Torna a scrivere per noi il grande amico ponentino Casimiro di Costa Secca e lo fa su un tema di grande attualità: quale sinistra è quella del “campo largo”? Collocazione internazionale e contrasto all’estremismo violento dei centri sociali sono cartine di tornasole per uno schieramento che aspira a governare l’Italia.
di CASIMIRO DI COSTA SECCA
Vi sono due grandi questioni sulle quali l’alleanza di sinistra, che aspira a vincere le elezioni e a sostituire Giorgia Meloni al Governo del Paese, non ha fatto finora alcuna chiarezza.
Il primo tema è quello della collocazione internazionale dell’Italia e della difesa europea dal neo-imperialismo russo.
La seconda questione è quella della violenza dell’estremismo di sinistra (centri sociali, frange pro-pal, black bloc ecc.) che ormai con regolarità mette a ferro e fuoco le nostre città cercando sistematicamente lo scontro con le forze dell’ordine che rappresentano lo Stato.
Con riferimento al primo tema, collocazione internazionale dell’Italia e potenziamento della difesa nazionale ed europea (sul quale si registra la vigile e costante attenzione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che su questi argomenti ha tenuto sempre la barra dritta), all’interno del così detto “campo largo” (PD, M5S, AVS) si registrano due posizioni molto distanti: quella del PD, che ancora recentemente per bocca del suo segretario Elly Schlein ha confermato il sostegno anche militare all’Ucraina e la necessità di importanti investimenti per la difesa europea; e quella del M5S e di AVS, che in nome di un pacifismo estremo contestano tanto il sostegno militare all’Ucraina quanto gli sforzi economici per il riarmo europeo.
Nonostante l’atteggiamento “testardamente unitario” di Schlein e la sua fiducia nel fatto che alla fine si troverà un punto di equilibrio, non si capisce quale questo potrà essere, tenuto conto della distanza delle parti.
Eppure, conferma della collocazione internazionale dell’Italia e del mantenimento del suo quadro di alleanze sembrano essere una precondizione essenziale per chi aspira al governo del Paese, e un’indicazione indispensabile per chi si presenta agli elettori.
Ma anche il tema della violenza politica di estrema sinistra, sempre più frequente negli ultimi tempi con la messa a ferro e fuoco di molte città italiane (Torino, Bologna, Roma ecc) e la ricerca sistematica dello scontro con le forze dell’ordine, vede tra le forze del campo largo atteggiamenti che destano perplessità. Il giudizio nella migliore delle ipotesi è formalmente di condanna ma senza particolare enfasi; e nella peggiore la condanna esce avvolta in circonvoluzioni ambigue (si condanna, ma….) ed è sempre accompagnata da un giudizio di critica della gestione dell’ordine pubblico.
Elly Schlein ci ha messo due giorni ad uscire con una posizione di condanna sui fatti di Val di Susa, spiegando il ritardo con la necessità di ‘prudenza’: ma da quando è imprudente condannare la violenza? E ha subito ritorto: cosa fa l’intelligence per contenere le infiltrazioni? Dimenticando forse che per giudicare se ci siano state infiltrazioni ci vorrà tempo e, qui sì, prudenza.
Verso fenomeni come la violenza e il disordine generato dai facinorosi dei centri sociali e dai provocatori di professione è necessario avere sempre giudizi duri e netti, e bisogna stare sempre dalla parte delle forze dell’ordine: qualcuno ricorda da che parte stava Pasolini? Sabato scorso in Val di Susa sono stati registrati più di 150 feriti tra carabinieri, poliziotti e finanzieri.
Spesso esponenti della sinistra con cariche istituzionali, Sindaci soprattutto, hanno commesso gravi errori nel trattare questa materia: così il Sindaco di Torino, che per molto tempo ha voluto dialogare con gli esponenti di Askatasuna, ospitati fino allo sgombero in un immobile comunale; così il Sindaco di Bologna, che prima di avere qualsivoglia certezza sulla vicenda della morte del povero Fakir, evidentemente non applicando la norma di prudenza predicata dalla sua segretaria, ha pensato bene di convocare una manifestazione di piazza per esigere ‘verità sui fatti’, manifestazione che ha dato origine a gravi disordini ed episodi di violenza.
Ciò che colpisce è che per motivi che appaiono di mero opportunismo politico e di calcolo elettorale, probabilmente anche sbagliato, il PD movimentista di Elly Schlein dimentica la lezione del PCI, sempre assolutamente duro e rigoroso nei confronti della violenza estremista.
Giorgio Amendola fu il primo nel PCI a contestare il dogma per cui a sinistra non ci possono essere nemici (pas d’ennemis à gauche). Quando negli anni ’70 esplose la violenza extraparlamentare della ‘P38’ disse che il partito doveva combattere quei movimenti proprio come dei nemici, denunciarli e condannarli senza esitazione alcuna.
Vi fu un serrato dibattito all’interno del partito e la posizione di Amendola ebbe il sopravvento su chi, all’interno del PCI, sosteneva che si trattava di “compagni che sbagliano”.
Grazie a quel coraggio e a quella battaglia la posizione di tutto il PCI nei confronti dell’estremismo violento e poi del terrorismo di sinistra divenne di forte, netta condanna. Per aver respinto senza ambiguità la lotta armata delle organizzazioni terroristiche il partito ebbe le sue vittime eroiche, come Guido Rossa.
Il PCI negli anni di piombo considerò l’estremismo violento di sinistra, e il terrorismo rosso che ne fu il figlio naturale, come nemici non solo dello Stato ma anche del movimento operaio e della democrazia. Il Partito invitò lavoratori, sindacati e militanti a isolare i gruppi estremisti, ritenendo che le loro azioni favorissero una deriva autoritaria e indebolissero le conquiste del movimento dei lavoratori.
Anche sulla collocazione internazionale dell’Italia il PCI sostenne sempre che la trasformazione della società doveva avvenire attraverso la partecipazione democratica, le elezioni e l’azione politica e non mediante la violenza. Tutti ricordiamo la famosa frase di Berlinguer, in un’intervista rilasciata a Gianpaolo Pansa per il ‘Corriere della Sera’ nel giugno del 1976: “Io voglio che l’Italia non esca dal patto atlantico e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale. Io mi sento più sicuro sotto l’ombrello della NATO”.
Oggi il quadro è molto cambiato. Come faranno i riformisti a riconoscersi in questa sinistra? È credibile che caso di vittoria essi avranno un qualche peso?
Il riformismo purtroppo non sembra di moda in questa sinistra.