguito, siamo tornati verso il centro della città per visitare un centro autogestito e autofinanziato, dove molte donne di Odessa lavorano e costruiscono attrezzature militari. È un esempio concreto di come tutto il sistema produttivo e l’impegno di ogni singolo cittadino sia stato curvato dalle necessità contingenti. Non avevo mai visto qui in Ucraina così tante persone nello stesso luogo: le strade sono semideserte, non si incontrano uomini maschi di mezza età. I pochi che ci stanno vengono identificati dai soldati ad ogni piè sospinto per verificare che abbiano eseguito il loro periodo di leva e che non siano disertori. 

Arriva il 24 febbraio. Il giorno dell’anniversario dell’invasione. La giornata comincia molto presto perché l’allarme suona incessantemente a partire dalle cinque del mattino. Europa Radicale ha organizzato, alla presenza del Sindaco di Odessa, una manifestazione di solidarietà con due grandi bandiere affiancate: quella ucraina e quella europea. Intervengono il senatore Ivan Scalfarotto di Italia Viva, la vicepresidente del Parlamento Europeo Pina Picierno e altre personalità. Tutti gli interventi sono molto apprezzati dai curiosi del posto che man mano si uniscono a noi in piazza. 

Per il popolo ucraino il 24 febbraio è un giorno come un altro. Del resto, si combatte come sempre. Si muore come sempre. L’anniversario dei quattro anni dall’invasione è quasi come un ennesimo ricordo del fatto che il giorno dopo sarà esattamente come il precedente. Nulla, per ora, è destinato a cambiare. Anzi, quest’anno è peggio. Infatti, dopo il fallimento dei colloqui di Anchorage promossi da Trump in estate, è stata esclusa qualsiasi possibilità di tregua, anche solo momentanea per stringersi nel ricordo di chi non c’è più. Non c’è tempo per fermarsi, i russi non lo permettono. 

Finita la manifestazione, ci andiamo a scaldare nel bar di un albergo nel centro città. 

L’Hotel Bristol è un magnifico esempio di cosa sia la città di Odessa: un luogo meravigliosamente europeo, con le pareti affrescate e le poltrone in pelle. Peccato che tutto ciò sia di recentissima ricostruzione. Un anno fa esatto l’albergo è stato bombardato e, in buona parte, raso al suolo. Diffidare di chi parla di bombardamenti mirati: questo pezzo di Odessa è stato attaccato perché simbolo di vita. Qui erano solite recarsi le delegazioni in visita e i turisti con il portafogli a fisarmonica. Oggi soggiornare qui costa pochi euro, del resto il turismo semplicemente non esiste più. È, come dicevo, un luogo meraviglioso. Chi lavora nell’albergo fa finta di nulla, quasi dimentica i colleghi morti pochi mesi fa. Sono qui, lavorano, fanno il possibile per tirare avanti la baracca. Eppure tutto ciò è successo davvero. 

È questo, tra i tanti, il luogo che scelgo come simbolo della città: un cuore che deve battere per forza. Sono passati quattro anni dall’invasione russa: Odessa è viva. Povera e distrutta ma incredibilmente viva. E resiste, come tutta l’Ucraina.

In sostanza, il nostro viaggio finisce qui. Il giorno seguente abbiamo provato a spostarci ad est verso Mikolaiv, ma nessuno, anche se lautamente pagato in euro, si è assunto la responsabilità di accompagnarci. Così, siamo tornati a Chisinau e la mattina dopo abbiamo preso l’aereo di ritorno per Roma. In ritardo: c’è sciopero. 

Aria di casa.

Mi prendo altre due righe per ringraziare Federica, l’organizzatrice di questo viaggio, Luigi, il mio vero compagno di avventura e Paolo, una brava persona. 

(* esponente di Italia Viva)

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