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Giovedì 15 ottobre 2026 - Numero 448

Studiare e ricercare per confermare il valore del Giorno della Memoria: la necessità di continuare nell’opera

Poco o nulla si è rilevato, ad esempio, sui tantissimi militari italiani che durante le vicende dell’8 settembre 1943 non aderirono alla Repubblica Sociale e rifiutarono l’arruolamento nel nuovo esercito nazifascista
Sul Giorno della Memoria, e in particolare sulla deportazione degli italiani, è necessario proseguire gli studi
Sul Giorno della Memoria, e in particolare sulla deportazione degli italiani, è necessario proseguire gli studi
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di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *

Sono state, queste di fine gennaio, giornate impegnative di incontri nelle scuole con giovani e insegnanti, momenti di riflessione mirati a non dimenticare questa importante data civile. 

Una costante ricorrente in ogni incontro è stata l’assoluta necessità di non essere conformisti, di non cadere nella retorica commemorativa, ma di cercare di proseguire negli studi e nella ricerca, per arricchire sempre di più il patrimonio culturale di tali vicende. 

Poco o nulla si è rilevato, ad esempio, sui tantissimi militari italiani che durante le vicende dell’8 settembre 1943 non aderirono alla Repubblica Sociale e rifiutarono l’arruolamento nel nuovo esercito nazifascista. Un utile spunto potrebbe essere fornito dallo studio sistematico di una “rubrica dei deportati militari e politici” conservata a Sestri Levante. Si tratta di un dettagliato elenco di circa duecento nomi, tutti militari che operarono il rifiuto alla chiamata repubblichina. Da una prima lettura del documento risultano 181 nomi che possono essere ricondotti alla seguente suddivisione: 143 IMI (Internati Militari Italiani), 32 lavoratori coatti, 1 deportato politico, 5 senza una precisa collocazione. Questa ricerca ha visto diversi tentativi di composizione, ottimi ricercatori si sono impegnati in questa ricostruzione, ma dato il numero dei soggetti da classificare e riordinare, almeno seicentocinquantamila e forse anche più, non si è riusciti a darne un quadro compiuto. 

A questa tipologia di deportazione appartiene la tragedia dell’‘Oria’, un piroscafo norvegese partito da Rodi l’11 febbraio del 1944. Sull’‘Oria’ viaggiano quattromila e duecento soldati italiani la cui la meta di destinazione è l’interminabile rotta verso i campi di tedeschi. Il convoglio muove verso il Pireo, ma all’altezza di Capo Sounion urta nelle rocce, e grosse falle spezzano lo scafo. Il risultato della tragedia è drammatico: si salvano trentasette italiani, sei tedeschi di guardia, un greco, cinque uomini dell’equipaggio, mentre dispersi e deceduti risultano circa quattromila centocinquanta italiani. 

Quella dell’‘Oria’ fu la più grande tragedia marittima della storia del Mediterraneo. Qui la ricerca permette di far luce su alcune delle storie personali di quei soldati. Con l’aiuto delle carte disponibili possiamo scoprire che tre di quei soldati sfortunati venivano dal Tigullio: Bellieni Roberto, di Chiavari; Carbone Antonio, di Lumarzo; Lombardi Giovanni, di Rapallo. 

Le vicende degli IMI, Internati Militari Italiani, non sono ancora riuscite ad entrare a pieno titolo nella storiografia della Resistenza, eppure fu il loro rifiuto, nelle prime ore dopo l’8 settembre 1943, a segnarne il primo episodio. 

Altro settore da indagare è quello dei tanti “prelevati” per il lavoro coatto, un numero impressionante, circa duecentodiciassettemila; uomini rastrellati, prelevati negli opifici, talvolta raggirati con false promesse di una vita migliore. 

Tra le ricerche è emerso un diario, la precisa testimonianza di un cittadino di Sestri Levante arrestato dai fascisti e inviato in Germania. Si tratta di un dattiloscritto di “Ricordi ed impressioni di un deportato in Germania”. L’autore, Carlo Castelli, dedica il suo scritto “a mia moglie che di questa avventura ha più di me sofferto, a mio figlio che generosamente ha impugnato le armi partigiane, ai miei amici che mi furono compagni di sventura”. 

Esiste anche il caso di prigionieri “fortunati”, almeno così si può definire chi non è caduto in mano tedesca. Non pochi chiavaresi, ad esempio, vivono dell’economia portuale di Genova, traggono reddito dalle costruzioni e riparazioni navali, o dall’attività commerciale delle spedizioni o dalla tradizionale navigazione mercantile e passeggeri.

Emanuele Carnio vive con la famiglia a Chiavari in Corso Italia, è imbarcato su un bastimento mercantile che fa rotta verso il nord Europa. Da pochi giorni è passato il 10 giugno del 1940, quando Mussolini, da Palazzo Venezia, aveva proclamato la dichiarazione di guerra alla Francia e all’Inghilterra. La nave su cui è imbarcato il carpentiere di bordo Emanuele Carnio incrocia un convoglio militare inglese da cui viene lanciato un siluro, e il bastimento è centrato in pieno. La motonave italiana cola a picco, ci sono morti e feriti, e l’equipaggio è tratto in salvo dalle navi militari inglesi. Inizia per il nostro una prigionia che durerà sino alla fine della guerra: Carnio Emanuele è rinchiuso al Campo “S”, House N°3, Isola di Man, Inghilterra; il suo numero di matricola è 62150.

A Chiavari è rimasta la moglie Esterina con tre figlie, Dina, Jolanda e Anna. Questa è una prigionia che si può definire fortunata, in quanto gli italiani in mano inglese non hanno nulla da temere, resta l’angoscia della guerra e la lontananza da casa. Di questa esperienza resta un carteggio, che offre uno spaccato inedito della vita di prigionia in un campo inglese. Carnio, abile carpentiere navale, viene dapprima adibito ad una fabbrica bellica; qui esercita una sorta di obiezione di coscienza, poiché non vuole costruire armi da usarsi contro l’Italia. Rimosso dall’incarico, viene inviato in un’azienda agricola dove assembla serre. Il materiale epistolare che resta di quell’esperienza è formato da quattro lettere inviate dall’Inghilterra a Chiavari e da una missiva inviata al prigioniero tramite il servizio postale della Segreteria di Stato del Vaticano. Le lettere inviate in Italia sono scritte su apposita carta, senza busta, ripiegate in tre parti, chiuse da una linguetta. Tutte portano il timbro della censura, si tratta del servizio di verifica al quale viene sottoposta la corrispondenza “estera”.

L’invio in Italia avviene tramite la: Prisoners of War Post; sotto dicitura: Written in italian. La prima lettera della raccolta è datata 11/11/42, e dal testo si comprende che il rapporto epistolare è in corso da più di due anni: ‘Fra ventiquattro giorni siamo a Natale, ed è il terzo che farò in queste condizioni’. In quanti si trovavano ‘in queste condizioni’? Gli archivi inglesi, consultabili dal 2008, indicano la presenza di 472.883 “POWs” (Prisoners of War) in più di duecento campi allestiti in Gran Bretagna.

Questa breve panoramica indica che il Giorno della Memoria ci richiede ancora un grande sforzo di studio e ricerca, per dare la giusta dimensione storica a migliaia d’italiani che furono deportati, di cui moltissimi non tornarono, ed altri hanno lasciato preziose testimonianze che meritano di non essere dimenticate.

(* storico e studioso di tradizioni locali)

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