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Giovedì 4 giugno 2026 - Numero 429

Slava Ukraini! (Gloria all’Ucraina!)

Perché ideali e valori senza forza e potere non stanno in piedi
Sono passati quattro anni dai primi bombardamenti dei russi in Ucraina
Sono passati quattro anni dai primi bombardamenti dei russi in Ucraina
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di ANTONIO GOZZI

Il 24 febbraio del 2022 le forze armate russe, dopo aver ammassato per mesi uomini e mezzi alla frontiera con l’Ucraina, la invadevano iniziando un conflitto tremendo che dopo quattro anni sembra lontano dalla fine.

Abbiamo visto, e vediamo, città e infrastrutture distrutte da lanci di missili e droni, strage di popolazione civile compresi vecchi e bambini, milioni di persone travolte dal conflitto e fuggite all’estero, sofferenze indicibili, paura e dolore.

Ma abbiamo visto anche, e vediamo, la straordinaria resistenza del popolo ucraino e dei suoi militari al fronte e nelle città, il loro coraggio, la loro determinazione nel difendere la propria libertà, la propria identità e il proprio futuro.

Continuo a chiedermi: ma noi italiani, in condizioni analoghe sapremmo fare altrettanto? Saremmo capaci di difendere la Patria e la bandiera come loro? E non so darmi risposta.

Questa tragedia è una ferita aperta, dopo 80 anni di pace, nel cuore dell’Europa ed è per questo che sostenere l’Ucraina significa difendere la sovranità e l’indipendenza dell’Europa intera.

Il Cremlino pensava di conquistare Kiev in pochi giorni; e invece dopo quattro anni, grazie all’eroica resistenza del popolo e delle forze armate ucraine, e grazie agli aiuti economici e militari dell’occidente, il neo-imperialismo russo non ha vinto, e le forze armate di Mosca hanno subito ingentissime perdite (si parla di oltre 1milione e 200mila morti russi al fronte).

Questa tragedia e il suo protrarsi così a lungo nelle sofferenze e nell’incertezza ci spinge ad una serie di riflessioni.

In primo luogo, è evidente che Putin non ha alcuna intenzione di chiudere la partita con una pace o almeno una tregua che salvino l’Ucraina come nazione indipendente. I negoziati lanciati dal Presidente degli Usa Trump non sembrano andare in nessuna direzione, tenuto conto che i russi pretendono pezzi di Ucraina che non hanno neppure conquistato militarmente. Ciò dovrebbe finalmente aprire gli occhi a coloro che su queste pagine ho più volte definito “pacifisti delle resa”, che per anni hanno avversato gli aiuti militari all’Ucraina ed inneggiato a una non meglio definita via diplomatica. Oggi essi sostanzialmente tacciono o addirittura, paradossalmente, sposano un atteggiamento trumpiano più propenso a fare concessioni a Putin che a dare garanzie all’Ucraina.

È del tutto evidente che Putin sente solo il rapporto di forza, e oggi lo percepisce a suo favore grazie all’atteggiamento Usa, che se non è di disimpegno si avvia ad esserlo.

In questa situazione ciò che salva l’Ucraina sono la sua forza militare, il suo esercito e la sua voglia di lottare per la libertà; ed è per questo che bisogna fare ogni sforzo per continuare ad aiutarla, anche con l’invio di armi.

Secondo: la pax americana, e cioè l’equilibrio garantito dall’impegno militare Usa in Europa, sta volgendo al termine. La politica estera portata avanti dagli Stati Uniti d’America a partire dalla fine della seconda guerra mondiale non è mai stata motivata dalla benevolenza nei confronti degli europei, bensì da solidi e importanti interessi di sicurezza politico-economica (sfere di influenza) tesi a contenere e scoraggiare l’avversario strategico, l’Unione Sovietica. Oggi l’avversario strategico degli Usa è la Cina, ed è nell’area pacifica che Washington sta concentrando la sua forza. Ciò fa mancare nel teatro europeo il principale fattore di deterrenza nei confronti dell’espansionismo russo.

L’Europa per ora non è capace, fuori dalla Nato, di una difesa comune, e ci vorranno molti anni per realizzarla, ammesso e non concesso che ciò sia possibile. Dobbiamo fare di tutto perché la Nato, sia pure con una presenza americana meno importante del passato, si adatti alla nuova situazione e continui a rappresentare una forza credibile, così come chiedono soprattutto Polonia e Paesi Baltici. Il nostro futuro quindi dipende, almeno per ora, dal legame che l’Europa, e l’Occidente in generale, saranno capaci di mantenere con gli Stati Uniti d’America, al di là ed oltre Trump. I presidenti passano, gli Stati restano, e nel mondo di oggi pensare ad un’Europa sganciata dagli Usa è una follia.

Terzo: l’Europa sta imparando che declinare quotidianamente i valori fondamentali dell’Occidente e cioè sovranità e integrità territoriale, libertà individuali e collettive, ripudio della forza per dirimere le controversie, rispetto dei diritti umani, ecc. è un esercizio nobile ma vano di fronte ad autocrati violenti e alla loro volontà di predominio. Quando si enunciano i valori non si può dimenticare di specificare quali sono le condizioni per realizzarli in un contesto globale drammaticamente cambiato.

I valori ripetutamente invocati non possono sostituire il potere geopolitico e militare, anzi per essere credibilmente sostenuti hanno bisogno di potere geopolitico e di forza militare. Ma da questo punto di vista l’Europa è drammaticamente debole.

Con totale mancanza di lucidità e realismo negli ultimi 20 anni l’Europa ha dato una lettura moralizzante dei cambiamenti geopolitici in atto, pensando di poter indicare al mondo la via (vedi ad esempio il green deal), e con la presunzione della prima della classe ha pensato di poter basare la sua influenza esclusivamente sul soft power del multilateralismo e del diritto internazionale, senza rendersi conto che i tempi erano cambiati e che il peso europeo nel nuovo mondo era enormemente diminuito. 

Vengono alla mente le profetiche parole di Henry Kissinger scritte nel suo ‘Ordine mondiale’, del 2014: “L’Europa nel passato era una rappresentazione del concetto dominante di ordine mondiale. I suoi uomini di Stato progettavano le strutture internazionali e le prescrivevano al resto del mondo. Oggi la natura dell’ordine mondiale emergente è essa stessa in discussione e regioni esterne all’Europa avranno una parte determinante nel definirne le caratteristiche. L’Europa, che meno di un secolo fa aveva quasi il monopolio della progettazione dell’ordine globale, corre il pericolo di tagliarsi fuori dalla ricerca contemporanea dell’ordine mondiale identificando la propria costruzione interna con il proprio fine geopolitico. Fino ad ora ha gestito il problema dell’integrazione come un problema sostanzialmente burocratico di aumento delle competenze dei vari organismi amministrativi europei. In altre parole un’elaborazione di ciò che è già noto. In futuro ciò non sarà più sufficiente…”.

Dobbiamo cambiare il nostro futuro? La tragedia dell’Ucraina ci spinge a farlo.

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