di ANTONIO GOZZI
Purtroppo anche questa volta l’Europa dorme, dimostrando la sua incapacità a gestire le crisi. Nei giorni scorsi una portavoce della Commissione Europea ha detto che al momento non c’è un’emergenza energetica in Europa e che la situazione delle forniture è stabile.
Ma come?
Stiamo vivendo, dopo quella del 2022, la più grave crisi energetica che il mondo abbia conosciuto: mai nella storia era stato chiuso lo stretto di Hormuz da dove passa il 20% del petrolio mondiale e il 20% del gas. Ci sono stati rincari paurosi del prezzo del petrolio e del gas, praticamente raddoppiati nell’ultima settimana, il prezzo dell’energia elettrica è schizzato in tutti i Paesi europei, le industrie, specie quelle energivore, soffrono moltissimo e la Commissione dice che non ci sono le condizioni di emergenza?
Molte nazioni europee tra cui Italia, Francia, Spagna, Belgio, Polonia e Grecia non la pensano così. In particolare l’Italia chiede l’adozione immediata di misure straordinarie da parte della UE.
Il nostro ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha chiesto “di agire subito stoppando i prezzi dell’energia prima che si diffondano su tutti i beni di consumo come nel 2022”, ed ha proposto “l’adozione di misure straordinarie sulla scia di quelle adottate all’indomani dell’attacco russo contro l’Ucraina” sottolineando come la questione assuma per il nostro Paese connotazioni particolari.
Siamo leader nelle produzioni manifatturiere ma non abbiamo indipendenza energetica e quindi viviamo in una condizione nella quale l’instabilità degli approvvigionamenti mette a rischio la nostra sicurezza economica distruggendo potere d’acquisto per le famiglie e danneggiando gravemente la competitività delle imprese.
Il Presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, è arrivato a proporre la sospensione del patto di stabilità se la guerra in Iran continua.
Quali sono le ragioni della lentezza di reazione europea, e cosa potrebbe fare la Commissione per fronteggiare rapidamente la crisi?
Le ragioni della lentezza stanno probabilmente nel fatto che il tema dell’energia è uno dei più divisivi dell’Unione. La retorica del green deal degli ultimi dieci anni, la forte ideologizzazione che ne è scaturita, hanno coperto e nascosto situazioni diverse da Paese a Paese, vantaggi e svantaggi competitivi irriducibili, l’impossibilità o l’incapacità o la non volontà di realizzare un vero mercato unico dell’energia creando una situazione per la quale il prezzo dell’energia in Europa è il più alto del mondo, e in Italia è il più alto d’Europa.
Di fronte alla crisi la presidente Von der Leyen non è capace di dire altro che bisogna spingere ancora di più sulle rinnovabili, fingendo di non sapere che, come dice Draghi, le rinnovabili vanno benissimo ma non bastano soprattutto per approvvigionare l’industria e i servizi essenziali, e che sarà sempre più così con l’avvento dei data center dell’IA e che, in attesa del nucleare di nuova generazione (SMR), il gas continuerà ad avere un ruolo essenziale.
Bisogna cambiare impostazione e paradigma e la crisi potrebbe paradossalmente aiutare ad accelerare in tal senso.
Come industriali e come Confindustria abbiamo sollevato più volte negli ultimi mesi il tema dell’ETS. Si tratta della tassa carbonica che colpisce, oltre alle industrie di base, anche la produzione di energia elettrica con le centrali a gas che nel mercato europeo fanno, nella maggioranza delle ore, il prezzo (sistema del marginal price).
Oggi l’effetto di questa “tassa” vale 25-30 euro a MWora a seconda del livello di prezzo delle CO2.
Eliminare questo fardello, o sospendere momentaneamente il sistema ETS in attesa della prevista revisione dello stesso entro l’anno, ridurrebbe subito significativamente il prezzo medio dell’energia elettrica europea.
Il decreto bollette recentemente approvato dal Consiglio dei Ministri ed ora al vaglio del Parlamento contiene una previsione intelligente per eliminare la rendita oggi esistente per i rinnovabilisti, i quali vendono l’energia ad un prezzo che include il costo dei certificati CO2, che loro però non pagano.
La premier Meloni partendo da questo decreto ha riproposto con forza in Europa il tema della sospensione immediata del sistema ETS.
Vediamo cosa succederà nei prossimi giorni ma i primi segnali sono contrastanti.
Il tabù ideologico del green deal e dell’ETS, che è l’architrave principale di quell’impostazione, fa sì che soprattutto da parte dei Paesi nordici ormai senza industria o quasi, ci si opponga a qualunque modifica.
Sono i socialisti europei, nella maggioranza che sostiene Von der Leyen, quelli che possono essere determinanti, e che devono cambiare atteggiamento tornando a occuparsi di fabbriche e operai e smettendola di seguire Greta Thumberg; ma fino ad oggi sono divisi, e tentennano.
Eppure i segnali della gravità di questo errore di prospettiva sono sotto gli occhi di tutti. La SPD tedesca, alle recenti elezioni nel Land dell’auto, il Baden-Württemberg, ha praticamente rischiato l’estinzione (5,5% !!!) con un tracollo storico.
Fortunatamente c’è qualche voce nel campo dei socialisti che sembra comprendere il momento e gli errori del passato. In particolare segnaliamo la coraggiosa intervista al ‘Foglio’ del Governatore dell’Emilia Romagna, Michele De Pascale, il più importante amministratore pubblico in quota PD, che testualmente afferma: “Il sistema ETS è un sistema sbagliato, iniquo e che mette in crisi la manifattura europea nella sua competizione con la manifattura dei paesi extra Ue. Per questo credo vada riformato. Peraltro quello europeo è un sistema di imprese che hanno già decarbonizzato più di chiunque altro al mondo e non per gli ETS ma per i costi dell’energia…”.
Parole sante!
La polizia religiosa non è ancora intervenuta per imprigionare il Governatore, forse c’è speranza…