Prosegue il nostro rapporto di collaborazione con la piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’, fondata e guidata dal giornalista Matteo Muzio. Il portale di ‘Jefferson’, con tutti i suoi articoli e le varie sezioni, è visitabile all’indirizzo https://www.letteretj.it, da dove ci si può anche iscrivere alla newsletter.
di GIACOMO ENRICO DE BERNARDIS
Per il secondo presidente della nostra analisi, ci spostiamo di poco. Così poco che Thomas Jefferson già sedeva nell’amministrazione dello stesso George Washington come segretario di Stato, con il quale aveva molte cose in comune.
Erano entrambi virginiani, colti ed entrambi pur possedendo schiavi speravano che un giorno quella brutale istituzione finisse. Senza avere un’idea né sul modo né sulle tempistiche. Venivano quindi da un ceto di proprietari terrieri altoborghesi che si sentivano i veri depositari dell’essenza della nuova repubblica americana.
Le similitudini però finivano lì. A differenza di Washington, Jefferson non esitava a dire la sua su tutta una serie di argomenti: dai giornali alla religione fino alle scoperte scientifiche e un’opinione sulle ultime notizie. Un grafomane che dà il nome al nostro progetto editoriale e che ha lasciato un corpus mostruoso di 35mila lettere, meritoriamente digitalizzate dalla Library of Congress.
Aveva anche opinioni sul futuro dello Stato, che doveva per quanto possibile rimanere una virtuosa repubblica liberoscambista priva di industrie e dove le città e lo sviluppo urbano avrebbero dovuto essere limitati per timore della “corruzione” dello spirito repubblicano.
Non è andata così ma almeno c’era una grande idea di fondo, così come pensava a un governo federale poco ingombrante e che lasciasse molta autonomia agli Stati.Infine pensava che il ruolo della religione nella vita pubblica dovesse essere limitato. Anzi “separato” da uno spesso muro.
Al potere ci arriva con un’elezione combattuta nel 1800, dopo aver sfidato il presidente in carica John Adams. All’epoca i candidati non scendevano nell’agone ma lo facevano i suoi sostenitori. E ne dicevano di ogni. Adams quindi diventò un reazionario che mirava a restaurare la monarchia britannica mentre Jefferson era un giacobino promiscuo che aveva rapporti con una delle sue schiave: accusa poi rivelatasi vera anni dopo.
Il passaggio di potere fu pacifico, non violento e i federalisti di Adams non vennero messi fuorilegge. Ed era la prima volta che questo cambio della guardia avveniva senza la mediazione di una figura superiore come un re. Una volta al potere anzi Jefferson prese delle idee da Adams: rafforzò la Marina e colpì duramente la pirateria barbaresca nel Mediterraneo, risolvendo un problema ultracentenario per la libertà di navigazione.
Comprò l’immenso territorio della Louisiana dalla Francia napoleonica e lanciò una campagna di esplorazione della nuova nazione con due figure che sarebbero divenute leggendarie: Lewis e Clark. Sotto i suoi successori il nazionalismo dei federalisti sarebbe diventato patrimonio ideologico nazionale fondando l’eccezionalismo americano. E anche le industrie sarebbero arrivate e le città sarebbero cresciute, soprattutto nel Nord che stava gradualmente abolendo la schiavitù.
Jefferson non riuscì nell’intento di superare l’istituzione ma quantomeno fu lui a proibire la tratta atlantica, sperando di farla morire di morte naturale. Non andò così, purtroppo.
Perché lo abbiamo inserito in questa lista? Perché incarna perfettamente quell’imperfezione, quel dubbio, quell’interrogarsi con cautela che rappresenta appieno l’essenza della democrazia. Un leader amletico forse non sarà risolutivo e Jefferson non lo è stato fino in fondo, ma non sarà mai un autocrate. E anche per questo il terzo presidente merita di essere onorato a pieno titolo. Anche oggi che certe sue idee sembrano invecchiate molto male, come quella sulla disuguaglianza razziale.