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Giovedì 6 agosto 2026 - Numero 438

Alcune domande senza risposta sul tema dell’Ets e del Green Deal

Qualcuno un giorno ci dovrà spiegare quale è stata la ragione per la quale i decisori europei hanno scelto di distruggere tutta la loro industria di base
L’Europa sta facendo seriamente i conti con gli errori e gli ideologismi del recente passato
L’Europa sta facendo seriamente i conti con gli errori e gli ideologismi del recente passato
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di ANTONIO GOZZI

C’è un gran dibattito in Europa sul futuro dell’ETS. L’ETS (Emission Trading System, o Sistema di Scambio delle Quote di Emissione), è uno strumento nato all’inizio degli anni 2000 per ridurre le emissioni di gas serra attraverso un meccanismo di mercato, ed è stato uno dei principali strumenti della politica climatica dell’Unione.

In pratica funziona così:

1. Viene fissato un tetto (cap) alle emissioni complessive consentite per i settori coinvolti, come centrali elettriche, acciaierie, cementifici, e più recentemente trasporto marittimo e aereo. Era previsto anche un ETS2 da applicarsi alle abitazioni e al trasporto su gomma la cui adozione è stata rinviata.

2. Le aziende ricevono o acquistano quote di emissione, ciascuna delle quali dà diritto a emettere 1 tonnellata di CO2 equivalente.

3. Le quote possono essere comprate e/o vendute. Un’azienda che emetta meno del previsto può vendere le quote inutilizzate; chi superi il proprio limite deve acquistarne, o pagare sanzioni.

4. Il tetto si riduce progressivamente nel tempo, rendendo le quote più scarse, il loro prezzo più alto, incentivando così gli investimenti in tecnologie pulite.

L’ETS europeo interessa migliaia di impianti industriali e copre circa il 40% delle emissioni dell’UE. Come si diceva, negli anni il sistema è stato esteso anche al trasporto aereo, al trasporto marittimo e gradualmente dovrebbe essere esteso, con un nuovo sistema, anche a edifici e trasporto su strada.

Perché oggi se ne parla molto? Perché dopo 20 anni di onorato servizio il sistema mostra tutte le sue pecche, che non possono essere nascoste dalla retorica dell’estremismo greeneuropeo, che cerca ancora di dominare le politiche dell’Unione, ma che dà la sensazione di essere giunto a fine corsa.

Non si tratta di essere negazionisti, né di disconoscere il cambiamento climatico; il problema non è di obiettivi ma di tempi e modi per raggiungerli. Abbiamo ripetuto tante volte che se la decarbonizzazione diventa desertificazione industriale è un disastro, perché in un deserto non c’è proprio nulla di verde.

Un recente studio condotto dal professor Massimo Beccarello dell’Università Bicocca di Milano mostra in maniera inconfutabile che la riduzione di emissioni di CO2 nel sistema industriale europeo è dovuta molto più a chiusure, delocalizzazioni, e riduzioni di produzioni che a effetti di sostituzione e miglioramento tecnologico dei processi produttivi.

Ovviamente chi ha potuto migliorare le proprie emissioni utilizzando tecnologie disponibili lo ha fatto, anche per ridurre il peso della tassa carbonica. Ma ci sono molti settori, i cosiddetti “non elettrificabili”, in inglese hard to abate, per i quali non si può fare a meno del gas (carta, vetro e ceramica) o del carbone (produzioni siderurgiche da alto forno) o del carbone e del petcoke (come i cementifici). Nonostante la mancanza di tecnologie disponibili per la decarbonizzazione, questi settori sono stati sottoposti egualmente al sistema ETS, obbligati a comprare quote sempre più care (si va dai 5/6 euro alla tonnellata degli inizi agli oltre 80 di oggi) e pagando penali che ne hanno irrimediabilmente minato la competitività. Questi settori, fondamentali per tutte le filiere di trasformazione a valle, sono stati quindi protagonisti di chiusure, delocalizzazioni, fortissime riduzioni di produzione con perdite enormi di posti di lavoro in Europa negli ultimi 10 anni. Di queste perdite nessuno parla, ma si tratta di milioni di persone che hanno perso il lavoro, e di altri milioni che lo perderanno nei prossimi anni.

Un po’ di dati al riguardo. Nel 2013 le emissioni di CO2 europee dei settori sottoposti al regime ETS (tutte le industrie e gli impianti di produzione di energia elettrica tramite carbone e gas) ammontavano a 1,9 miliardi di tonnellate l’anno, e rappresentavano circa il 5,3% annuo di tutte le emissioni mondiali all’anno. Dieci anni dopo, nel 2024, le emissioni dei settori sottoposti a ETS in Europa sono scese a 1 miliardo di tonnellate, e risultano solo il 2,7% delle emissioni mondiali.

Se andiamo a vedere a cosa è dovuta questa riduzione di emissioni di circa 900 milioni di tonnellate anno in dieci anni, si vede che circa 500 milioni provengono dalla riduzione degli impianti termoelettrici. Forse ciò è avvenuto più per la sostituzione del carbone con il gas e per l’avvento delle rinnovabili, che ha ridotto di molto le ore di esercizio delle centrali termoelettriche, che per effetto dell’ETS. Infatti i produttori termoelettrici hanno riversato il peso delle CO2 sui prezzi di vendita dell’elettricità scaricandolo sulle famiglie e sulle imprese e questo extracosto vale oggi circa 25-30 euro a MWH!

Inoltre ciò crea una rendita inaccettabile per coloro che vendono le energie rinnovabili sul mercato, perché non pagano le CO2 ma vendono l’elettricità a un prezzo come se le pagassero (questo giochetto si chiama “rendita inframarginale”).

Ma se dall’Europa passiamo al mondo, le emissioni globali negli ultimi anni hanno superato i 40 miliardi di tonnellate annue e sono in crescita continua, a causa soprattutto dell’aumento di emissioni delle due grandi potenze asiatiche Cina India, e ultimamente anche degli USA.

La Cina negli ultimi 5 anni ha sì investito molto in energie rinnovabili e nel nucleare, ma ha anche investito enormemente in centrali a carbone. Sempre negli ultimi 5 anni ne sono entrate in funzione in Cina più di 300 con un’emissione media annua di CO2, a seconda del regime di marcia, tra i 2 e i 2,5 miliardi di tonnellate.

Noi europei con sforzi tremendi, crisi di interi settori industriali per perdita di competitività, milioni di posti di lavoro distrutti, un futuro assai incerto per tutta l’industria di base siamo riusciti a ridurre le emissioni dell’industria di circa 400 milioni di tonnellate in dieci anni. La Cina in soli 5 anni con le sue centrali a carbone le ha aumentate di 2 miliardi all’anno almeno.

Ma di che stiamo parlando? 

E qui iniziano gli interrogativi senza risposta.

Il climate change dovuto alle emissioni di CO2 è un problema mondiale e non ha senso affrontarlo a livello di singola area del mondo.

Qualcuno un giorno ci dovrà spiegare quale è stata la ragione per la quale i decisori europei hanno scelto di distruggere tutta la loro industria di base, acciaio da alto forno, chimica di base, raffinerie (si scopre così  che non abbiamo più il jet fuel, perché negli ultimi 15 anni in Europa sono state chiuse almeno 20 raffinerie che non reggevano il peso dell’ETS); e poi carta, vetro, cemento ecc. Tutto ciò per non ottenere nessun risultato in termini di riduzioni globali di CO2, che stanno invece crescendo di anno in anno.

Io la chiamo la sindrome arrogante del primo della classe, che pensava che tutto il mondo avrebbe seguito le nostre regole ma così non è stato; come non è stato per niente vero che il green deal avrebbe creato un primato dell’industria verde europea rimpiazzando i posti di lavoro persi nell’industria tradizionale. Anche questo è stato un falso totale: oggi la Cina è leader in tutte le tecnologie delle rinnovabili, pannelli solari, inverter, batterie, pale eoliche, motori elettrici ecc. La verità è che in un momento in cui si parla di necessità di autonomia strategica europea si è creata una nuova grande dipendenza strategica dalla Cina.

Altro interrogativo senza risposta: perché l’uso del gas nelle centrali termoelettriche, che sarà ancora insostituibile per decenni, anche se decarbonizzato con le tecnologie delle CCUS (carbon capture utilization and storage delle CO2) è tuttora messo ai margini se non criminalizzato?

Si dice perché crea dipendenza strategica da aree geopolitiche instabili. Ma invece la dipendenza strategica dalla Cina per le rinnovabili va bene?

In realtà grazie all’ENI l’Italia è un produttore netto di gas nel Mediterraneo, con i giacimenti enormi di Cipro Zor, e in altre parti del mondo: in Indonesia con i nuovi accordi, in Mozambico, in Algeria ecc. E l’Italia, con i suoi 5 tubi e 5 rigassificatori, è il Paese più infrastrutturato per l’importazione del gas, tanto che un po’ di tempo fa si parlò del nostro Paese come di un vero e proprio hub del gas naturale. Perché non va bene l’uso del gas per produrre energia elettrica decarbonizzata, di cui per inciso vi sarà in futuro un enorme bisogno per la crescita della domanda dovuta a data center, IA, veicoli elettrici?

Ideologia, ma anche tanti interessi. Lo studio di Beccarello citato più sopra dimostra che sono stati soprattutto i Paesi nordici a guadagnare con l’attuale sistema dell’ETS, e che per questo non lo vogliono cambiare; così come non lo vuole cambiare la Spagna, che ha sì fatto tante rinnovabili grazie alla sua configurazione geografica, ma ha anche tanto nucleare, ed è insieme al Belgio il più grande importatore di gas russo (LNG) che viaggia su navi ombra, e che finora non è stato sanzionato.

Misteri gaudiosi (o dolorosi) delle politiche europee sul clima.

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