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di GIACOMO ENRICO DE BERNARDIS
Oggi incontriamo nel nostro viaggio presidenziale il più longevo nella carica, accusato dagli avversari sia di fascismo che di socialismo ma che è riuscito a superare due crisi gravissime, impresa che è riuscita a pochissimi presidenti.
Anzi, forse solo a lui. Stiamo parlando di Franklin Delano Roosevelt, cugino alla lontana di Teddy Roosevelt. Con lui la presidenza arriva nella piena modernità, nell’epoca del cinema e della radio, della comunicazione di massa e del rapporto disintermediato con gli elettori.
Questo presidente, abbreviato con la sigla Fdr, arriva nel 1932 dopo una dozzina d’anni in cui il partito repubblicano era diventato la formazione dominante di governo. Ormai era lontano dalla concezione di Lincoln, ma anche da quella di Teddy Roosevelt: la loro ideologia prevalente era quella del liberismo sempre meno temperato abbinato a un moralismo protestante spesso bigotto, che sposava cause destinate al fallimento come il proibizionismo.
Sotto questa patina però, specie a livello locale, questa contiguità con il mondo degli affari sfociava in relazioni proibite con la criminalità organizzata, all’epoca in netta crescita. Questa stagione però si interrompe bruscamente con la crisi del 1929 che innesca la Grande Depressione: il presidente Herbert Hoover, ex segretario al Commercio, cerca la collaborazione del mondo imprenditoriale per mitigarne gli effetti. Non la ottiene. Prevale la linea del suo segretario al Tesoro Andrew Mellon: “Liquidare le imprese, gli asset, i lavoratori”.
Gli Stati Uniti allora si rivolgono ai democratici nella prima campagna elettorale che usa il cinema sonoro e la radio: il governatore di New York Franklin Delano Roosevelt riunisce dietro di sé una vasta coalizione elettorale. La classe operaia del Nord, soprattutto quella composta dalle comunità di emigranti, ma anche gli afroamericani delle grandi città convivono con i segregazionisti del Sud, che da oltre cinquant’anni detengono il potere in modo quasi autoritario.
Le elezioni del 1932 sono una valanga: Roosevelt può godere di ampie maggioranze in entrambe le camere. Ha molti nemici: il mondo imprenditoriale, che lo vede come un socialista, i razzisti del Sud non convinti da un piano di riforme sociali (a differenza di altri che invece le caldeggiavano) e anche una Corte Suprema conservatrice che gli cassa molti piani di intervento pubblico nell’economia.
Gli americani lo adorano e lo rieleggono facilmente nel 1936. Troppo vicino il ricordo della Depressione, che continua a mordere e nel 1937-38 sembra quasi tornare con una recessione che mostra alcuni limiti di intervento. Però la Corte Suprema cambia orientamento nel 1937 e comincia ad accettare le prime riforme pro lavoro grazie alla lungimiranza del giudice capo Charles Evans Hughes, una delle figure che hanno forgiato il conservatorismo americano.
All’orizzonte, in Europa, ci sono venti di guerra. Roosevelt sa che il sentimento dell’opinione pubblica è quello di starne fuori e non cerca di forzare la mano. Anche per questo viene rieletto per un inedito terzo mandato. La guerra imminente spinge i democratici a violare la prassi risalente a George Washington. Anche se non entra, Roosevelt fornisce armi e aiuti alla Gran Bretagna assediata e a partire dal 1941 anche all’Unione Sovietica. Dopo l’attacco di Pearl Harbour però, l’opinione pubblica cambia direzione. L’America scende in guerra e sarà decisiva per la vittoria degli Alleati. E i piani di intervento pubblico e il controllo dei prezzi superano definitivamente gli ultimi focolai della Depressione. Roosevelt però non ne vedrà i frutti: il 12 aprile 1945 muore per le conseguenze di una serie di acciacchi nascosti sapientemente all’opinione pubblica nell’anno elettorale, il 1944.
Fdr rappresenta forse il leader imperfetto per eccellenza che supera i suoi limiti: non muove un dito per risolvere la questione razziale, flirta inizialmente col fascismo chiamando Mussolini “il gentiluomo italiano” e compie un crimine contro i diritti umani internando i cittadini americani di origine giapponese accusandoli di “slealtà”. Ma seppe decidere in modo risoluto nelle giuste circostanze, usando i nuovi media per fare arrivare il messaggio agli elettori anche attraverso la radio con i suoi “Discorsi dal Caminetto”. È lui a formare le basi per l’America come superpotenza post bellica. Nonostante i suoi limiti umani, evidenziati dai numerosi episodi di infedeltà coniugale nei confronti della moglie Eleanor, è il fondatore dell’America che conosciamo. Il baluardo delle democrazie di cui torneremo a parlare la prossima settimana.