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di GIACOMO ENRICO DE BERNARDIS
Facciamo un bel salto rispetto all’ultima puntata. Quando Lincoln muore, il nostro protagonista ha solo sette anni, nel 1865. Ed è cresciuto in una famiglia benestante di remota origine olandese, i Roosevelt.
Theodore detto Teddy è un giovane intelligente, ma mingherlino e cagionevole di salute. Lo tormenta un’asma forte e costante. Per superare questo per tutta la vita si sottopose a un costante regime di esercizio fisico rigoroso, corroborato da una lunga esperienza come allevatore di bestiame negli anni 80 dell’Ottocento, nel selvaggio Montana allora scarsamente abitato.
Lì il futuro presidente cominciò a maturare una convinzione. La natura e le foreste primarie ancora non antropizzate, intatte nella loro bellezza ancestrale, andavano salvate da uno sviluppo che nel suo stato di origine, New York, era stato particolarmente impattante.
Ma per uno proveniente da una famiglia come la sua, il servizio pubblico era un destino inevitabile. Nella legislatura statale diventa il leader della fazione riformatrice dei repubblicani che vuole purgare la politica dal clientelismo. Il suo volere far parte della classe dirigente americana lo porta anche a non terminare gli studi in legge ad Harvard.
Dopo un’esperienza come commissario capo a New York City, finalmente la politica nazionale come sottosegretario alla Marina nel 1897, carica da cui si dimette un anno dopo per arruolarsi come colonnello nella guerra contro la Spagna a Cuba, il conflitto che rende anche gli Stati Uniti una potenza pienamente imperialista.
Diventa poi governatore di New York nel 1899, incarico che deve lasciare per la candidatura a vicepresidente di William McKinley, all’epoca carica tutt’altro che prestigiosa e in genere assegnata a maggiorenti politici da premiare con incarichi poco impegnativi.
Senonché nel 1901 arriva la tragedia: il presidente viene assassinato alla fiera universale di Buffalo, nello stato di New York, da un anarchico di origine polacca, Leo Czolgosz. Roosevelt si ritrova catapultato alla guida del Paese, a soli 42 anni. Diventa però tutt’altro che un presidente accidentale: affronta con vigore uno dei grandi problemi di allora, la presenza dei trust monopolisti in vari settori del mercato: acciaio, petrolio, ferrovie.
Li affronta da conservatore, in punta di diritto, come conglomerati che soffocano la libertà di impresa, spezzandoli in diversi tronconi. Li affronta anche limitando la loro capacità di vendere al cittadino merce scadente: firma nel 1906 il Pure Foods Act che è la prima legge a tutela del consumatore. Con il tempo, pur continuando a credere al ruolo salvifico e civilizzatore dell’America (con tanto di interventi promossi nel continente latino-americano) diventa sempre più progressista.
Gli sta stretto un partito repubblicano che giudica sempre più piegato alle ragioni del Grande Business. Sfida nel 1912 il suo successore William Taft, fondando un terzo partito, il Partito Progressista appunto. Ma non vince, il vento della storia favorisce il democratico Woodrow Wilson, anche lui favorevole alle riforme e a un accresciuto ruolo dello Stato ma un convinto segregazionista.
Negli ultimi anni della sua vita gira il mondo: nel 1910 torna a Genova, dov’era stato da bambino, nel 1870 e tocca anche diverse città liguri, tra cui Oneglia e Sestri Levante, prima di morire giovane anche per i postumi di un attentato subito nel 1912, in campagna elettorale, dove un proiettile a lui destinato era rimasto conficcato nel portaocchiali che teneva nel taschino ma lo aveva comunque ferito.
La sua presidenza lascia una traccia durevole per diverse ragioni: è uno dei primi candidati che tiene comizi in prima persona andando in giro per il Paese incontrando gli elettori e non affidandosi solo ai militanti. La sua figura prestante si impone anche come modello di virilità per la sua epoca e il suo messaggio politico trasversale fa breccia anche tra elettori tradizionalmente democratici. Il suo rivolgersi direttamente ai cittadini inaugura la stagione dei leader e fa tramontare quella del voto di parte preconcetto.
L’ultima parte della sua carriera fa pensare anche che, per un attimo, i repubblicani avrebbero potuto diventare il partito americano di centrosinistra e i dem quello conservatore. Non andò così e a compiere questa trasformazione sarà un altro Roosevelt. Ma di questo ne parleremo la prossima settimana.