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Giovedì 8 gennaio 2026 - Numero 408

Massimo Sanguineti, una vita da elettricista su e giù per il Tigullio (e non solo): “Devo tutto a mio padre e a un trabatello…”

Sessantadue anni, ha il negozio in piazza Nostra Signora dell’Orto da trentasette. “Smettere? Non ne ho nessuna intenzione”
Massimo Sanguineti con la moglie Angela nel loro negozio di piazza Nostra Signora dell'Orto
Massimo Sanguineti con la moglie Angela nel loro negozio di piazza Nostra Signora dell'Orto
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di DANILO SANGUINETI

Il “cavaliere elettrico” scorribanda per Chiavari, l’intero Tigullio e anche oltre alla ricerca di un impianto da sistemare, un circuito da salvare, un fusibile da rimpiazzare. Il suo destriero è rosso vintage, una moto Guzzi da collezione che nelle feste di Natale campeggiava nella vetrina della sua base chiavarese, il negozio situato in piazza N.S. dell’Orto 39. Solo passando di lì si può riflettere sull’epopea di Massimo Sanguineti, che ha virato la boa dei sessanta (“sono del ‘63” precisa come fosse una classe di merito) e che vanta una carriera, come elettricista, che dura da quasi mezzo secolo. Ha iniziato prima di aver raggiunto la maggiore età, e non ha alcuna intenzione di andare in pensione, perché intende il suo mestiere come un servizio nel quale, non lo dice ma lo si intuisce, riversa una passione che non teme confronti. Dal centro di Chiavari “caracolla” in soccorso di privati, condomini, altri negozi e pure industrie che a lui si rivolgono fiduciosi per l’intervento, spesso risolutore, sovente capace di mettere rimedio a pregressi pasticci. 

Un percorso così lungo non può non avere avuto diverse tappe. “Se parliamo del negozio, questo è il primo e unico che ho aperto e dove vendo elettrodomestici, lampadari e materiale elettrico. Poi c’è il mio operato come tecnico che va a portare la sua opera porta a porta: faccio, riparo e mantengo impianti elettrici, automazioni, allarmi, videocitofoni, apparecchi televisivi, ecc. ecc.”.

In piazza dell’Orto, però, è approdato da “soli” 39 anni. “Fino al 1987 avevo solo un laboratorio nel quartiere di Sampierdicanne. Potrei anche definirlo un magazzino-officina ma suonerebbe troppo pretenzioso. Era un buchetto nel quale tenere i miei arnesi e sul quale fare riferimento nei miei continui giri per rispondere alle richieste dei clienti”. 

Eh sì, perché il signor Massimo era ed è oberato dal lavoro, subissato dagli appelli di chi si fida solo di lui quando si tratta di mettere le mani su valvole e diodi. Una parte di merito lo deve al bagaglio di conoscenze accumulato in mezzo secolo. “Io ho avuto un solo maestro. Il migliore, mio padre, come si diceva una volta “severo ma giusto”. Mi ha insegnato ogni cosa, facendomi anche penare il giusto. Mi ricordo come iniziai: un lavoro sotto casa, veniamo, come rivela il cognome, dalle colline antistanti la città. In quel caso si trattava della chiesa di Maxena, c’era da rifare l’impianto luci, ero a digiuno di ogni nozione e lui partì imponendomi di salire sul trabatello, altissimo, che arrivava a sfiorare il tetto”. 

Pausa per quelli non del mestiere. Il “trabatello” è un’impalcatura mobile utilizzata principalmente in edilizia e manutenzione, composta da tubi metallici, generalmente in acciaio o alluminio, e tavole, e può essere montato su ruote per facilitarne il trasporto. I trabatelli sono progettati per offrire un supporto stabile e sicuro per lavori che si svolgono ad altezze variabili, tipicamente da 2 a 20 metri. Nel caso in questione eravamo verso il limite superiore… “Avevo paura perché lassù si muove tutto. Se non sei abituato le gambe vanno per conto loro. Ci salii, e volevo scendere subito. Mi ci lasciò fino alle 17,30, a fine dell’orario di lavoro. Confesso che allora mi scappò qualche parolaccia, oggi sorrido perché ho compreso. Ho potuto acquisire una abilità che se lui non avesse insistito mai avrei raggiunto da solo. E più in generale questo mi ha insegnato che non c’è scienza senza disciplina, che niente si acquisisce senza un po’ di sacrificio”. 

Sacrificio e disciplina, parole che rischiano di uscire dal vocabolario per marcato disuso. “Entrambe portano ad avere un’etica del lavoro. Io ho sempre avuto come punto di onore quella di essere sempre a disposizione dei miei clienti. E per sempre intendo h24 7 giorni su 7”. 

Ecco la seconda ragione del suo successo. “In effetti essere sempre reperibile è cosa molto apprezzata. Poi sia chiaro la pratica mi permette a volte di fare “delle diagnosi” anche per telefono. Mi dicono “guardi che è successo questo e questo” ed io in base a quello che mi dicono gli dico “allora dovrebbe essere così”. E spesso anche se non sempre, funziona”. 

L’elettricista Massimo è dunque un “vecchia scuola”. “Bah se per “vecchia scuola” si intende essere seri e disponibili, diciamo pure che lo sono. Poi c’è da tenere presente che io faccio manutenzione in otto panifici della zona. Va da sé che se un forno va in blackout anche per poche ore, si blocca il sistema elettrico e non esce il pane del giorno dopo. Quindi se mi chiamano di notte devo partire senza discutere. Oltre ai panifici ci sono oltre duecento condomini. Ed anche in questo caso un problema può incidere su tante persone contemporaneamente”. 

Ci sarebbe poi da discutere sul fatto che il gestore della linea elettrica, o i gestori, dato appalti e subappalti vari, spesso risultano assenti o irraggiungibili. Meglio soprassedere. Piuttosto come fa a gestire questa mole di lavoro da solo? “In negozio c’è la mia metà. Non so come potrei fare senza mia moglie Angela, che è sempre dietro il bancone e che mi sostiene al 101 per cento. Ha accettato questa vita senza orari, sa che dietro c’è una grande passione”. 

Eppure avrebbe raggiunto l’età per il meritato riposo. “Un po’ di tempo fa avevo un dipendente molto bravo. Gli proposi di rilevare l’azienda senza alcun costo aggiuntivo. Non volevo niente, bastava che portasse avanti il lavoro. Mi ha guardato e mi ha detto se ero impazzito e un attimo dopo mi ha salutato”. 

Sempre più chiaro perché Massimo Sanguineti sia apprezzato ben oltre i confini cittadini. “Penso che oltre alla competenza venga notato lo scrupolo con il quale faccio i lavori. Guardi sono andato il 31 dicembre di corsa a Pieve Ligure, su Genova ho molti lavori da ultimare, ma mi hanno chiamato anche a Nizza, a Ferragosto sono corso ad Ameglia, dato che non avevano trovato nessun’altro disponibile tra Spezia e Genova”.

Materiali e procedure nel suo campo sono cambiati molto nell’ultimo periodo. “Senza dubbio, occorre sempre tenersi aggiornati. Senza dimenticare però i principi fondamentali ed essere onesti, intendo intellettualmente prima che nei fatti. Al giorno di oggi un manufatto elettrico si ferma e tendiamo a gettare via e comprarne uno nuovo quando a volte si tratta solo di un filo sfilacciato o staccatosi internamente ma con tutto il resto perfettamente funzionante. Basta aprirlo e tutto torna a posto”. 

Andare controcorrente è rischioso. “Beh mi sono accorto che ora più gli oggetti diventano raffinati e meno durano. Questo dovrebbe far fiorire gli affari qui nel negozio ma non è così, purtroppo”. Si inserisce la signora Angela. “Negli ultimi tempi le vendite sono un po’ calate perché la gente viene a vedere, esamina un dato elettrodomestico poi esce e va a comprarlo su Internet”. 

Una deriva che riguarda anche tanti altre settori del commercio. Per fortuna a consolare i signori Sanguineti c’è la passione per le moto e auto d’epoca. Ecco perché una motocicletta Guzzi, il mitico modello Zigolo 1953, la prima moto carrozzata prodotta dalla Moto Guzzi, uno dei marchi leggendari del motorismo tricolore, campeggia nella vetrina. Fino al 6 gennaio cavalcata da una Befana lenci, poi tornata nella disponibilità del suo orgoglioso guidatore e proprietario. 

“È uno dei miei gioielli. L’ho restaurata con pezzi originali, compreso il rarissimo blocco manubrio con contachilometri e contagiri. Con questa ho vissuto varie avventure. Pensi che una volta eravamo al rifugio del monte Penna, metto in moto, si rompe il cavetto dell’acceleratore. Rischiavamo di rimanere lì per ore. Non mi sono perso, tenendo e tirando il cavetto con la mano siamo saliti fino al Tomarlo, poi siamo scesi a Santo Stefano, ho fatto aprire il ferramenta, preso un cacciavite, due pinze e l’ho riparato. E questo ci riporta al discorso di prima: esperienza e manualità, questo è qualcosa che nessun computer al momento, ti può trasmettere”. 

Il che spiega anche perché il cavaliere elettrico rischia di restare senza seguaci. “Ho come aiutante, ma solo per i mesi estivi, un ragazzino di 18 anni. Ha voglia di imparare, si impegna, ma io gli ho già detto che prima dovrà finire la scuola. Va al Liceti di Rapallo (ma per il nostro campo andrebbe benissimo anche la scuola di San Salvatore) e sta imparando tante cose, anche con il computer. Per la manualità dovrà invece arrangiarsi. Quella la A.I. per ora non riesce a riprodurla”. 

A questo punto ci starebbe una chiusa malinconica. Un saluto al signor Massimo che si allontana nel tramonto con la sua Guzzi e la sua borsa di nozioni acquisite sul campo, consci che la sua sapienza manifatturiera andrà persa come pensieri perduti nella marea montante del flusso algoritmico. Sarebbe però una chiusa retrò, troppo passatista e soprattutto che non coglie tutti gli aspetti del problema. 

È un fatto che lo sviluppo prodigioso, rapidissimo, inarrestabile dell’intelligenza artificiale minaccia il futuro di milioni di lavoratori. Le loro mansioni potrebbero essere rilevate da macchine. Molte mansioni, non tutte. Ed a dirlo non è un luddista dell’ultima ora ma nientemeno che Jensen Huang, CEO di Nvidia – la azienda tecnologica che proprio grazie al boom della intelligenza artificiale è in vetta alle ditte quotate al Nasdaq – in una recentissima conferenza “ChatGPT non può riparare una tubatura rotta o un cavo scoperto, tenetelo ben presente. La crescita esplosiva dei data center necessari a ospitare l’IA costringerà a quasi raddoppiare ogni anno la forza lavoro qualificata in queste professioni e in quelle legate alla climatizzazione industriale. La prossima generazione di milionari, soprattutto negli Stati Uniti, sarà composta da idraulici, installatori, muratori ed elettricisti”.

Signor Massimo, chissà che in futuro non possa comprarsi non un’altra Guzzi ma “la” Guzzi, intesa come azienda.

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