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Giovedì 5 novembre 2026 - Numero 451

Un importante libro sugli ottant’anni della Repubblica da fare adottare nei licei

Il volume “Il Principe e la Repubblica” scritto da Lorenzo Castellani e da Gaetano Quagliariello presentato a Milano presso la sede della LUISS
Tommaso Labate giornalista, Antonio Gozzi presidente Federacciai, Giorgio Fossa presidente Luiss, Gina Nieri Mediaset, Gaetano Quagliariello docente Luiss Guido Carli Roma, Lorenzo Castellani docente Luiss Guido Carli Roma, Nando Pagnoncelli Ipsos
Tommaso Labate giornalista, Antonio Gozzi presidente Federacciai, Giorgio Fossa presidente Luiss, Gina Nieri Mediaset, Gaetano Quagliariello docente Luiss Guido Carli Roma, Lorenzo Castellani docente Luiss Guido Carli Roma, Nando Pagnoncelli Ipsos
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Lo scorso 2 novembre il nostro editore, Antonio Gozzi, ha partecipato a Milano presso la sede della LUISS alla presentazione del libro di Lorenzo Castellani e di Gaetano Quagliariello “Il Principe e la Repubblica”. Qui di seguito riportiamo il suo intervento.

di ANTONIO GOZZI

Bisogna essere davvero grati a Lorenzo Castellani e a Gaetano Quagliariello per questo importante libro sulla storia dell’Italia repubblicana, che esamina l’evoluzione del sistema politico e dell’economia del Paese negli ultimi 80 anni e lo fa con il rigore e il distacco con cui gli storici devono analizzare e interpretare i fatti.

Avendo ormai una ragguardevole età, ho vissuto personalmente gran parte di questa storia e, richiamandomisi alla memoria con la lettura molti dei fatti e delle vicende citate nel libro, ho pensato che mi piacerebbe lo leggessero i miei figli, ormai ultratrentenni, che della storia dei loro padri e delle loro madri sanno ben poco. E ho pensato anche, per lo stesso motivo, che sarebbe bello che questo libro fosse adottato nei licei perché aiuta moltissimo a comprendere l’Italia moderna, e perché una conoscenza approfondita della propria storia aiuta tantissimo a vivere il presente e a immaginare il futuro. 

Detto ciò vorrei portare in questa discussione il punto di vista di chi fa impresa. Di chi deve decidere dove investire, assumere persone, affrontare la concorrenza internazionale e provare a immaginare come sarà il mondo tra dieci o vent’anni.

Da questa prospettiva il tema delle istituzioni è molto concreto. Riguarda la possibilità di trasformare un progetto industriale in una fabbrica vera, una ricerca in un prodotto, una competenza in un posto di lavoro.

La domanda che vorrei porre, partendo dalla lettura del libro, è: quali condizioni politiche e istituzionali consentono ad un Paese di costruire il proprio futuro?

Il titolo contiene un binomio fecondo.

La Repubblica richiama la distribuzione del potere, le garanzie, la rappresentanza. Il Principe richiama la necessità di una guida, di un centro capace di visione strategica e di dare una direzione.

La ricostruzione degli autori mostra come la Repubblica abbia cercato questo centro nei diversi passaggi della sua storia. Per una lunga stagione lo ha trovato nei partiti. Con la loro crisi una funzione crescente di stabilizzazione è ricaduta sul Presidente della Repubblica.

Da qui vorrei sviluppare tre considerazioni.

La prima riguarda il rapporto tra stabilità e sviluppo. La storia italiana del dopoguerra ci consegna un apparente paradosso: governi spesso brevi e trasformazioni economiche profonde. Questo dovrebbe suggerirci un concetto: la durata del governo conta, ma conta anche la continuità di una direzione.

Nella stagione della ricostruzione e dello sviluppo, pur dentro conflitti politici e sociali anche duri, maturarono alcune scelte di fondo destinate a trasformare una nazione povera e fondamentalmente agricola in un grande paese industriale: il radicamento all’occidente, l’integrazione europea, l’industrializzazione, l’allargamento delle opportunità.

De Gasperi, Einaudi e Mattei sono tra i principali protagonisti di questa straordinaria trasformazione dell’Italia, rappresentano sensibilità e funzioni differenti ma li richiamo perché ci ricordano quanto la costruzione dell’Italia moderna abbia richiesto politica, cultura economica, visione e iniziativa industriale.

Per un imprenditore questa lezione rimane essenziale. Un investimento importante ha bisogno di sapere che alcune condizioni dureranno oltre la prossima scadenza elettorale: l’affidabilità delle regole, le infrastrutture, la disponibilità di energia, la formazione delle persone.

La seconda considerazione riguarda il potere e la responsabilità.

Chi fa impresa sa che rinviare una decisione importante assunta ma non implementata produce conseguenze spesso molto negative. Quando un investimento rimane sospeso per anni, il costo arriva comunque: capitale immobilizzato, opportunità perdute, lavoro che nasce altrove. Il costo della non realizzazione a causa di lacci e lacciuoli e paralisi burocratica lo pagano le persone e i territori.

Sono convinto del fatto che una democrazia debba rendere riconoscibile e controllabile la responsabilità delle decisioni.

Chi propone? Chi valuta? Chi decide? Entro quali tempi? 

È giusto che il cittadino capisca a chi attribuire un successo o un fallimento. Se ogni competenza si sovrappone a un’altra e ogni responsabilità si disperde anche il giudizio democratico diventa più difficile.

La Repubblica deve limitare il potere ma deve anche metterlo nelle condizioni di esercitare le proprie funzioni entro i limiti stabiliti.

La terza considerazione riguarda la rappresentanza.

Il passaggio dalla centralità dei partiti al crescente ruolo di stabilizzazione del Quirinale pone una domanda che va oltre l’equilibrio tra le istituzioni.

Chi raccoglie oggi le domande della società? Chi le seleziona, le mette a confronto e le trasforma in progetto?

Vorrei soffermarmi sul mondo del lavoro industriale che è quello che conosco meglio.

Per chi vive una fabbrica la politica si misura anche attraverso questioni molto precise: il futuro dello stabilimento, il salario, il welfare per i propri collaboratori, le competenze e il loro trasferimento tra anziani e giovani, la sicurezza sul luogo di lavoro, i livelli di efficienza e competitività che spesso non dipendono solo da fattori interni ma anche da elementi esterni (vedi ad esempio il costo dell’energia).

Quando queste domande restano senza una risposta credibile si indebolisce non soltanto l’impresa ma anche la fiducia nelle istituzioni.

Ho sempre sostenuto e ripeto anche qui che la fabbrica non è solo economia e industria ma rappresenta anche un presidio sociale e democratico. Sostiene redditi, conoscenze, relazioni sociali e possibilità di autonomia. La sua perdita può lasciare un vuoto che nessun trasferimento monetario riesce, da solo, a colmare.

Da questa convinzione deriva anche il modo in cui guardo all’Europa.

Per l’Italia l’integrazione europea è una scelta strategica ma dobbiamo discutere, con franchezza e senza una retorica europeista che è divenuta francamente insopportabile, la qualità delle sue scelte e delle sue decisioni.

L’estremismo ambientalista, regolatorio e finanziario degli ultimi 20 anni ha mostrato l’incapacità europea di tenere insieme obiettivi ambientali, sicurezza energetica, competitività e coesione sociale.

L’Europa è capace di correggere i gravi errori commessi e di riportare al centro della sua azione l’industria? Questa è la grande questione dei prossimi anni. Ma esiste poi un Principe europeo? A me francamente sembra di no.

Ritorno al libro, e concludo con una domanda agli autori.

Dalla loro ricostruzione emerge la capacità della Repubblica di trovare, nelle diverse stagioni, un centro che ne garantisse la tenuta, non solo la straordinaria trasformazione economica industriale e sociale del Paese ma anche la capacità di superare crisi gravissime come quella del terrorismo degli anni ’70 e ’80 senza rimettere in discussione i principi democratici. Tutto ciò può, a giusto titolo, essere considerato un successo della Repubblica.

Ma quali sono oggi le condizioni necessarie per affiancare a questa grande capacità di adattamento e resistenza una più forte capacità di costruire sviluppo?

Perché il futuro dell’Italia dipenderà anche da questo: dalla possibilità di dare alle energie del Paese una direzione strategica credibile in un orizzonte di medio-lungo periodo.

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