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Giovedì 4 giugno 2026 - Numero 429

Le minacce all’Iran hanno rappresentato il momento più basso della presidenza americana dalla fondazione degli Stati Uniti

L’orrendo regime iraniano rischia di passare da carnefice dei suoi cittadini a vittima per le ormai insopportabili intemperanze social di Trump. Tempo di tornare alla competenza
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante il discorso sullo Stato dell'Unione
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante il discorso sullo Stato dell'Unione
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Prosegue il nostro rapporto di collaborazione con la piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’, fondata e guidata dal giornalista Matteo Muzio. Il portale di ‘Jefferson’, con tutti i suoi articoli e le varie sezioni, è visitabile all’indirizzo https://www.letteretj.it, da dove ci si può anche iscrivere alla newsletter.

di MATTEO MUZIO *

Doveva essere la fine della civiltà dell’Iran, quella con remotissime radici, che ci ricorda il Regno dei Parti e l’Impero Sassanide e che si è evoluta per lunghi secoli fino al regno di Reza Pahlevi e al regime orrendo degli Ayatollah e invece è stato l’ennesimo caso di insider trading per un manipolo di personaggi ben ammanicati con l’amministrazione Trump

I titoli sui media mainstream, ben calibrati, hanno preso sul serio le minacce di un presidente che da lungo tempo fa notizia soltanto quando dice la verità. Come lo scorso 27 marzo, a un evento in Florida, quando ha candidamente affermato che “preferisce circondarsi di perdenti” per non ascoltare “le storie di successo altrui” per poter liberamente infliggere “il suo successo” agli altri. 

Veniamo a noi: non sono certo nuove le minacce trumpiane agli avversari, ma il sedicente presidente “cristiano” ha scritto nel giorno di Pasqua quello che in gergo si chiama uno “sbrocco”: “Aprite lo Stretto di Hormuz, fottuti bastardi”. Un immondo turpiloquio condito di minacce che ha persino fatto indignare i suoi alleati della prima ora come Tucker Carlson, ex conduttore di Fox News, che lo ha definito come “malvagio”. 

Carlson, da tempo in rotta di collisione con la Casa Bianca, è il primo di una lunga serie di ex alleati nel mondo mediatico liquido che ha favorito l’ascesa del tycoon a distaccarsene. Un grande flusso che ha anche raggiunto le istituzioni con le dimissioni polemiche della deputata Marjorie Taylor Greene, già nota ai tempi di Biden per le piazzate a favore di quello che ora definisce come “malvagio”. 

E nei giorni successivi altri post hanno tenuto altissima la tensione fino all’osceno “una civiltà morirà stanotte per non risorgere mai più”, una bassezza mai toccata da un inquilino della Casa Bianca, ivi compresi i possessori di schiavi e anche coloro che minacciavano di decapitare i loro vicepresidenti (è il caso di Andrew Jackson, in carica dal 1829 al 1837). 

E alla fine ecco che arriva la retromarcia, condensata nell’ormai famoso motto “Taco”, in inglese “Trump always chickens out”, sintetizzabile con un “Trump se la fa sempre sotto”. A guadagnarci, gli insider che avevano accesso all’informazione prima degli altri, malcostume a cui non sono immuni nemmeno i democratici (i chiacchieratissimi guadagni in Borsa dell’ex speaker della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi sono un esempio lampante). 

In tutto questo, a perderci, sono i consumatori, americani ed europei, che sono rimasti coinvolti in questa partita di Risiko giocata male che peraltro non ha nemmeno portato allo sperato cambio di regime a Teheran, che secondo un documentato retroscena del ‘New York Times’ non sarebbe mai stato nemmeno tra gli obiettivi americani. E allora hanno un bel dire i trumpiani ostinati ad affermare che queste sono soltanto “dure tattiche negoziali”. Sono colpi di testa che rovinano aziende e mettono in difficoltà innumerevoli famiglie che devono fare i conti con le conseguenze di un conflitto mal preparato e dagli obiettivi assai nebulosi: oltre la dichiarazione di “vittoria” con cui nutrire i sostenitori trumpisti, non sappiamo quasi nulla, se non la volontà di conquistare le risorse iraniane.

Mire che, oltreché essere predatorie, difficilmente si concretizzeranno: a oltre vent’anni dall’inizio dell’altra guerra statunitense in Medio Oriente, quella in Iraq, ormai sappiamo che gli Stati Uniti hanno estratto ben poco di quel petrolio e ad usufruirne è stata soprattutto la Cina che da questo conflitto abborracciato rischia di rafforzarsi ancora di più. E magari, un domani, tentare il colpo di mano verso l’enclave democratica di Taiwan, che Pechino ritiene una sua provincia. 

Al di là dei profeti di sventura, fino al 20 gennaio 2025 l’Occidente era unito come non mai, si veda il sostegno all’Ucraina aggredita dalla Russia. Da quando c’è Trump alla Casa Bianca, tutto questo blocco ricucito insieme dal paziente lavoro diplomatico dell’amministrazione di Joe Biden (che andrà ampiamente rivalutata nel futuro prossimo) si è sfaldato. E a goderne sono i nemici delle liberaldemocrazie. E sciaguratamente, a unirsi al brindisi potrebbero essere proprio gli Ayatollah rimasti in piedi dopo l’ordalia militare di queste settimane.

(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)

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