di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *
Una serie di mete a noi vicine può costituire l’occasione per esplorare luoghi di particolare interesse storico e culturale nel territorio in cui viviamo; conoscere e approfondire l’indagine di questi beni può aiutarci a valutare con più consapevolezza le nostre radici. Prima di tutto dovremo stabilire come raggiungere la località e quale percorso praticare; anche in questo caso cercherò di indicare toponimi e luoghi che non tutti conoscono.
Uscendo da Chiavari e percorrendo la strada di Caperana, Via Piacenza, arriveremo in località San Lazzaro. Nella prima curva che percorriamo è presente l’antica cappella dedicata al Santo citato nel Vangelo di Luca e protettore degli ammalati di lebbra. Dalla parte posteriore dell’edificio potremo vedere o percorrere, naturalmente solo a piedi, la via che portava alla Comorga. Con questo toponimo iniziamo ad inquadrare storicamente il santo che dà il nome alla meta di questa esplorazione. Sia la Comorga, infatti, che il Santo Martino sono legati ad aspetti della missione di cristianizzazione dei monaci di San Colombano nel nostro territorio. La Comorga è sempre stata segnalata dagli studiosi, in particolare da Michele Tosi dell’Archivio Bobiense, nei cui scritti troviamo una puntuale ricostruzione dell’attività missionaria colombaniana nel Tigullio.
Vediamo ora di tracciare una mappa dei centri dell’attività dei monaci: “Comorga” è il primo centro pastorale del Tigullio, nell’area tra San Lazzaro di Rivarola e Carasco, probabilmente la prima chiesa battesimale del nostro territorio. Legata a “Comorga” era “Scaona” (Scaruglia); spostandoci alla confluenza tra il torrente Sturla ed il Lavagna troviamo un’altra cella: quella di “San Petri” (San Pietro di Sturla). All’altezza di San Colombano Certenoli, capoluogo, vi era la cella di “Bendelia”; più a nord altre celle succursali: “Monte” (San Martino al Monte), “Vignale” e “Rimaggi” (Romaggi); nella parte della media Fontanabuona era la cella di “Solia” (Soglio). Il programma missionario riguardò le valli confinanti creando una rete che raggiunse la Valle Sturla, Caregli e Borzone, la Val Graveglia e il Tigullio Orientale. Giunti a Carasco svoltiamo seguendo l’indicazione ‘Borzonasca’. Il mio consiglio è di soffermarsi e percorrere a piedi, prima dell’abitato di Mezzanego, la vecchia strada pedonale, svoltando da Prati di Mezzanego per la Valcarnella: dopo trenta metri un antico ponte immette in un angolo di notevole interesse. Qui si può ammirare l’oratorio di San Rocco, una cappella del XVIII secolo.
Proseguiamo e raggiungiamo Borgonovo e il mitico voltino del Castello Rocca, oggi finalmente abbattuto. Superata la strettoia mi soffermerei sul ponte della Mogliana, a sinistra della strada. Percorrendolo a piedi ed esplorando con attenzione si potrà vedere quel che resta dei prospetti delle botteghe medievali che si affacciavano sulla via.
Risalendo in macchina, si può proseguire verso Borzonasca e, in prossimità dell’abitato, svoltare seguendo l’indicazione Caroso-Sopralacroce. Dopo pochissima strada, con l’indicazione per Sopralacroce troviamo la prima freccia che indica la nostra meta in San Martino di Licciorno. Presso la fermata del bus a Vallepiana inizia il sentiero che conduce in direzione dell’abbazia di Borzone, segnato da due righe rosse. Il cammino, muovendosi con calma, richiede poco più di venti minuti. In una piccola rada rileveremo i resti del complesso di San Martino di Licciorno. L’area è segnata da nastri di sicurezza bianchi e rossi con cartelli che richiedono di non avvicinarsi eccessivamente ai ruderi, cosa assolutamente da rispettare.
Ora, alcune riflessioni sulla nostra destinazione. Vorrei sottolineare che questo mio articolo non può assolutamente ritenersi un approfondimento storico esaustivo, ma vuole solo essere di stimolo a promuovere una visita, col desiderio che l’avvio dei lavori di valorizzazione (esiste già un progetto) permettano indagini approfondite da cui possa prevalere una visione storico scientifica tale da debellare i presunti misteri su quest’area.
Anche solo guardando con occhi attenti si possono già ricavare non pochi dettagli dall’analisi degli alzati, delle tecniche di costruzione dei muri e delle diverse fasi. Controllando da più vicino e analizzando ad occhio nudo le malte dei leganti murari, si può rilevare una malta bastarda di calce piuttosto grezza, con evidenti noduli bianco grigiastri, lo sgrassatore dell’impasto si presenta come sabbia molto grossolana e apparentemente poco vagliata. Gli specialisti sapranno, nel momento dell’operatività, valutare e meglio interpretare queste mie osservazioni.
Dopo i preliminari, pulizia e rimozione degli infestanti, sarà necessaria una documentazione grafica e fotografica di tutto il complesso; il rilievo permetterà di leggere nella complessità totale le diverse fasi dell’intero edificio. A questo punto, con attenzione archeologica, si potranno rimuovere le macerie dei crolli, e per esperienza credo molto probabile il ritrovamento della pavimentazione interna dell’aula e dell’abside.
Un’altra questione che ritorna frequentemente è se vi fosse un camposanto nelle vicinanze del complesso. Qui è necessario fare una riflessione che ha qualche fondamento: si dice che il quadro oggi conservato nella vicina chiesa di Nostra Signora Assunta di Prato si trovasse originariamente in San Martino di Licciorno. Guardando l’opera, datata nel primo Settecento e attribuita alla scuola del Piola, si possono ben riconoscere San Rocco, Antonio Abate, Lorenzo e Martino. Questi tradizionalmente intercedono presso la Vergine e la Santissima Trinità per le anime purganti. I campisanti, dal canto loro, si trovavano storicamente nelle immediate vicinanze delle chiese e al loro interno per assicurare ai defunti l’intercessione dei santi, in particolare del patrono. Se il quadro risulterà proveniente da San Martino, il dato potrebbe essere un punto a favore dell’ipotesi della presenza in loco delle sepolture. In ogni caso sarà la ricerca archeologia con le rispettive verifiche a confermare la storia di questo luogo.
Ultimo aspetto: la denominazione dell’edificio dovrebbe confermare un solido legame con le missioni colombaniane. Non è un caso che a San Martino risultino ben dodici dedicazioni parrocchiali nella nostra Diocesi, e che santi menzionati nella lapide di Piazza, attribuita al VII-VIII secolo, vedono Martino e gli altri santi citati patroni di ben quarantatré parrocchie sulle 139 della Diocesi di Chiavari. Storicamente ci sarà molto da fare per “La Compagnia di San Martino”, attiva sul territorio e animatrice della valorizzazione di un complesso di grande valore culturale, da visitare e studiare.
(* storico e studioso delle tradizioni locali)