Attualità

Attualità, editoriale

La crisi si batte con l’ottimismo

“Una larga parte delle nostre attività positive dipende da un ottimismo spontaneo piuttosto che da un’aspettativa in termini matematici, sia essa morale che edonistica o economica. La maggior parte delle nostre decisioni di fare qualcosa di positivo, le cui conseguenze si potranno valutare a distanza di parecchi mesi o anni, si possono considerare solo come risultato di ‘slanci vitali’ [‘animal spirits’ nell’originale], di uno stimolo spontaneo all’azione invece che all’inazione, e non come risultato di una media ponderata di vantaggi quantitativi moltiplicati per probabilità quantitative” (John Maynard Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, 1936). 

In un’epoca di algoritmi e di approcci quantitativi e matematici alla scienza economica, che peraltro non hanno saputo prevedere né evitare la grave crisi finanziaria ed economica del 2008 e degli anni seguenti, ci piace ricordare l’insegnamento del grande economista inglese non solo per sottolineare come in un’era di incertezza radicale non sia possibile dominare la realtà esclusivamente con una razionalità calcolata e quantitativa, ma soprattutto perché dal suo pensiero emergono l’importanza e gli effetti sull’economia, e quindi sulla vita di tutti i giorni, dei comportamenti umani, dell’atteggiamento esistenziale di ciascuno di noi, ed in particolare dell’ottimismo e della voglia di fare, del crederci fino in fondo. 

A ben vedere, sono questi i propellenti dello sviluppo. 

Senza questa forza innata (gli ‘animal spirits’ di Keynes) di una gran parte dell’umanità, senza un approccio positivo al fare di ‘imprenditori’ di tutte le dimensioni, dai più piccoli ai più grandi, non esclusivamente e necessariamente applicati al business, ma anche alle altre attività del genere umano, dal sociale allo sport, dall’insegnamento all’arte, alla gestione della cosa pubblica, non ci sarebbero sviluppo e progresso. 
È la teoria delle aspettative psicologiche e dell’ottimismo della volontà, quanto mai necessari in un Paese come il nostro in grave difficoltà economica e sociale. 

L’occupazione e i posti di lavoro non si creano per decreto, ma valorizzando e sostenendo lo spirito positivo di chi investe e di chi si entusiasma per l’intrapresa. 

Gli imprenditori si esaltano trasformando le idee in progetti e i progetti in realtà, e vanno lasciati lavorare creando un clima favorevole di supporto e sostegno alle loro attività. 

Attualità, In primo piano

Un polo digitale per il futuro di Chiavari e del Tigullio orientale? La sinergia con Sestri Levante

Di ANTONIO GOZZI – La vicenda Wyscout-Hudl di cui abbiamo parlato sul numero scorso di ‘Piazza Levante’, oltre alla storia virtuosa di una start up nata e cresciuta a Chiavari e che ha fatto il più importante exit conosciuto in Italia nello sportech, è molto importante perché grazie ad essa si insedia nella nostra città la filiale di una grande azienda americana che, con l’acquisizione di Wyscout, supera i 120 milioni di USD di fatturato. 

Questa è, per la città e per le sue nuove generazioni, un’occasione fondamentale che va colta al volo. Se Hudl si troverà bene da noi, è molto probabile che continuerà a investire per la crescita, specie nell’area calcio, e ciò significa possibilità di occupazione qualificata e di ricchezza per il nostro territorio. 

Chiavari resta sede di Wyscout non per imposizione contrattuale, ma perché gli americani ne hanno apprezzato l’organizzazione e la gestione aziendale, gli skills e le professionalità di prim’ordine, in breve una cultura di impresa e un clima lavorativo molto simile al loro. 

Sarà fondamentale mantenere questo clima e questa cultura, così come sarà fondamentale continuare a far crescere a Chiavari una comunità digitale e una struttura formativa capaci di fornire allo sviluppo di Wyscout Hudl, e ad altre promettenti start up, le risorse umane qualificate di cui questa crescita ha bisogno. 

Attualità, In primo piano

La bella favola di Wyscout racconta al mondo intero che “anche a Chiavari si può”

A capirlo subito fu Mario Monti, il rettore della Bocconi divenuto Presidente del Consiglio, che nella tarda estate del 2012, visitando gli stand del meeting di Rimini, si fermò davanti a quello di Wyscout e in religioso silenzio, suo e del seguito, ascoltò per oltre 5 minuti la clip che spiegava cosa fosse Wyscout: già allora la più grande piattaforma digitale del mondo sul calcio e sui calciatori.

Senza dire una parola Monti se ne andò e proseguì la visita agli stand. Ma poco dopo, a sorpresa, nello speech che fece dinanzi a 5000 persone spiegando come il digitale di lì in avanti avrebbe cambiato la nostra vita, citando esplicitamente il caso di Wyscout se ne uscì con la frase che almeno per noi chiavaresi restò famosa: “… anche a Chiavari si può…”.

In quell’affermazione ci stanno due concetti: uno, un po’ tipico della spocchia milanese per la provincia e per tutto ciò che non è la grande Milano; l’altro, molto più importante e profondo, relativo al fatto che le tecnologie digitali aprono al mondo e che è possibile grazie ad esse diventare leader globali di un business anche da una piccola e tutto sommato periferica cittadina di provincia.

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