di ANTONIO GOZZI
La leggenda dice che nel 1453, mentre gli Ottomani stavano per conquistare Costantinopoli, i teologi bizantini continuavano a discutere cose astratte come il sesso degli angeli.
Questa immagine è diventata il simbolo di una classe dirigente che si perde in dispute irrilevanti mentre incombe una minaccia esistenziale. Ci si accapiglia in controversie ideologiche procedurali e astratte, mentre non si affrontano le conseguenze di trasformazioni concrete che stanno mettendo in pericolo il sistema stesso.
Confesso che questa è la sensazione che traggo osservando e partecipando dalla mia postazione confindustriale alla difficilissima e complicatissima discussione in Europa sulla riforma del sistema ETS.
Abbiamo parlato molte volte dell’ETS su queste pagine e quindi riduco al minimo i dettagli descrittivi sul tema.
Il sistema di scambio delle Emissioni dell’UE (EU ETS System) copre le emissioni di CO2 derivanti dalla produzione di elettricità e calore, dalle produzioni industriali e dall’aviazione, che rappresentano il 40% del totale delle emissioni di gas serra dell’UE. A partire dal 2024 il sistema copre anche le emissioni del settore marittimo.
Nato in un’altra era, e con finalità anche comprensibili, richiede a chi genera emissioni di CO2 in atmosfera di pagare delle quote (in pratica una tassa carbonica) con l’obiettivo di rendere meno convenienti le soluzioni più inquinanti e spingere verso la riduzione delle emissioni complessive in atmosfera dell’UE.
Il sistema ha generato oltre 175 miliardi di euro pagati dalle imprese dalla data di entrata in vigore nel 2013. Tali risorse solo in parte sono ritornate alle imprese per sostenere tecnologie a bassa emissione, energie rinnovabili, efficienza energetica. Una parte di queste somme sono andate a coprire spese di funzionamento delle istituzioni comunitarie.
L’industria europea è stata quindi gravata negli ultimi 14 anni di un carico fiscale aggiuntivo (la tassa carbonica), un vero e proprio extracosto che ne ha condizionato, e talvolta compromesso del tutto, la competitività rispetto ai concorrenti internazionali che questo extra-costo non l’hanno.
Confindustria ha lavorato molto negli ultimi mesi con le principali rappresentanze imprenditoriali europee (in particolare quelle di Francia, Germania e Polonia) per una posizione comune, che sottolinea come l’Europa non abbia sostenuto e non sostenga l’industria europea che si deve confrontare con costi dell’energia sempre più alti, una concorrenza globale sempre più intensa, crescenti incertezza geopolitiche, un aumento delle tensioni commerciali e tariffarie, e la sempre più preoccupante, per la nostra manifattura, invasione di prodotti cinesi.
Gli industriali europei chiedono una revisione profonda e non di facciata del sistema ETS, che l’ideologia ambientalista ha sempre concepito come lo strumento cardine del green deal, e che soprattutto l’autoreferenziale burocrazia europea difende con le unghie e coi denti.
La proposta di revisione formulata dalla Commissione UE è del tutto insoddisfacente, e conferma che non si vuole o non si riesce a comprendere il profondo cambiamento della situazione globale e la sua drammaticità per l’industria europea.
Il dibattito che si sta sviluppando su questa proposta è astratto, estremamente legato a tecnicismi spesso incomprensibili, fortemente segnato da un’ideologia estremista e ricorda le discussioni sul sesso degli angeli mentre l’impero crolla di cui si è detto in premessa.
A dimostrazione di ciò due semplici considerazioni.
La prima: il tema del climate change è globale. L’Europa genera meno del 6% delle emissioni mondiali ed è l’unica area in riduzione mentre nel mondo le emissioni globali sono aumentate del 70% dal 1990. Con enormi sacrifici, anche in termini di chiusura di fabbriche e perdita di posti di lavoro, l’industria europea negli ultimi 10 anni ha ridotto le sue emissioni di circa 400 milioni di tonnellate annue di CO2. La Cina negli ultimi 5 anni ha avviato 300 nuove centrali elettriche a carbone che emettono, a seconda del regime di marcia, dai 2 ai 2,5 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno.
Perché gli europei hanno praticamente ucciso la loro industria di base e l’automotive con le conseguenze economiche e sociali che sono sotto gli occhi di tutti senza nessun reale effetto sul climate change? Qualcuno un giorno ci spiegherà perché è avvenuto?
La seconda: il sistema ETS è sempre più finanziarizzato. Nel 2024 circa l’80% delle quote all’asta è stato acquistato da intermediari finanziari ovvero soggetti non direttamente obbligati all’ETS. In maggioranza si tratta di fondi di investimento e di banche d’affari, in prevalenza statunitensi, che speculano sulle quote di CO2 come una delle tante asset class su cui fare soldi. La speculazione di questi soggetti colpisce le famiglie e le imprese europee anche perché il peso delle CO2 sulla generazione termoelettrica vale dai 25 ai 30 euro a Mw che famiglie e imprese devono pagare.
È possibile che l’Unione Europea e le sue istituzioni accettino senza batter ciglio un’ingiustizia del genere, soprattutto in un momento di esplosione del prezzo dell’energia?
Non ci si può stupire che estremismi di destra e di sinistra si affermino con sempre più forza in Europa. Sarà sempre più così se non si correggeranno profondamente queste distorsioni.