di ANTONIO GOZZI
È stato giustamente rilevato da GianClaudio Torlizzi che gli atteggiamenti europei nei confronti della Cina stanno passando da una fase di totale compiacenza (ricordate la Via della Seta del governo Conte?) a uno stato di almeno parziale allarme.
Lo stesso Commissario europeo all’industria Stéphane Séjourné in più occasioni recenti, non ultima il suo discorso all’Assemblea di Federacciai del 10 novembre a Bergamo, ha sostenuto la tesi che l’Europa ha avuto per troppo tempo nei confronti della Cina un atteggiamento naïf. Con ciò si vuole intendere che a fronte di regole rigidissime in quel Paese per gli investimenti europei (obbligo nelle joint venture di una maggioranza cinese, obbligo di trasferimento di tecnologia, obbligo di acquisti locali ecc.) noi non abbiamo fatto altrettanto con gli investimenti cinesi nell’UE.
Ma non si tratta soltanto di reciprocità negli investimenti.
La sovracapacità produttiva cinese, in quasi tutti i settori della manifattura, si riversa all’estero per incapacità o non volontà dei decisori cinesi di adattarsi al ciclo economico riducendo le produzioni quando la domanda interna e internazionale calano. In Cina non esistono ammortizzatori sociali e le autorità spingono sempre le produzioni al massimo, sovvenzionando anche industrie in perdita, pur di tenere occupate le centinaia di milioni di lavoratori che fuori dalle fabbriche potrebbero causare problemi di ordine pubblico.
In questo modo l’occidente ma soprattutto l’Europa, che resta il mercato più aperto del mondo inondato di esportazioni cinesi, diventano il vero “ammortizzatore sociale” di Pechino.
I dazi di Trump e il dirottamento dei flussi di esportazione cinesi prima diretti in USA hanno messo l’UE, come si vedrà, sotto una tremenda pressione.
La situazione sta peggiorando.
Molto radicale è stato il presidente francese Macron, che dopo un incontro con Xi Jinping ha avvertito che esiste, sia per ragioni geopolitiche che per ragioni geoeconomiche, il rischio di una “disintegrazione dell’ordine internazionale”.
Nonostante il grido d’allarme di Macron a livello europeo manca ancora una piena consapevolezza di ciò che la Cina è in grado di fare, e del perché essa rappresenti una minaccia così rilevante per l’industria europea.
Purtroppo l’Europa è divisa tra chi vede la Cina come un prezioso fornitore che abbassa i prezzi, chi la vede come un importante cliente, e chi invece la teme come un terribile e aggressivo concorrente, spesso sleale e sussidiato dallo Stato.
Riuscire a fare sintesi tra queste posizioni sarà difficilissimo, e io ritengo che nei prossimi mesi/anni il tema sarà tra i più laceranti dell’Unione Europea.
Se l’idea dominante in passato era che la Cina stesse inondando il mondo di prodotti a basso costo e scarso valore, oggi prevale la convinzione che questa dinamica stia cambiando, e che le esportazioni cinesi crescano in tutte le aree merceologiche, anche in quelle a maggior valore.
Un recente studio di Goldman Sachs Research stima che i volumi delle esportazioni cinesi da qui al 2030 continueranno a crescere del 5-6% annuo, e ciò grazie alla determinazione e capacità cinesi di migliorare la competitività del settore manifatturiero e di continuare a sostenerlo con enormi sussidi pubblici.
I dati sono impressionanti.
Si parte da una previsione in base alla quale il 2025 chiuderà con esportazioni cinesi superiori ai 6 trilioni di USD (seimila miliardi di dollari).
Nel corso dell’anno, mentre l’export verso gli USA a causa dei dazi è diminuito in maniera significativa, la Cina ha compensato con esportazioni verso ASEAN, Europa e mercati emergenti.
Una previsione di una crescita media dell’export cinese nel prossimo futuro del 5% annuo significa, almeno, 300 miliardi di USD di esportazioni in più all’anno, e quindi al 2030 un cumulativo di altri 1500 miliardi di USD che si aggiungeranno ai 6000 attuali.
Il pericolo grave per l’industria europea, oltre che quantitativo, è anche qualitativo. Infatti si nota una sempre maggiore sovrapposizione tra le tipologie di esportazioni cinesi e le produzioni manifatturiere dei Paesi avanzati. Questo purtroppo vale anche per l’Italia e per la sua manifattura, che è la seconda d’Europa.
Molti sono i settori industriali colpiti.
Nel settore automobilistico, ad esempio, le case cinesi operano in un mercato domestico estremamente competitivo dove è in corso una dura guerra dei prezzi. Il risultato però non è stato lo scarico in Europa di auto vendute in perdita. Al contrario, secondo una ricerca di EY Germania, i costruttori cinesi sono oggi più profittevoli di quelli tedeschi. Mentre gli utili dell’industria automobilistica tedesca sono crollati da circa 7 miliardi di euro l’anno ai 2 scarsi del 2025, nello stesso periodo i profitti del settore automobilistico cinese si sono ridotti assai di meno, da 2,5 a 2,1 miliardi di euro.
La tecnologia che consente di produrre la nuova generazione di auto elettriche a costi più bassi – e quindi con margini più elevati – è totalmente in mano cinese.
CATL, il colosso cinese delle batterie e leader mondiale del settore, è stato pioniere delle batterie LFP (le batterie agli ioni di litio/fosfato). Queste sono più economiche rispetto alle batterie tradizionali agli ioni di litio e non richiedono elementi di nichel e cobalto. All’inizio per questo nuovo tipo di batteria c’era un problema di autonomia, ma CATL è riuscita recentemente a portare l’autonomia a livelli comparabili con quelli delle batterie di generazione precedente.
All’inizio di quest’anno CATL ha inoltre annunciato il lancio di una nuova linea di batterie agli ioni di sodio. Il sodio è un elemento molto più abbondante in natura rispetto al litio, e le batterie potrebbero quindi rivelarsi ancora più economiche.
La Cina sta inoltre erodendo uno dei vantaggi tecnologici più importanti dell’Occidente. La società olandese ASML è stata per lungo tempo l’unico produttore al mondo di macchine avanzate per la litografia a ultravioletti estremi (EUV). Queste macchine utilizzano fasci di luce estremamente sottili per incidere i circuiti sui wafer di silicio, consentendo la produzione di semiconduttori.
Ora però sembra che la Cina disponga, dopo anni di sviluppo e con il supporto di ex ingegneri di ASML, di un prototipo funzionante. Ci vorranno ancora anni per l’industrializzazione ma certamente saranno tempi più brevi di quelli che molti si aspettavano essere necessari per un simile salto tecnologico da parte cinese.
Nel settore tessile e dell’abbigliamento, punto di forza della manifattura italiana, le cose non vanno bene soprattutto nella fascia medio bassa. Negli ultimi due anni il settore in Italia ha perso 17 miliardi di fatturato insidiato dall’arrivo di pacchi sotto i 100 euro in franchigia doganale
La Cina è poi dominante sul controllo delle materie prime, e tale dominanza è basata su tre pilastri: capitale, tecnologia, skill.
Sul lato del capitale Pechino non ha mai lesinato risorse economiche e finanziarie nel momento in cui ha individuato un progetto minerario nazionale o internazionale ritenuto strategico. Sappiamo bene come in alcuni Paesi africani Pechino abbia barattato lo sfruttamento di risorse in cambio di infrastrutture.
Sul tema degli skill Pechino ha circa 120.000 persone impegnate solo nella catena del valore delle terre rare. Fino a qualche tempo fa gli USA ne avevano circa 400, oggi forse arrivano a 1000. Le università cinesi hanno circa 40 programmi dedicati che sfornano 2000 ingegneri l’anno. Gli USA, ma credo che per l’Europa sia lo stesso, non hanno alcun programma universitario dedicato specificatamente alla raffinazione di terre rare o alla produzione di magneti, altro campo in cui la Cina sta spingendo per formare tecnici in grado di produrre magneti resistenti.
Potremmo continuare con gli esempi a lungo.
Ciò che emerge con chiarezza è che mentre USA e Cina negli ultimi venti anni hanno messo l’industria al centro e su questo terreno si sta consumando la confrontation tra i due colossi economici del mondo, le classi dirigenti europee, politiche e tecnocratiche, con un’incredibile distrazione e distorsione cognitiva, si sono occupate d’altro.
L’agenda della Commissione Von der Leyen/Timmermans è stata il green deal e la iper regolazione conseguente. Si è trattato di un gigantesco assist all’industria cinese che oggi è leader su tutte le tecnologie green: pannelli fotovoltaici, inverter, batterie, pale e turbine eoliche, veicoli elettrici.
Un gigantesco regalo al concorrente più temibile.
Riusciranno l’industria europea, e quella italiana che ci interessa più da vicino, a reggere l’urto cinese?
Senza un cambio di direzione vero, senza una rimessa in discussione di tutte le politiche che negli ultimi dieci anni hanno fatto sì che l’industria andasse in crisi, la partita è persa.
Riuscirà l’Europa a trovare una comune politica di protezione di ciò che resta della sua industria?
Non è detto che ciò avvenga, e il tempo è finito.