di ANTONIO GOZZI
Sosteniamo da tempo che il tema Cina, con l’impatto delle sue politiche commerciali sull’industria europea, sarà la questione dominante dei prossimi mesi ed anni.
La strategia di Pechino è stata ed è quella di inondare i mercati globali con una pluralità di prodotti a basso costo come auto, pannelli solari, batterie, macchinari per l’industria, acciaio, altri metalli ecc.
Questa strategia ha colpito l’industria occidentale, sia quella americana che quella europea, che hanno visto le manifatture domestiche messe in grande difficoltà dalla competizione cinese.
Si tratta nella maggioranza dei casi di unfair competition, e cioè di concorrenza sleale, perché le imprese cinesi, molte delle quali sono controllate direttamente dallo Stato, sono sovvenzionate e sostenute in tutti i modi possibili per continuare a produrre e a occupare gente anche quando il ciclo economico flette, e ciò a prescindere dalla loro sostenibilità economica e dal livello dei profitti e delle perdite.
Questa impostazione è alla base della così detta “sovracapacità” e cioè del fatto che quel Paese produce molto di più di quanto necessario per soddisfare i bisogni dei consumatori cinesi. L’incapacità o l’impossibilità di ridurre le produzioni interne si deve anche a ragioni di ordine pubblico: non esistendo ammortizzatori sociali, non avere sempre operai occupati in fabbrica è un problema per le autorità di Pechino.
A fronte di questa situazione l’Amministrazione Trump ha lanciato una campagna di forte innalzamento delle barriere tariffarie e doganali nei confronti dell’export cinese negli USA che, a seguito di ciò, si è molto ridotto negli ultimi tempi. L’interscambio di beni e di servizi tra i due Paesi è sceso l’anno scorso del 25% rispetto ai volumi dell’anno precedente. Ciò ha fatto sì che i flussi di export cinesi che non trovavano più spazio in America si siano riversati verso l’Europa, che a tutt’oggi resta il mercato più aperto del mondo.
Nei mesi recenti questo trend si è ulteriormente amplificato; in particolare nei primi sei mesi del 2026 si è registrato un aumento fortissimo delle esportazioni cinesi verso i mercati europei. Siamo ormai ad uno sbilancio commerciale (la differenza tra export e import) di più di un miliardo al giorno e cioè di circa 370 miliardi l’anno.
Mentre le esportazioni cinesi in Europa esplodono quelle europee in Cina continuano lentamente a declinare.
I prodotti cinesi che registrano l’aumento più significativo sono macchinari e automobili.
Si comincia a capire che la dimensione del deficit commerciale e la velocità della sua crescita avrà inevitabili conseguenze sull’economia europea mettendo in crisi interi settori industriali e di conseguenza anche il nostro modello sociale.
Ormai arrivano dalla Cina prodotti di alto livello qualitativo e tecnologico con prezzi dal 30% al 50% più bassi rispetto agli omologhi realizzati dalle nostre industrie. È chiaro che si tratta di una violenta strategia di penetrazione commerciale. Una volta conquistate rilevanti quote di mercato europeo i prezzi di quei prodotti torneranno a salire, ma non vi sarà più concorrenza perché nel frattempo le nostre imprese manifatturiere saranno fallite.
Il tempo stringe, e bisogna agire, o meglio reagire; ma anche in questo caso l’Unione Europea sembra impacciata e in difficoltà a causa delle diverse posizioni degli Stati membri. Vi è ad esempio la Spagna del governo socialista di Sanchez che non vuole creare barriere all’export cinese perché ha un rapporto privilegiato anche in politica estera con quel Paese, e questa posizione influenza molto la Commissaria Europea al trade, la spagnola Teresa Ribeira. La Francia di Macron anche con il Commissario Europeo Stephane Séjourné sostiene la necessità di un approccio molto più duro; la presidente Von der Leyen è in difficoltà e cerca di barcamenarsi tra ipotesi più chiuse o più collaborative con la Cina, entrambe presenti all’interno del governo e dell’industria tedesca.
La risultante di questa incertezza politica è l’immobilismo, che in una situazione del genere è letale. L’industria europea si trova schiacciata tra la sleale competizione cinese e il peso, ormai insostenibile, dell’iper-regolamentazione comunitaria che prosegue senza sosta, e di politiche climatiche ideologiche e non pragmatiche che mettono sempre più in difficoltà l’industria europea, specie quella di base, da cui dipende però anche la tenuta delle filiere a valle.
Il tema è particolarmente complesso e difficile. Anche in questo caso spetterà all’Italia, come è già avvenuto per la revisione dell’ETS, assumere una posizione che peserà tantissimo, essendo noi la seconda manifattura europea e la quarta economia esportatrice del mondo; e questa posizione tanto più peserà quanto più condivisa e sostenuta da altri Paesi industriali europei quali ad esempio la Polonia, che anche su questo tema è sulla nostra stessa pagina.
Anche in Italia gli ultimi mesi hanno fatto registrare un’esplosione dell’export cinese. La Cina ha raggiunto il secondo posto come fornitore dell’Italia con una quota del 10,2%, ma soltanto il decimo come mercato di destinazione con il 2,2%: nei primi 6 mesi del 2026 la Cina ha esportato in Italia beni per 31,8 miliardi di euro mentre l’Italia ha esportato in Cina nello stesso periodo solo 8,2 miliardi di euro.
Anche l’Italia soffre quindi dell’“invasione” cinese, molto di più di quanto la Cina sia un mercato di sbocco per la nostra manifattura. L’aspetto critico è che anche in Italia molte delle importazioni dalla Cina consistono in parti componenti di beni complessi made in Italy che in qualche modo ne aiutano la competitività.
Non bisogna però cadere in questa ‘sindrome cinese’. In questo momento bisogna guadagnare tempo e raggiungere un migliore rapporto di forza per una trattativa commerciale che per ora la Cina non sembra aver alcuna intenzione di intraprendere.
E questo si può fare difendendosi temporaneamente con politiche tariffarie e doganali più dure nei confronti dell’export cinese, specie di quello unfair.
L’Italia deve proporre all’Europa un approccio difensivo iniziale di questo tipo, e una politica di autonomia strategica e commerciale che miri a ridurre le dipendenze più critiche attraverso la diversificazione degli approvvigionamenti e il rafforzamento della capacità produttiva interna e della sua innovazione tecnologica. Bisogna mappare le dipendenze critiche per capire come si possono risolvere, e portare, con una posizione dura dal punto di vista dei dazi, la Cina al tavolo della discussione che finora Pechino ha sempre rifiutato.
Bisogna farlo con spirito atlantico per sfruttare ogni possibile complementarietà industriali e commerciali con gli USA.
Sarà un lavoro difficile ma non ci sono alternative, pena la capitolazione industriale e un ennesimo episodio di desertificazione produttiva del continente.
Il Presidente di Confindustria Orsini, nell’ultimo Consiglio Generale, ha opportunamente proposto che si apra in tutte le organizzazioni confindustriali un approfondito dibattito sulla questione cinese. Facciamo diventare quel dibattito un’occasione di proposte concrete.