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Giovedì 22 gennaio 2026 - Numero 410

Perché non possiamo fare a meno del nucleare, un convegno di Confindustria

L’energia nucleare, che è decarbonizzata e garantisce la continuità della fornitura, si presta perfettamente ad essere complementare e funzionale allo sviluppo delle rinnovabili
Le nuove centrali di quarta generazione (SMR, Small Modular Reactor)
Le nuove centrali di quarta generazione (SMR, Small Modular Reactor)
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di ANTONIO GOZZI

Pochi giorni fa all’aula nuova dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati è stato presentato lo studio congiunto Confindustria-Enea dedicato a “Lo sviluppo dell’energia nucleare nel mix energetico nazionale”.

Un appuntamento particolarmente importante perché grazie a questo studio per la prima volta si è avuto modo in sede istituzionale di riflettere e confrontarsi su una questione, quella nucleare, che diventerà sempre più importante nel nostro Paese. Presto avrà luogo in Parlamento una discussione sul disegno di legge-delega che definirà la nuova disciplina atta a consentire anche in Italia, nel giro di una decina di anni, l’installazione di nuove centrali di quarta generazione (SMR, Small Modular Reactor e AMR, Advanced Modular Reactor ).

La recente possibilità di includere queste tecnologie ha fatto sì che nel Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC 2024) si ipotizzi una produzione di energia elettrica da fonte nucleare capace, al 2050, di soddisfare tra il 10% e il 20% dei consumi a livello nazionale.

Si tratta di macchine completamente nuove rispetto a quelle del passato, sia dal punto di vista di un ulteriore avanzamento rispetto alla sicurezza della tecnologia (progettazione improntata alla sicurezza e sistemi passivi che impediscono il melt down), sia dal punto di vista dell’impatto delle scorie (ridotte) e della loro riutilizzabilità, come pure dal punto di vista della taglia ridotta delle centrali (200-300 MW) che da un lato consentirà economie di serie e dall’altro si presterà a servire distretti industriali.

La riflessione, anche al Convegno di Confindustria, è partita dalla situazione attuale nella quale l’Italia è già “corta” di energia. Infatti a fronte di una domanda interna di 310 theraw/h annui la produzione interna non ne copre più di 250-260. Il resto viene quasi tutto acquistato dalla Francia tramite importazioni di energia elettrica di origine nucleare, che quindi rappresentano quasi il 20% del nostro fabbisogno.

Il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima ipotizza che la domanda elettrica raddoppi anche in Italia all’orizzonte del 2050 e forse anche prima: veicoli elettrici, condizionatori d’aria, Data center e sviluppo dell’IA costituiranno i driver super-energivori di questa impressionante crescita della domanda elettrica.

Come coprire questa domanda crescente?

È evidente che in uno scenario di questo tipo le energie rinnovabili, il cui sviluppo va comunque continuato, non saranno più sufficienti sia dal punto di vista della saturazione di territorio disponibile, sia dal punto di vista della loro intermittenza e non programmabilità. L’energia nucleare, che è decarbonizzata e garantisce la continuità della fornitura (base load) si presta perfettamente ad essere complementare e funzionale allo sviluppo delle rinnovabili, anche perché stabilizza la rete elettrica che è resa più fragile (vedi quanto è accaduto in Spagna) da un eccesso di solare ed eolico.

Non è vero che il nucleare non è più di moda, come dicono alcuni detrattori.

Il 2025 è stato l’anno record di entrata in funzione di centrali nucleari nel mondo soprattutto in paesi come il Giappone, la Cina, l’India, la Corea. Nel mondo attualmente sono in funzione 408 centrali nucleari, con una capacità installata di 376 GW elettrici; altri 90 GW sono in costruzione.

Partendo da queste considerazioni, Confindustria ha avviato la collaborazione con ENEA in qualità di knowledge partner, ed ha costituito un apposito comitato direttivo (steering committee), di cui faccio parte, formato da personalità del mondo scientifico, accademico e industriale con il compito di dare indirizzi a cinque gruppi di lavoro tematici. I gruppi di lavoro dovranno valutare le premesse, le implicazioni e i fattori abilitanti dell’eventuale ritorno dell’energia nucleare in Italia mediante l’introduzione di impianti di nuova generazione.

I cinque gruppi ben rappresentano le questioni cruciali da affrontare:

  • Quadro legislativo e governance istituzionale, con l’obiettivo di identificare le linee di intervento sul piano legislativo e regolamentare;
  • Tecnologie e scenario, onde valutare le caratteristiche distintive delle differenti opzioni tecniche e dei tempi della loro disponibilità;
  • Economics, con l’obiettivo di identificare i meccanismi economico-finanziari di supporto più idonei all’implementazione di un programma nucleare in Italia e alla sua integrazione nel mercato elettrico;
  • Filiera industriale, per mappare l’attuale capacità e le prospettive di consolidamento della filiera industriale italiana in relazione alle tecnologie e allo sviluppo dell’indotto (ecosistema componentistica) per l’abilitazione delle catene di fornitura (supply chain);
  • Formazione, competenze, ricerca e comunicazione, con l’obiettivo di stimare il fabbisogno di competenze richieste per il programma nucleare e di definizione delle azioni di potenziamento necessarie in ragione delle attuali capacità di formazione, ricerca e comunicazione.

In particolare il tema della comunicazione appare cruciale. È vero che soprattutto tra le giovani generazioni il nucleare sta acquistando sempre più consensi, ma restano nel nostro Paese nei confronti del nucleare e della sua energia, come nei confronti di tutte le grandi infrastrutture, delle fabbriche, e di ogni tipo di impianto di grande dimensione, resistenze, diffidenze se non vera e propria opposizione.

Queste opposizioni dei filosofi della decrescita infelice vanno affrontate con spirito razionale e scientifico, e con un metodo che consenta il massimo di trasparenza e di informazione dell’opinione pubblica. Anche in questo caso come in altri, i temi dell’energia, della sua disponibilità per la sicurezza strategica e dei suoi costi sono troppo importanti per diventare oggetto di propaganda e di ideologia.

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