di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *
In una cartolina stampata e distribuita dalla Società Economica di Chiavari in occasione del prestigioso Congresso Agrario organizzato in città nel 1853, si può ancora vedere raffigurato il complesso monastico di cui al titolo, prima della sua chiusura e riuso.
Agli albori della convegnistica già si intuiva che per la città poteva essere opportuno offrire una accattivante immagine di sé. Per coronare questo progetto di primordiale comunicazione vennero stampate sedici cartoline con altrettanti edifici monumentali per rappresentare Chiavari. La serie fu edita a Genova presso la litografia Armanino su soggetti originali realizzati dal Chiarella, e ricavati da dagherrotipi di Carlo Molino.
Uno dei soggetti era proprio l’Ospedale sullo sfondo del suo paesaggio collinare. Il nosocomio era stato ricavato dalla chiusura del Convento di San Nicola da Tolentino dell’Ordine di Sant’Agostino. Per ripercorrere la costruzione del vasto complesso nell’immediata collina di Rupinaro dobbiamo rileggere un atto del notaro Benedetto Corio in data 14 giugno 1523. Nel documento possiamo rilevare che frate “Giorgio Fontanelio Agostiniano di Santa Maria della Consolazione in Bisagno” acquista da Leonardo Vallebella “una terra con casa e cisterna posta sulla parrocchia di San Giacomo di Rovinale per duecento scudi d’oro”. La firma del frate era a nome e per conto del priore genovese “reverendo Frate Andrea De Rodoanis. Nel documento successivo del 10 luglio 1523, l’Arcivescovo genovese Innocenzo Cybo autorizzava l’edificazione del convento “sine prejudicio jurium parochialium S. Jacobi”. Dopo che tutta la procedura fu conclusa e suggellata dalla firma del Cancelliere Vincenzo Molfini, fu lo stesso parroco di Rupinaro Reverendo Bernardo Ravaschieri a tenere, il 4 novembre dello stesso anno, la cerimonia della consacrazione della prima pietra per la fabbrica del nuovo convento.
Le cronache del tempo e gli studi di diversi analisti locali ci permettono d’affermare che durante l’anno 1535 il cantiere del convento era già in fase molto avanzata, ma la chiesa annessa non era ancora consacrata per il culto. Al ritardo, che come si vedrà si protrasse a lungo, probabilmente non erano estranee la diffidenza e la resistenza della parrocchia di San Giacomo, cui sembrava già far riferimento l’autorizzazione dell’Arcivescovo genovese nella sua raccomandazione a non arrecarle pregiudizio.
Gli Agostiniani vennero a Chiavari e abitarono in una casa presa in affitto dagli eredi Lanata, un’abitazione collocata nei pressi dell’attuale Villa Lagomaggiore, un edificio sul percorso della circonvallazione a monte. Per sostenere la costruzione dell’Ospedale furono raccolte diverse donazioni; negli atti notarili si ritrovano: lire duemila erogate dai Rivarola, lire cinquecento dal Comune, ed ancora una somma da parte di Pietro Francesco Ravaschiero, che ottenne per riconoscenza il patronato del Convento.
Nel 1582 la Chiesa ed il convento vennero visitati ed ispezionati da Monsignor Bossio, il vescovo incaricato dal Papa di vigilare sull’osservanza dei dettami del concilio tridentino. Il prelato dettò alcune norme e prescrisse diversi interventi in “ecclesia sancti Nicolai regularium sancti Augustini”. Nel decreto si faceva cenno alla presenza di altari dedicati al Santo Rosario, al Santo Crocefisso e al culto di Santa Margherita.
L’analista chiavarese Carlo Garibaldi indica solo nel 1632 la data dell’avvio dell’attività di culto. Da allora si registrarono a Chiavari fino a centoquindici monaci. In data 10 aprile 1646 si ha notizia della presenza del pittore Giuseppe Galeotti per realizzare un affresco a lato del presbiterio.
L’attività degli Agostiniani si era consolidata in secoli di presenza nel territorio genovese già prima del 1256, anno nel quale papa Alessandro IV con la bolla “Licet Ecclesiae Catholicae” decretava l’unione di tutte le comunità eremitiche che seguivano la regola e la spiritualità di s. Agostino in un’unica grande famiglia religiosa. Dopo il riconoscimento della regola vi furono nel Tigullio diverse comunità dedicate alla spiritualità di Sant’Agostino: a Rapallo sin dal 1474, a Chiavari dal 1523, a Santa Margherita Ligure dal 1595, a Borzonasca dal 1635.
La storiografia Agostiniana in Chiavari è ricca di una consistente documentazione che ci permette di attestare nel convento chiavarese la presenza di illustri membri dell’ordine. Il più importante è senz’altro Ludovico “Angelico” Aprosio da Ventimiglia, dove nacque nel 1607 e morì nel 1681. Formatosi al pensiero di Sant’Agostino presso il noviziato di S. Maria della Consolazione in Genova, passò poi a Siena (1625-32), Genova, Chiavari, Pisa, Treviso, Chioggia, Murano, Venezia (1641-47).
Fu pure in Chiavari Filippo Micone “Antero Maria da San Bonaventura”, nato a Sestri Ponente il 5 settembre 1620 e ordinato sacerdote nel 1644, grande predicatore e figura di primissimo piano nella vita civile e religiosa di Genova. Durante la terribile peste che colpì la Liguria negli anni 1656-57, dimezzandone la popolazione, fu tra i visitatori e cronisti dei circa trenta lazzaretti operanti. Sua l’opera pubblicata a stampa in quegli anni, dove si può rileggere la cronaca del “Lazzaretto di Chiavari”: “Principiò qui il contagio nel mese d’ottobre del 1656 nel Borgo detto di Rupinaro. Vi destinarono a Lazzeretto un convento antico di Monache già dell’Ordine di Santa Chiara”.
L’Aprosio, intelletto inquieto e viaggiatore incallito, non accettò la nomina a priore del convento agostiniano chiavarese, e preferì trasferirsi per un ruolo, affidatogli dall’Arcivescovo genovese Mauro Promontorio, di vicario dell’inquisizione.
Questo compito venne invece svolto a Chiavari ora da monaci del convento dotati del titolo d’esorcista, ora da padre Domenico Bacigalupo, “dimorante nel monastero di San Nicolò in Chiavari”. Disponiamo della documentazione di tre licenze per esorcizzare altrettanti soggetti. Il 4 agosto del 1626 si autorizzava ad “esorcizzare la chiavarese Pellina figlia di Antonio Maria Descalzi colpita da spirito immondo”. Il 13 novembre del 1630 si autorizzava a trattare Bartolomeo Baffico e la figlia Pellegrina; il rito esorcistico doveva tenersi in chiesa “alla presenza di due donne virtuose”. Un ultimo documento riguarda l’esorcismo di Maria, figlia del Capitano Geronimo Raia in data 27 agosto 1632.
In tutte e tre le carte “esorcista del Convento degli Agostiniani di San Nicola da Tolentino” risulta sempre padre Domenico Bacigalupo, il quale operava secondo le istruzioni del “Rituale Romano” del 1620, testo ancora presente presso la Biblioteca della Curia chiavarese. È bene qui tenere presente che le tre licenze riguardano procedure di esorcismo e sono trattate secondo i dettami del rituale in uso, a differenza dei casi che caratterizzarono i processi del ponente ligure tra Triora e Castellar.
Il 3 aprile del 1797 il convento di Chiavari venne soppresso. I monaci si erano ormai ridotti a cinque: Coppello, Castagnino, Giauni, Sanguineti e Baffico. Iniziava una nuova pagina di storia, la chiusura dell’Ospitale di San Cristoforo e l’accorpamento con l’edificio di San Nicola da Tolentino destinato a nuovo “Civico Ospedale”.
Nella sagrestia di San Giacomo di Rupinaro si può ancora vedere il quadro raffigurante San Nicola che riceve “i panini” da Maria, un’iconografia per secoli conservata nel vecchio convento dedicato al santo di Tolentino.
(* storico e studioso delle tradizioni locali)