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Giovedì 4 giugno 2026 - Numero 429

Nel canto del maggio una tradizione millenaria che affonda le radici nel XII secolo in Provenza

A Leivi le strofe sono sorrette da alcuni musicisti, il testo è narrato da due diversi gruppi che si alternano, “un botta e risposta” sino all’ultimo verso
Il testo colto i “Freschi della Villa”, un maggio scritto da Giulio Cesare Croce
Il testo colto i “Freschi della Villa”, un maggio scritto da Giulio Cesare Croce
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di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *

Anche quest’anno il gruppo dei “maggianti” di Leivi si esibirà nelle tradizionali “cantaele”, una manifestazione che vanta una storia millenaria.

Questa forma di canto risale ad una liturgia popolare precristiana, quando il mondo pagano chiedeva alle divinità del cielo protezione e favore per l’inizio della nuova stagione agraria. Era un momento di grande importanza nella vita collettiva, in particolare esprimeva la speranza di un successo nei raccolti. Se la stagione non risultava buona, se le messi erano scarse, se si avverava il rischio di invasioni d’insetti o cavallette, su tutti incombeva il buio della carestia. 

Furono i monaci bobbiesi di San Colombano, nell’ottavo secolo, a portare sul nostro territorio la parola del Vangelo e a diffondere la cultura cristiana. Ai fini del successo di questa operazione pastorale non dobbiamo trascurare il fatto che i monaci erano buoni e capaci contadini. 

Per poter datare le tappe successive della storia possiamo analizzare un testo scritto, tramandatoci dalla cultura letteraria.  Si tratta del canto poetico del “Kalenda Maya”, in antico provenzale “Calendimaggio”, il cui testo fu composto da Raimbaut de Vaquerias. Per comprendere i legami col nostro territorio, è bene sottolineare che il trovatore Raimbaut era nato nella regione di Provenza, situata tra le Alpi e la Costa Azzurra. Gli studi biografici sul poeta cantore lo indicano nato nella prima metà del XII secolo. Il testo che è giunto a noi è tuttora cantabile; l’aria e il tempo è quello di una “estampida”, una forma musicale strumentale caratterizzata da sezioni ripetute con conclusioni diverse. L’autore compose il brano dopo aver sentito la melodia suonata su una ‘viuela’ da due giullari, e la canzone divenne il primo esempio di “estampida” vocale.

L’analisi del testo ci permette di comprendere che il metodo narrativo e la tematica originale del tempo sono assolutamente lo specchio di ciò che i canti del maggio ancora propongono. Riprendendo la traduzione proposta dai migliori studiosi leggiamo una strofa di Raimbaut nel suo “Kalenda Maya”: “Né calenda di maggio / né foglia di faggio / né canto di uccello / né fiore di gladiolo c’è che mi piaccia, | nobile e gaia signora”. Troviamo in questo testo i temi di una natura che ritorna alla vita: i fiori che colorano le colline, il canto degli uccelli, la bellezza della natura, e una nobile e bella signora.

Confrontiamo adesso il testo antico con il canto che viene eseguito a Leivi: “Maggio giocondo rallegra tutto il mondo capo di primavera/ E la terra verde con l’acqua cristallina maggio è qui s’inchina/Dice l’uccellino col suo bel linguaggio ben arrivato maggio/ E la fantinella di questa bella casa fosse nostra vicina”. Certo il Kalenda di Raimbaut è stato scritto nel XII secolo, mentre quello di Leivi è senz’altro una versione ben radicata tra Otto e Novecento. Ma il confronto regge: troviamo in entrambi i testi i fiori e la bellezza della Primavera e l’auspicio d’avere una bella giovine come vicina di casa.

La ricerca su altri testi ci ha confermato una notevole solidità storica di questa tradizione. Il canto di questua è stato rilevato su un territorio vastissimo che comprende il Circondario di Chiavari, la zona della Lunigiana e l’arco montano appenninico tra le provincie di Parma e Piacenza. 

Quest’area è omogenea per le diverse funzioni svolte dai “maggianti”, per i testi e per le tracce di drammatizzazione riscontrabili. A Varese Ligure è tutt’oggi cantato un “Maggio” con un testo originale conservato a stampa presso la Società Economica di Chiavari. I cantori di Varese alternano strofe in dialetto con un’armonizzazione tutta propria, ad altre in italiano tratte dal testo colto i “Freschi della Villa”, un maggio scritto da Giulio Cesare Croce, l’autore del ‘Bertoldo e Bertoldino’. Il testo del Croce, datato 1617, sopravvive nel canto eseguito a Varese. Si tenga presente che i “Libretti” e i “Fogli Volanti” erano venduti nelle fiere e nei mercati, e che spesso i venditori erano cantastorie ambulanti; è possibile che alcuni siano transitati in Val di Vara e vi abbiano lasciato il testo, una lezione innestata e consolidata nella tradizione del Borgo Rotondo.

Esplorando ulteriormente il vasto territorio sopra descritto, possiamo ritrovare altre caratteristiche espressive preziose. A Comuneglia si rileva un canto del maggio per “Le Anime Purganti” in cui il tema  non è più la primavera, ma l’orazione cantata per coloro che non hanno guadagnato il paradiso: il canto sostiene questo passaggio e la comunità lo condivide in un vero atto liturgico collettivo. 

Tornando a Leivi si possono riscontrare particolarità interessanti. Le strofe sono sorrette da alcuni musicisti, il testo è narrato da due diversi gruppi che si alternano, “un botta e risposta” sino all’ultima strofa. L’impianto poetico del testo comprende alcune strofe che vengono eseguite una sola volta, si tratta delle rime cantate dopo la fine della Messa al Parroco. Terminata questa esecuzione si prosegue attraversando tutta la collina di Leivi, nelle diverse stazioni si trova l’accoglienza delle famiglie che attendono il canto annunciato dal “Capo Maggio”: “Viva u Padrun de casa e tutta a se bella scignuria/ Semmu vegnui a cantà u Mazzu”. Questo è l’incipit che avvia il lungo canto, terminato il quale si esegue un balletto che coinvolge tutti i presenti. Infine si può accedere al tavolo con l’offerta di cibo e buon vino per tutti. 

Non esiste un pubblico del “maggio”, non esistono neppure manifesti o locandine; si inizia al termine della messa e si parte con un itinerario spontaneo, le stazioni sono quelle dove viene offerta ospitalità e in cambio si porta l’augurio millenario di una buona primavera. 

Le radici di questo rituale sono davvero estese a ritroso nel tempo, dal canto di Raimbaut a Giulio Cesare Croce, fino ai maggianti che risalgono le colline delle nostre campagne per portare in omaggio a chi lo accoglie il dono prezioso di un canto.

(* storico e studioso delle tradizioni locali)

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