di DANILO SANGUINETI
Nel trittico che riassume i valori di coloro che si definiscono conservatori la famiglia viene per terza dopo la divinità e la appartenenza a una nazione dai contorni definiti, o almeno così suppongono.
In via Entella 222 a Chiavari la famiglia è tanto importante da definire la stessa natura del locale: un ritrovo-ristoro che è gestito da un nucleo affettivo di due individui dalla storia intrecciata e che è per famiglie, che siano tradizionali, allargate, a geometria variabile, insomma in qualunque modo i rapporti sociali si dispiegano in una realtà ormai assai più variegata di quanto anche i più occhiuti censori potessero prevedere fino a pochi anni fa.
Il Family Cafè accoglie gli avventori con un’atmosfera manco a dirlo familiare tanto che ci sente a casa appena varcata la soglia. Ad accoglierti una coppia unita nella vita come nel lavoro e che ha coperto un lungo cammino, reale e ideale al tempo stesso. Luca, che di cognome fa Violi e che arriva da Milano, avendo scelto la Liguria e il Tigullio in particolare per dare una svolta alla sua vita. Dalla pianura alla costa, dalla schiscetta al caffè inteso come locale. Al suo fianco Diana, che di cognome fa Dragoman e che viene dalla Moldova, la nazionale che sgomita per farsi notare rispetto ai vicini “pesi massimi” come Ucraina e Romania, e che prova a non farsi schiacciare dall’oggi lontano ma sempre incombente “babau” russo.
Racconta Luca: “Io e Diana ci siamo conosciuti su a Milano dove facevamo altro. Eravamo impiegati. Ad un certo punto abbiamo deciso di dare una svolta alla nostra vita, di venire a vivere qui in una città a misura d’uomo e provare ad aprire una nostra attività. Ed abbiamo scelto la Riviera di Levante, abbiamo scelto Chiavari. E non ce ne siamo pentiti”. Tutto bene, forse è mancato un po’ di tempismo. Il titolare di Family Cafè ammette: “Beh abbiamo aperto nell’estate del 2020, in piena “tempesta pandemica”. Ma non ci siamo persi d’animo, ci siamo arrangiati e con il passare dei mesi le cose sono progressivamente migliorate. Abbiamo respirato”.
Ed oggi Family Cafè tiene botta. “Sì anche perché io dico sempre che siamo al limite della zona morta. Di poco, ma siamo fuori”. Luca Violi chiarisce il concetto: “Qui attorno ci sono ancora tanti negozi, ma se si percorrono pochi metri, verso l’interno o verso la collina che ci sovrasta, finisce tutto. Faccio una brutta battuta: dopo il Cimitero inizia una specie di “zona morta” con sempre meno negozi e sempre meno punti di ritrovo, lo stesso se si risale la circonvallazione. Ci sono tante persone anziane che faticano a scendere con carrellino e buste della spesa, figuriamoci a tornare”.
Il che porta dritto al problema dei mezzi di locomozione e dei parcheggi. “Per fortuna c’è quello dello stadio Sannazzari. Noi siamo aperti dodici mesi su dodici e chi viene da noi deve trovare un posto dove parcheggiare. Le partite dell’Entella portano movimento, poi ci sono i nostri clienti abituali, abbiamo una buona base di frequentatori”.

Un aiuto decisivo lo ha dato l’inversione dell’ordine dei parcheggi. Diana spiega. “Abbiamo chiesto che qui davanti avessimo quelli per motorini per favorire chi viene da vicino e agevolare il ricambio delle persone. Il Comune ha accolto la nostra proposta e debbo dire che con questo sistema abbiamo avuto più movimento. Invece c’è ancora molto da fare per “vivificare il quartiere”, perché in questo siamo lontani, molto lontani, almeno dal punto di vista ideale e comportamentale, dal centro”.
Luca concorda con la consorte: “Non ci sono mercatini e le fiere non ci portano un gran beneficio. Inoltre avremmo bisogno, avendo un locale di ampiezza limitata, di poter mettere i tavolini fuori. Lo abbiamo fatto negli anni passati ma in questo abbiamo rinunciato”. Una considerazione strettamente economica: “Il tariffario prevede per questa zona di dover versare al Comune la stessa cifra per metro quadrato che viene pagata nel “Centro-Centro”. Una cosa che sinceramente fatico a capire dato che è intuitivo come il volume di affari dei negozi di Carruggio o di via Veneto siano ben differenti dal nostro. Qui viviamo sul caffè e sulla bibita, sulla pasta con la tazza di tè o sul panino. Non debbo spiegare come il ricavo su ogni singolo scontrino battuto sia molto relativo”.
E Diana è ancora più drastica. “Il Catasto non fa distinzioni che andrebbero fatte. Venendo da Milano sappiamo che un po’ di elasticità non guasterebbe. Inoltre mi lascia assai perplessa la liberalizzazione “selvaggia” delle licenze. In una città come Chiavari, in un quartiere come questo, mi chiedo se non si potesse avere un po’ più di alternanza. Abbiamo negozi simili non vicini ma contigui. E quando si parla di locali di ristoro si sa che i guadagni possono essere drasticamente ridotti dalla eccessiva concorrenza”. Bisognerebbe ragionare per tipologie merceologiche. E ricordare che un bar è prima di tutto un servizio sociale, un aggregatore che in un quartiere particolare come quello di Ri Basso, andrebbe sostenuto con particolare cura. Luca Violi conclude: “Se fai sempre più fette in una torta che già in partenza non è grande, come saranno le porzioni? Non credo più grandi…”.
Luca e Diana però non vogliono lasciare l’impressione di essersi “genovesizzati” troppo e di dare spazio solo ai mugugni. “Il Family Cafè in questi sei anni ha fatto la sua strada e sappiamo che può andare avanti con ottimismo. Intanto c’è la stima dei nostri clienti, e poi abbiamo i nostri prodotti, primo tra tutti proprio il caffè: abbiamo la esclusività per il Tigullio assieme a un locale di Santa Margherita dei prodotti del Caffè Sempione, una miscela di eccellenza prodotto proprio a Milano e proprio in corso Sempione. È un marchio artigianale apprezzato ovunque, anche fuori d’Italia.
“Lo abbiamo fatto conoscere anche nella mia Moldavia – scherza Diana – È una delle due cose buone che ho “importato” dall’Italia, l’altra naturalmente è Luca!”.