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Giovedì 10 settembre 2026 - Numero 443

Cemento e pochi alberi in città, Maugeri: “Bisogna tornare a imparare una vera gestione dell’ombra”

L’esponente di Legambiente nel Tigullio: “Vanno riprese in mano le piante cittadine dell’Ottocento, quando si piantavano filari di platani e di pini, perché si era capito che la loro presenza in città era fondamentale”
Una cartolina degli anni Cinquanta di corso Italia a Chiavari: si vedono le moltissime alberature
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di ALBERTO BRUZZONE

C’è ancora troppo cemento nelle città, si fa un’enorme fatica a creare zone d’ombra e le politiche a proposito degli alberi sono assolutamente insufficienti. Inoltre, come sta emergendo a livello nazionale ora che il bilancio è definitivo, moltissimi progetti di riqualificazione legati al Pnrr hanno di fatto escluso dalle nostre piazze alberature a chioma ampia. 

La temperatura nelle città è destinata a salire, anche perché non sono state ancora adottate le giuste politiche per contrastare il fenomeno dei cambiamenti climatici e dell’innalzamento pressoché costante delle temperature. ‘Piazza Levante’ ha iniziato a occuparsi del tema nello scorso numero, con l’intervista all’architetta paesaggista e assessora all’Urbanistica del Comune di GenovaFrancesca Coppola (leggi qui). 

Oggi torna sull’argomento Massimo Maugeri, esponente di Legambiente nel Tigullio. “La depavimentazione, ovvero il liberare porzioni cittadine dal cemento e dall’asfalto, è un percorso molto virtuoso, ma anche molto costoso e si può applicare, per il momento, solamente a superfici piuttosto contenute. Io credo che il vero tema per abbassare la temperatura nelle città sia una corretta gestione dell’ombra”. 

Maugeri ricorda: “Negli anni Novanta e nei primi anni Duemila c’è stato un furore da parte dei progettisti per eliminare piante e alberature da tutti i grandi progetti. Sono sparite dalle piazze e sono sparite dalle vie, andando a snaturare quei principi di urbanistica che erano nati nell’Ottocento e che ruotavano proprio intorno al verde. Su tutto questo occorre tornare indietro: è necessario mettere del verde, ma non a caso. Occorre farlo con un ragionamento: va rimesso mano alle piante cittadine del passato e si deve riprendere ispirazione da quello”. 

Secondo l’esponente di Legambiente, “dobbiamo sempre più pensare a come difenderci dal sole. Servono progetti di ampio respiro, non basta parlare di depavimentazione. Quella va benissimo, ci mancherebbe, ma rimane un processo limitato proprio per il fatto che è costosa. E poi, mi sembra che si vada un po’ dietro alla moda del momento. La corretta gestione dell’ombra, lo ripeto, è per me la priorità. Ce lo hanno insegnato i nostri antenati. Abbiamo tutto quello che serve sapere nella nostra esperienza, non dobbiamo né copiare né imparare niente da nessuno. Noi italiani sappiamo benissimo quello che va fatto, basta ragionare sulla nostra storia. È stata una scelta scellerata eliminare i platani dalle città, così come i pini. Ma la marcia indietro è sempre possibile e, in questo caso, mi pare che sia l’unica strada”. 

Intanto, le grandi piazze del Pnrr senza alberature sono finite al centro di diverse inchieste, anche a livello nazionale. Tra le più interessanti, quella del media online ‘Will Ita’, che sostiene come “negli ultimi anni, anche grazie al Pnrr, tante piazze dei nostri centri storici sono state riqualificate, senza tuttavia mettere alberi a chioma ampia, aiuole e superfici permeabili al centro dei progetti. I motivi dietro questi passi indietro, in controtendenza rispetto alla maggior parte delle città europee, sono diversi. Ci sono ragioni pratiche, come l’impossibilità di piantare alberi ad alto fusto a causa della presenza della metropolitana e di altri sottoservizi. Bisogna poi considerare che le città non decidono da sole. La burocrazia è tanta e a volte, come nel caso della piazza davanti alla stazione di Roma Termini, i gestori dei cantieri possono cambiare in corso d’opera, con conseguenze negative sulla fedeltà al progetto (ambizioso) iniziale”. 

In più, quando si riqualifica una piazza storica tutelata come bene culturale, “serve sempre il parere delle Soprintendenze, organi territoriali del Ministero della Cultura, che agiscono sulla base di regole spesso vecchie e stringenti (e non sempre in linea con l’attuale contesto climatico). Tutto questo si inserisce in una questione culturale più ampia: la nostra idea di conservazione dei centri storici è obsoleta. Troppo spesso commettiamo gli stessi errori del passato e restiamo ‘attaccati’ a materiali inadatti al clima in cui viviamo: superfici asfaltate, lastricate, ciottolate. Magari ci sembrano più ordinate e pulite, ma in realtà non aiutano a contrastare le conseguenze delle piogge estreme e delle ondate di calore”. Ecco perché cambiare il paradigma diventa la vera sfida del futuro. 

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