di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *
Ad un certo punto della storia della nostra città gli alberi conquistano un loro spazio urbano, e diventano protagonisti del rinnovamento dell’intera crescita cittadina.
Era il 4 ottobre del 1827 quando il Consiglio Comunale deliberava il Piano generale d’abbellimento della città di Chiavari: si trattava di una vera rivoluzione progettuale volta a costruire bellezza e, per la prima volta nella storiografia cittadina, a dare agli alberi un ruolo specifico nella costruzione di questa bellezza. L’articolo 28 vi faceva specifico riferimento: “La piazza di N.S. dell’Orto che serve da passeggiata sarà regolarmente piantata e suddivisa”. Nella norma esecutiva si proseguiva indicando che “gli alberi da preferirsi sarebbero quelli a foglia verniciata che meglio può resistere agli aridi marini cioè l’elce, il pino, il corbezzolo, l’alloro, il bozzo, e l’arancio detto volgarmente selvatico”. Anche in altri articoli del provvedimento si faceva riferimento all’uso degli alberi per ottenere il miglior risultato estetico nella nuova visione della città: “Tutte le passeggiate dovranno essere piantate ad alberi”… “la strada che da Rupinaro conduce al mare sarà portata a dieci metri di larghezza e sarà piantata ad alberi”… “la strada che da Rupinaro conduce al Paraxo (l’attuale Corso Genova) sarà piantata ad alberi”.
Rileggendo queste carte storiche emerge un fortissimo entusiasmo per gli alberi e per il prestigio che essi assicurano: si giunse a discutere sull’opportunità di mettere a dimora una doppia fila di alberi nell’attuale Corso Millo (qui è necessario rammentare che la toponomastica più antica della strada fu Viale degli Aranci, poi Viale Umberto e infine Corso Millo).
Non passarono molti anni e si giunse alla prestigiosa progettazione di una strada che da subito e sino ai nostri giorni ha simboleggiato l’amore dei chiavaresi per il verde urbano: la pratica, deliberata il 4 novembre 1897, relativa all’apertura “di una nuova via dalla Piazza dell’Orto alla Piazza del Cantiere”, vale a dire quella via che da subito e ancor oggi a furor di popolo chiamiamo Viale delle Palme!
Naturalmente il progetto subì modifiche in corso d’opera, e fu necessaria una variante all’altezza di Piazza Torriglia, col secondo tronco sfasato a raggiungere il sovrappasso ferroviario. Anche quest’asse secondario venne però dotato sin da subito di una ricca alberatura.
Questo nuovo tratto urbano richiedeva un’integrazione alla pianta organica del municipio. Con specifica delibera del 23 maggio 1900 a firma del Sindaco Nicola Arata, venne quindi nominato il “giardiniere civico” nella persona del “Sig. Sanguineti Natale, con l’assegno annuo di Lire 190 sotto le condizioni e formalità del relativo capitolato”.
Facciamo ancora un passaggio tra i documenti per comprendere il grande progetto del verde urbano che si completava col “Quadro descrittivo degli obblighi dell’Impresa per l’innaffio della Città”; il documento illustrava minutamente la rotazione dei servizi per mantenere e curare l’intero parco del verde cittadino.
Concludiamo infine la nostra ricostruzione storica con la progettazione del nuovo viale tra Nostra Signora dell’Orto e Piazza Torriglia. Tutto raggiunse la sua fisionomia definitiva con la delibera del 27 novembre 1933, quando il podestà Tappani ordinava “100 palme – altezza al tronco da metri 2,75/3, come da campione depositato al prezzo di lire 44 cadauna”. La retorica del fascismo lo chiamò Viale Impero, ma sin dal primo giorno e a tutt’oggi per tutti i chiavaresi è il Viale delle Palme.
Questa è la grande eredità del passato: scelte meditate che creano e contengono una visione di città, di spazi urbani in cui gli alberi non sono presenze accidentali ma rivestono un ruolo determinante di garanzia di qualità della vita e di bellezza al servizio della comunità, e diventano veri e propri ‘abitanti’ della città.
Purtroppo la classe politica degli ultimi decenni non ha compreso sino in fondo questo patrimonio, e spesso ha commesso errori, ha creato danni, ha tagliato gli alberi senza criteri comprensibili e condivisibili.
Proviamo a ricostruire le beghe di questi tempi più vicini, in cui diversi sindaci sono inciampati in decapitazioni clamorose.
Correva il 24 marzo del 1998, e a cadere era il monumentale albero del “Miracolo delle Rondini”, un albero simbolo per tanti fedeli chiavaresi: quello che celebrava il Beato Gianelli e la liberazione di Chiavari dall’epidemia colerica. Non ci fu nulla da fare! Nonostante la tradizione avesse riconosciuto in quel platano il testimone di un miracolo che portò il Gianelli alla santificazione, l’albero fu abbattuto inappellabilmente, e il fatto restò nella memoria dei cittadini come un’affermazione spietata di potere. Era pericoloso? Si poteva salvare? Questo è l’enigma che ricorrerà in tutte le successive vicende degli alberi abbattuti a Chiavari.
La memoria popolare rammenta che fu messa un’epigrafe a ricordo della decapitazione; in realtà la lapide esisteva già da anni e fu solamente spostata.
Avanzando nel tempo non possiamo non ricordare i danni subiti dalle palme messe a dimora nel 1933. Con la metanizzazione si fecero passare diverse tubature e si diceva che tali operazioni avessero ammalorato le bellissime palme. Si pensò quindi di sostituirle con delle magnolie, piante bellissime e lussureggianti, in grado però di demolire i marciapiedi sollevandone il fondo con le radici, e di oscurare la pubblica illuminazione. Con un colpo di mano le magnolie, sanissime, furono tagliate, ed un assessore attualmente in carica tuonò e chiese le dimissioni del sindaco Poggi. Nelle elezioni comunali successive si giunse alla composizione di una Lista Magnolia, in difesa di quelle essenze.
Fu poi la volta dei lecci di Circonvallazione; doveva trattarsi del restauro di una viabilità proposta dalla Società Economica con un concorso d’idee, in cui l’elemento innovativo era costituito dalle particolari piantumazioni ‘indentate’ a intervalli regolari all’interno della linea dei marciapiedi lungo l’asse viario. Anche in questo caso furono le polemiche e lo scontro dialettico a caratterizzare il taglio di quei lecci. In una specifica pubblicazione dei quaderni dell’Osservatorio dei Fenomeni Urbani si parlava di quei lecci come di un esempio di “civismo previdente”, ma non ci fu nulla da fare, alcuni di quei lecci, sanissimi anch’essi, furono rimossi.
Il cammino della cronaca dei tanti scontri potrebbe continuare sino all’attuale polemica di Corso Buenos Aires. Anche in questo caso sono i platani del viale ad essere oggetto di rimozione improvvisa. Che fare? Innanzi tutto, prendere coscienza che i cittadini amano e difendono il loro verde urbano e non sono disponibili a tagli inconsiderati. A questo riguardo non liquiderei come ‘carta sprecata’ la reazione di quanti hanno appeso dei fogli scritti per richiamare l’attenzione sui tagli dei platani. Qui un particolare rilevante: alcune frasi ‘mimano’ la voce dell’albero, in una sorta d’umanizzazione che deve essere considerata e non minimizzata o derisa. Credo che sia necessario trovare un metodo nuovo e innovativo di pianificare la gestione del verde urbano, nel pieno rispetto dei nostri alberi e anche dei cittadini. Perché non prevedere gli abbattimenti per tempo? Perché non informare puntualmente i cittadini di tali previsioni e, da subito, determinare i tempi delle ripiantumazioni? Sono sempre colpi di mano a caratterizzare queste azioni! I pini e la palma in Piazza Nassirya, la quercia da sughero in Piazza dell’Orto, un elenco davvero preoccupante.
Se vogliamo davvero che i cittadini siano riconosciuti come prime autorità della nostra comunità, arriviamo a creare un Piano Regolatore del Verde Urbano, un vero censimento, consistenze e tipologie, progettazioni e cura per un patrimonio che può solo crescere e non essere umiliato con tagli per creare un posto macchina in più. Il prossimo anno saranno duecento anni dal Piano d’Abbellimento, un progetto in cui per la prima volta gli alberi erano protagonisti del bello e del salubre: forse conviene ripassare quella lezione!
(* storico e studioso delle tradizioni locali)