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Giovedì 4 giugno 2026 - Numero 429

I duecento anni della Pasticceria Copello, un vero modello storico da esplorare: ecco perché venne fondata

Al tempo la cultura francese era presso i nostri concittadini quella dotata di maggiore influenza; Parigi divenne città di riferimento durante l’esperienza napoleonica
Uno dei disegni preparatori delle vetrine della Pasticceria Copello, opera di Riccardo Questa
Uno dei disegni preparatori delle vetrine della Pasticceria Copello, opera di Riccardo Questa
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di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *

Sono passati pochi giorni dall’ interessante intervista rilasciata da Luca Antonini a Marisa Spina su ‘Piazza Levante’ (qui il video), in cui il titolare della storica Pasticceria Copello in Chiavari ripercorre i duecento anni d’attività. Un’esperienza che merita d’essere studiata e collocata nel momento storico in cui aprì i battenti, per attribuire il meritato peso ad un’azienda che ha arricchito la nostra comunità in modo significativo.

È infatti necessario contestualizzare il momento storico nel quale i cittadini chiavaresi sentono la necessità di avere una pasticceria. Oggi potremmo superficialmente pensare ad una necessità della gola, ma la spiegazione è molto più complessa e profonda. Le motivazioni vanno ricercate nella lunga rivoluzione dell’Ottocento, quando maturano le condizioni per un cambiamento di usi e costumi cittadini e per l’avvio di nuove attività imprenditoriali. 

I primi elementi per intercettare i cambiamenti sono reperibili nella mole di dati raccolti durante censimenti successivi e custoditi presso la Società Economica. La lettura di questi profili statistici permette di leggere in filigrana i movimenti delle dinamiche sociali, e di scoprire come Chiavari si andasse adeguando alle grandi città, a modelli di comunità che in quegli anni si affermavano in molte città europee, in particolare nelle culture d’oltralpe.

È innegabile come al tempo la cultura francese fosse presso i nostri concittadini quella dotata di maggiore influenza; Parigi divenne città di riferimento durante l’esperienza napoleonica, e i suoi usi e costumi dilagarono nei territori confratelli. 

In diverse occasioni abbiamo rammentato che il primo grande riordino cittadino venne effettuato nei primi anni Venti dell’Ottocento col grande “Piano d’Abbellimento della Città”. Sono questi gli anni che vedono la più evidente trasformazione di Chiavari. A conferma di ciò possiamo citare la seggiola parigina importata qui dal Marchese Rivarola e reinterpretata magistralmente dall’artigiano Gaetano Descalzi utilizzando materiali presenti sul territorio. Il risultato fu un oggetto unico e nuovissimo che poteva avere un mercato. 

Proprio l’affermarsi di un mercato cerca nuovi prodotti e occasioni di consumi legati a esigenze fino ad allora sconosciute. Il nuovo emergente soggetto sociale costituito dalla borghesia in ascesa animava l’economia con nuovi bisogni, desiderava abitazioni più funzionali ed importanti.

Nei nuovi appartamenti finirono le prime seggiole del “Campanino”, ma non solo. I dati dei censimenti ci indicano mestieri artigianali che garantivano un paio d’occhiali (2 laboratori), un orologio (3 attività), un gioiello (20 botteghe). Le banche, nel 1878, erano due per tutto il Circondario, ambedue in Chiavari, con sei impiegati; l’apparato pubblico in tutte le sue rappresentanze occupava 148 impiegati; i notai erano 9; gli avvocati 45; i tipografi 9, i copisti 19. Profili artigianali e professionali che caratterizzavano la nuova società in piena espansione. 

Rileggendo i giornali del tempo, è possibile ricostruire la presenza di una serie di diverse attività commerciali che sorgevano in Chiavari. Non si trovavano solo nuovi prodotti, ma botteghe e negozi arredati in maniera innovativa per i tempi. Quelle che oggi individuiamo come “botteghe storiche” sono il risultato del grande cambiamento cittadino di quegli anni, e risentono fortemente di una cultura che ha grandemente utilizzato per il proprio rinnovamento le lavorazioni artigianali locali. Legno e ferro divennero protagonisti di un’economia fondamentale. Gli artigiani cercavano stili e lavorazioni proprie, creando modelli e presupposti per l’affermazione del commercio in Chiavari. Nulla è casuale: la Società Economica aveva saputo promuovere e incentivare l’artigianato con le scuole d’architettura e disegno, facendo crescere lavorazioni d’alta specializzazione.

Il costante sguardo verso la vicina Francia ha portato da noi impronte fondamentali, di cui le stupende “devanture”, le scenografiche cornici d’ingresso alle botteghe, sono testimonianza ancora presente. La Scuola di Architettura e Ornato, creata dall’Economica nel 1820, fornì conoscenze e avviò una nuova cultura artigianale: le botteghe ancora rimaste ne sono una presenza testimoniale. I grandi artigiani intagliatori ed ebanisti, Giuseppe Raffo e Antonio Gatti, consultavano e leggevano “L’Arte Decorativa Moderna” e “Il Giovane Artista Moderno”.  Decoratori e indoratori chiavaresi completavano il lavoro, e le vetrofanie d’artisti come Antonio Quenti ed Elio Tinelli, quest’ultimo con laboratorio al numero 5 di Via Fieschi, l’attuale Vittorio Veneto, arricchivano le realizzazioni diventando un vero motivo di riferimento caratterizzante.

Proseguendo in questa indagine, nel 1826 apre i battenti, fondata da Francesco Podestà, quella che oggi è la storica pasticceria Copello: ancora mia nonna mi portava, bambino, nel regno del gourmet indicandolo come “U Peustin”, diminutivo dialettale di Podestà. Chiavari non era solo cambiata nel ruolo amministrativo istituzionale, nella sua nuova urbanistica delle piazza e dei corsi; era cambiata la cultura cittadina, che richiedeva nuove abitudini, gusti e piaceri della convivialità, caffè e sale da thé: i chiavaresi andavano in confetteria e in pasticceria, cioè da Copello. 

Con l’avvento della nuova estetica Liberty e dei nuovi dettami decorativi all’ora di moda, il 6 luglio del 1909 la Pasticceria Copello si presentava alla città nella sua nuova veste firmata Riccardo Questa

La matita di Questa ha progettato le due vetrine che vediamo tutt’oggi; nei particolari del documento grafico presentato in municipio si possono rilevare i tratti del Liberty, forme morbide e sinuose di legni lavorati dai nostri maestri ebanisti, intarsiati, scolpiti, in cui il motivo floreale abbraccia lo sviluppo architettonico di tutto il negozio. 

Ancora una volta il modello di riferimento era la cultura francese, riletta nell’interpretazione chiavarese, che fondeva in un unico tratto l’architettura e l’arte decorativa in cui Riccardo Questa era maestro. Quando entrate da Copello, ordinate un caffè e degustate una delle tante leccornie realizzate nello storico laboratorio della pasticceria, poi alzate gli occhi e potrete riconoscere il trascorrere del tempo.

Duecento anni sono molti, ma l’intelligenza dei diversi gestori ha saputo coniugare l’arte pasticcera con un luogo di bellezza unico, dove tutto restituisce questa narrazione stupendamente conservata: un racconto che assume il ruolo di storia autentica della nostra comunità da due secoli.

(* storico e studioso delle tradizioni locali)

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