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Giovedì 22 gennaio 2026 - Numero 410

Paura dei ragni e psicosi collettive, nella nostra cultura contadina e non solo

Come De Martino esplorò la Puglia, l’antropologo Hugo Plomteux studiò e rilevò la cultura contadina della Val Graveglia, dove possiamo ritrovare la nostra tarantola
Il rito dei tarantolati è molto comune in alcune zone della Puglia
Il rito dei tarantolati è molto comune in alcune zone della Puglia
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di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *

Come ogni anno, martedì sera è andata in onda su Raitre “La Notte della Taranta”, una manifestazione musicale che riprende l’antico significato popolare del “tarantismo”; in queste stesse settimane da noi ha preso molto spazio un tema nuovo e inaspettato: il morso del Ragno Violino.

Per sgombrare il campo, è bene affermare immediatamente che sono molti gli insetti che possono creare fastidi o problemi anche gravi col loro morso, ma è altrettanto importante rammentare che sono poche le probabilità d’essere punti o morsi se si pone una certa attenzione.

Allora? Allora ci troviamo dinnanzi a un caso di timore collettivo, una psicosi che coinvolge molti e crea stati di notevole tensione e paura, talvolta di terrore per coloro che si disperano alla vista di qualsivoglia ragno.

Il massimo studioso di questa problematica, in particolare rilevata nel sud del Paese e con epicentro in alcune aree rurali della Puglia, è stato l’antropologo Ernesto De Martino. Le sue opere, non a caso oggi ripubblicate da Einaudi, sono il risultato di un lavoro esteso e costante di rilievi e interviste, per giungere a comprendere fenomeni davvero inspiegabili, talvolta misteriosi. 

De Martino intercetta uomini e donne “posseduti dal morso della tarantola”, un morso che crea uno stato fisico particolare, spesso delirante, che può essere curato e risolto in una ritualità collettiva, con l’aiuto della musicoterapia. Oggi il tarantismo non è più compatibile con la cultura dominante: la società si è evoluta e tali ritualità sono sfumate nel nulla, se si esclude la riproposizione, rigorosamente brevettata e ben pagata, in uno spettacolo televisivo dove tutto si mischia e si centrifuga, e che nulla ha a che vedere con i rilievi etnografici. Oggi De Martino potrebbe rilevare che quella parola e quella problematica si sono trasformate in un tema televisivo con un buon indice d’ascolto. 

Veniamo a noi e al nostro territorio e proviamo a formulare la domanda se la “tarantola” esisteva ed era presente, e quali reazioni provocava. Il nero ragno del meridione d’Italia non lo si trovava di certo, ma era possibile inventarlo, cioè trovare un animale che potesse prendere quel ruolo. Per scovarlo è necessario conoscere e magari parlare il nostro dialetto e iniziare a ricercare, portandosi in quelle aree del nostro territorio rimaste culturalmente isolate e capaci di conservare la memoria di antiche ritualità. 

Come De Martino esplorò la Puglia, l’antropologo Hugo Plomteux studiò e rilevò la cultura contadina della Val Graveglia, dove possiamo ritrovare la nostra tarantola. Si tratta della “tànqua”, appunto la tarantola in dialetto. Ma il drammatico ruolo ammorbante è stato poi trasferito sul povero scorpione, e lo scorpione? Lo scorpione ha passato il suo ruolo allo “scropiùn”, in città il geco, in campagna una lucertola dal colore più scuro. Perciò, sebbene non sia necessaria la presenza vera e propria della tarantola, è tuttavia sufficiente una citazione alternativa per riprodurre culturalmente quella atavica paura, il terrore che alcuni animali, specie insetti che col loro morso producono un dolore acuto, possano essere velenosi. 

In questo caso Plomteux rileva che sono un buon numero gli esemplari ritenuti responsabili di questi temuti pericoli, ed indicati come “velenosi” anche se non lo sono assolutamente. La ritualità collettiva della cura e guarigione dal morso si è estinta, e solo in piccole zone del bacino Mediterraneo ne sopravvive memoria. Nel nostro territorio si possono ancora rintracciare sbiaditi ricordi di comunità che si attivavano contro erbe infestanti che rovinavano i pascoli e di complesse ritualità esorcistiche popolari per varie possessioni, le “sperlengöie”. 

Una possibile ragione dell’estinzione di queste pratiche può naturalmente essere cercata nella cristianizzazione del territorio; tutte le ritualità sopra richiamate erano vive e presenti nei riti pagani, ma nella cultura religiosa è richiesto il rispetto di regole che il mondo popolare non aveva. 

Ho ricercato questi tratti nelle “benedizioni particolari”, per esempio le ritualità delle “rogazioni”, le processioni nella campagna per scongiurare con la benedizione i rischi naturali, dalla grandine alla siccità, ma senza trovare un riferimento più preciso al tema. Se guardo al mondo del tarantismo pugliese, si verifica la stessa tentazione di cristianizzare la funzione e proporre uno specifico santo protettore dei tarantati.

In molti hanno ripreso il tema degli studi di De Martino e, per fare una sintesi estrema, si potrebbe riportare il tutto al tema della “magia” e della “razionalità”. Il mondo che riconosceva la magia come componente culturale del proprio vivere la praticava e la dilatava all’inverosimile, la razionalità è una visione totalmente opposta, contro magia, per la ricerca di risposte certe e veritiere. Oggi non sono più rilevabili le immagini documentali di De Martino, delle piccole piazze dove il tarantolato, o più frequentemente della donna morsicata dal terribile ragno, si agitavano al ritmo di musiche sfrenate e tali da creare un pathos collettivo a sbocco espiatorio. Oggi le paure del pensiero viaggiano per altri canali, il web, la televisione, i media, e riescono a produrre nuovi fenomeni, talvolta più pericolosi del simbolico morso. 

Come avrebbe interpretato oggi Ernesto De Martino gli appuntamenti televisivi della ‘Notte della Taranta’, spettacolari e commerciali, protagonisti di una «inversione della tradizione»? L’etnologo napoletano «più che criticarle per infedeltà filologica, le avrebbe forse studiate e inserite come ultimo capitolo del suo commentario storico: documenti di una persistente vitalità del tarantismo e della sua capacità di amalgamarsi con lo spirito dei tempi».

Questa è una citazione tratta dalla riedizione dei testi dell’antropologo: mi pare facile essere d’accordo e, nello stesso tempo, considerare che alle nostre latitudini il concetto di “tarantola” può essere sostituito dal nome più lieve di un piccolo ragno dal nome musicale: il Ragno Violino. Naturalmente senza creare psicosi collettive e preoccupandoci di non essere punti dal pericolo entomologico di turno e riprendere il percorso secolare della possessione.

(* storico e cultore delle tradizioni locali)

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