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Giovedì 8 ottobre 2026 - Numero 447

Quali condizioni per un’Europa competitiva?

L’industria europea è stata schiacciata da tre forze intrecciate che l’hanno progressivamente indebolita e danneggiata: mercatismo, estremismo ambientalista e finanziarizzazione
La situazione che oggi vive l’Europa è del tutto inedita nella sua complessità, nel suo declino demografico, economico e industriale
La situazione che oggi vive l’Europa è del tutto inedita nella sua complessità, nel suo declino demografico, economico e industriale
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Si è tenuto martedì 6 u.s. un importante convegno organizzato dalla Fondazione Giorgio Napolitano e dall’Università LUISS di Roma dal titolo “Quale Europa di fronte alle sfide globali?”. Al Convegno hanno partecipato tra gli altri come relatori Paolo Gentiloni, Monica Maggioni, Silvie Goulard, Stefano Bonaccini, Giorgio Mulè, Gaetano Quagliariello, Giovanni Pitruzzella, Sergio Fabbrini, Giovanni Orsina, Giuliano Amato, Lucia Serena Rossi, Mario Monti, Lucrezia Reichlin, Maurizio Ferrera, Enrico Letta. Il convegno è stato concluso dall’intervento del Ministro della Difesa Guido Crosetto e dal Presidente della Fondazione Napolitano Walter Veltroni.
Di seguito riportiamo l’intervento del nostro editore Antonio Gozzi, che era tra i relatori.

di ANTONIO GOZZI

Dichiaro subito il mio punto di vista. Sono un industriale che fa l’acciaio e quindi sono particolarmente sensibile ai temi industriali europei e in particolare a quelli dell’industria di base.

Parto da dati che testimoniano come larghi settori dell’industria europea siano in una situazione difficile di cui spesso si parla poco.

European Restructuring Monitor (ERM) è una banca dati e uno strumento di monitoraggio gestito da Eurofund, l’agenzia UE che studia lavoro, occupazione e condizioni sociali, e registra dal 2002 le grandi ristrutturazioni aziendali, le chiusure, i fallimenti, le delocalizzazioni, le ristrutturazioni ecc…

Nell’ultimo decennio ha censito dai 4 ai 6 milioni di posti di lavoro distrutti soprattutto nei Paesi dell’Europa Occidentale. Si tratta probabilmente di un dato sottostimato, perché ERM si occupa soltanto di eventi con almeno 100 posti di lavoro coinvolti oppure del 10% della forza lavoro di stabilimenti con più di 250 dipendenti. Quindi non registra tutte le piccole chiusure e le riduzioni di personale minori.

I settori più colpiti sono i settori manifatturieri di base: siderurgia, chimica, cemento, carta, vetro, raffinerie, oltre naturalmente all’automotive. Si tratta di settori industriali fondamentali per la sicurezza e per l’autonomia strategica europea da cui dipendono tutte le filiere manifatturiere a valle. 

Dietro queste tremende perdite occupazionali di cui, come si è detto, si parla molto poco, c’è un intreccio di cause. Alcune dipendono da elementi sovrastrutturali, di concezione e visione dei decisori europei, da un mainstream culturale che, purtroppo, ha improntato le politiche europee negli ultimi venti anni. Altre cause sono invece sono strutturali perché colpiscono direttamente la competitività delle industrie europee.

Ma andiamo con ordine.

Dal punto di vista sovrastrutturale, culturale e di visione, l’industria europea è stata schiacciata da tre forze intrecciate che l’hanno progressivamente indebolita e danneggiata; queste sono: 

  • Un “mercatismo” estremista, intendendosi con questo un’esasperazione della teoria ricardiana del libero scambio in base alla quale tutto può essere comprato ovunque al minor prezzo possibile;
  • Un estremismo ambientalista, divenuto una religione neopagana, che ha partorito il cosiddetto green deal senza alcuna preoccupazione per la sua sostenibilità economica e sociale;
  • Una finanziarizzazione estrema che ha privilegiato la finanza rispetto all’industria e che ha trasformato anche l’ambiente in un asset class su cui speculare.

Per ragioni di tempo mi soffermo sul primo tema, il mercatismo estremista. Lo faccio citando una vicenda avvenuta nel 2023, non venti anni fa. In quell’anno è andato in pensione Pierre Régibeau, un economista belga che dal 2019 al 2023 è stato il capo degli esperti economici della Commissaria europea ai mercati e alla competition, la danese Margrethe Vestager. Régibeau, che mai aveva rilasciato interviste quando era in servizio, ne ha rilasciata una all’Echo, giornale economico belga, il giorno del suo pensionamento.

La tesi di fondo dell’intervista era che non bisogna necessariamente conservare l’industria in Europa. “Se l’industria pesante europea scomparirà che così sia. Che senso ha produrre acciaio se possiamo comprarlo dall’Indonesia tre volte meno caro?”. Anche alle macchine per le energie rinnovabili viene applicato lo stesso principio. “Perché fabbricare le pale eoliche in Europa quando si possono comprare due volte meno care altrove?”. Régibeau esprime senza infingimenti la concezione di fondo che ha dominato larga parte della politica e della tecnocrazia europea negli ultimi 20 anni. Ecco le idee forza (gravemente sbagliate a mio parere) di questa concezione:

  • La produzione industriale europea non costituisce di per sé un valore da proteggere;
  • Il consumatore viene prima della capacità produttiva: quante volte anche recentemente la Von der Leyen ha parlato dell’Europa come di un grande mercato di consumatori?
  • Il mercato di riferimento viene prima della filiera produttiva;
  • La concorrenza interna viene prima della scala e quindi della competizione globale;
  • L’efficienza allocativa dei fattori viene prima dell’autonomia industriale strategica.

Come si diceva, un modello estremista e parziale che non tiene conto che la competitività delle economie da cui si dovrebbe comprare l’acciaio o le pale eoliche meno care potrebbe derivare da elementi che nulla hanno a che fare con l’efficienza allocativa e organizzativa, come ad esempio: energia sovvenzionata, costo delle CO2 inferiore o assente, aiuti pubblici, investimenti sovvenzionati, standard ambientali e di sicurezza sul lavoro molto diversi dai nostri, sovracapacità produttiva sovvenzionata per ragioni sociali e di ordine pubblico, dumping, accesso privilegiato alle materie prime e in particolare a quelle critiche grazie a politiche neocolonialistiche, specie in Africa.

Tra le questioni strutturali che attengono direttamente alla competitività dell’industria europea vorrei soffermarmi sulla questione dell’energia.

L’energia è una determinante essenziale della competitività.

Nel 2025 l’elettricità industriale europea è costata 2-3 volte quella statunitense, mentre il gas era 5 volte più caro. Ma c’è poi un’enorme contraddizione: l’Europa cerca di decarbonizzare le industrie energivore mediante tecnologie che richiedono molta elettricità, ma l’elettricità europea costa molto di più di quella dei principali concorrenti americani e cinesi, e quindi anche per questa via la decarbonizzazione si trasforma in desertificazione industriale.

Legato al tema dell’energia c’è il tema degli ETS. Dal 2013 alla fine del 2025 le aste ETS hanno generato oltre 258 miliardi di euro. Una gigantesca tassa ambientale pagata dalle famiglie e dalle imprese anche attraverso il rincaro dell’energia elettrica indotto dai meccanismi ETS. Infatti l’ETS pagato dagli impianti termoelettrici è stato scaricato pari pari sui prezzi dell’elettricità. Si stima che questo effetto valga oggi dai 25 ai 30 euro a Mwh e non si capisce perché in un momento di grave crisi energetica come l’attuale il sistema ETS non possa essere almeno sospeso sul termoelettrico per mitigare gli effetti della crisi su famiglie e imprese. Il Governo italiano ha provato a farlo con il decreto bollette del febbraio del 2026, ma la Commissione Europea ha bloccato la misura per sei mesi e alla fine di fatto l’ha impedita.

Negli ultimi anni il peso dell’ETS è stato di circa 40 miliardi di euro l’anno di extracosti per le imprese e le famiglie. Di questi, 21/22 miliardi sono ritornati agli stati membri, che non sempre li hanno restituiti alle imprese come vorrebbe la norma europea. 18/19 miliardi di euro l’anno sono stati trattenuti dalla Commissione rappresentando una delle grandi voci di finanziamento della spesa dell’Unione. I costi di funzionamento delle istituzioni europee si aggirano intorno ai 12/13 miliardi l’anno.

È troppo forte dire che questo costo è tutto sulle spalle dell’industria europea?

Sorvolo per ragioni di tempo su effetti drammatici della iper-regolamentazione e sulle materie prime critiche e concludo con una breve riflessione sulla Cina.

L’aggressione commerciale cinese degli ultimi mesi nei confronti dell’Europa è sotto gli occhi di tutti: alla fine del 2026 avremo uno sbilancio commerciale pari a 370 miliardi di euro. Arriva di tutto, anche beni di qualità alta e di alta tecnologia a prezzi stracciati, talvolta del 50% inferiori ai prezzi degli omologhi beni prodotti in Europa. L’Europa è rimasto il più grande mercato aperto del mondo. La Cina scarica su di noi la sua sovraproduzione in tutti i settori, creando gravissime nuove dipendenze strategiche, come su tutte le tecnologie green su cui noi non tocchiamo palla (pannelli solari, inverter, pale eoliche, batterie, auto elettriche ecc.).

L’Europa finora non ha reagito. Fortunatamente Macron e Merz nei gli ultimi giorni hanno scritto una lettera alla Von der Leyen nella quale, pur senza citare mai esplicitamente la Cina, sostengono che l’Europa deve chiudere totalmente l’accesso a quei Paesi che fanno concorrenza sleale (dumping, sovvenzioni varie, aiuti di stato ecc.) e distruggono il mercato europeo.

Vediamo che cosa succederà. Il tema è difficile perché c’è il rischio di ritorsioni e molti beni prodotti in Europa incorporano già componentistica cinese. Bisogna mappare queste dipendenze per alleviarle ma senza una posizione ferma e dura che deve prevedere protezioni doganali, quote e quant’altro, l’Europa industriale e manifatturiera verrà spazzata via in poco tempo. E senza una posizione ferma e dura mai i cinesi si siederanno a un tavolo negoziale. Non c’è tempo, è una vera emergenza, e la lentezza comunitaria in questo caso sarebbe letale.

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