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di MATTEO MUZIO *
C’è uno stato che simboleggia più di ogni altro il conservatorismo americano. Guardando il bilancino politico, misurando quindi i livelli di consenso per la destra repubblicana alle elezioni presidenziali, questo titolo dovrebbe spettare al Kansas, che si trova proprio nel centro geografico del Paese. No, troppo materia per specialisti.
Così come per Alabama e Mississippi siamo troppo vicino all’eredità storica del Sud razzista e schiavista. Lo stato che più di ogni altro incarna la destra di ieri ma soprattutto di domani è il Texas. Tanto che, dopo oltre trent’anni, non si sa più cosa cambiare in senso conservatore. L’aborto, dopo la sentenza Dobbs v. Jackson della Corte Suprema del 2022, è di fatto proibito in ogni caso. La pena di morte è usata con generosità e per chi vuole usufruire di una scuola religiosa lo stato fornisce dei voucher abbondanti.
E quindi, che cosa distingue un candidato dall’altro in positivo di fronte all’elettorato? Prendiamo la corsa al Senato per questo novembre. In carica dal 2002 c’è il senatore John Cornyn. Ex bushiano pragmatico, conosciuto come ‘Big Bad John’ negli spot elettorali di qualche anno fa, ha saputo sapientemente navigare le acque del partito in tutte le sue evoluzioni, ivi compreso il primo trumpismo.
Saggezza vuole che venisse sostenuto dalla Casa Bianca per veleggiare verso una tranquilla rielezione. E invece il tycoon, nonostante Cornyn abbia votato secondo le direttive governative nel 99% dei casi anche in questo mandato, ha scelto il suo avversario Ken Paxton. Non solo perché lo ha sostenuto con maggiore entusiasmo di Cornyn, impegnandosi nella sua veste di procuratore generale del Texas nel tentativo di ribaltamento delle elezioni presidenziali del 2020 e mostrandosi sempre pronto a sposare le più inumane politiche migratorie.
Ma anche perché anche Paxton, nella visione di Trump, è un perseguitato dalla giustizia. Non soltanto perché nella sua vita precedente da avvocato è stato condannato per frode fiscale ma anche perché ha fatto assumere una sua amante ad Austin, capitale del Texas, negli uffici di un imprenditore suo sostenitore semplicemente perché si scocciava di guidare fino a San Antonio. Una vicenda che gli è costata un impeachment fallito a livello statale e un divorzio su “basi bibliche” secondo le parole involontariamente comiche dell’ex consorte.
Non importa: Paxton, come Trump, mostra un totale disprezzo per la democrazia e le regole del fair play elettorale. Qualsiasi mezzo è buono per vincere, anche il più meschino. Ed ecco quindi che nel ballottaggio delle primarie di martedì 27 Paxton trionfa contro un Cornyn che certo non si era mai distinto per antitrumpismo. Semmai per “scarso entusiasmo” nei suoi confronti. A nulla sono valse le parole dei consiglieri più avveduti del tycoon, tra cui il leader dei senatori repubblicani John Thune che avrebbe evitato volentieri un’elezione combattuta. Ormai inevitabile, dato l’indubbio carisma e la popolarità dell’avversario dem John Talarico che potrebbe finalmente riportare il Texas nelle fila dem dopo il 1994, anno in cui finì il suo mandato la moderata governatrice Ann Richards. Da allora nessuno ha più occupato una carica statale, soltanto qualche deputato proveniente dalle città. Talarico poi porta un messaggio assai interessante: un cristianesimo radicale che non disdegna di richiamare vigorosamente ai doveri dell’equità e della giustizia sociale sotto modi e linguaggi assai felpati e curiali da seminarista, quale in effetti il candidato dem è.
Virare il Texas verso il campo dem è un’utopia per la sinistra americana che più volte ha annunciato il sospirato sorpasso senza mai portarlo a compimento, anche grazie ai colpi bassi dei repubblicani che rendono difficile il voto per le minoranze etniche sgradite. Questa volta però il colpaccio potrebbe riuscire. Anche perché, come dimostrano le elezioni suppletive per il Senato in Alabama del 2017, gli elettori repubblicani perdonano tutti gli scandali soltanto a Donald Trump, non ai suoi seguaci. E grazie a questo colpo di testa del presidente, i dem potrebbero vincere il seggio senatoriale in Texas, che a sua volta dovrebbe decidere chi sarà il partito di maggioranza nell’assemblea nel biennio 2027-29. Tutto perché Trump vuole solo adoratori anziché collaboratori. Elettoralmente parlando, una ricetta per il disastro politico.
(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)