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di GIACOMO ENRICO DE BERNARDIS
Il presidente di oggi non ha realizzato il suo più grande risultato in carica. Semplicemente perché era il comandante militare degli Alleati sul fronte occidentale in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale. Eppure Dwight Eisenhower, anche se poco ricordato, merita una menzione d’onore in questo nostro percorso nella storia presidenziale.
Viene scelto dai repubblicani nel 1952 proprio per questo motivo. Dopo cinque elezioni non vinte, il partito pensa sia arrivato il suo momento: la memoria della Grande Depressione si allontana e la coda del secondo mandato di Harry Truman è piagata dalla stagnante guerra di Corea, dove le truppe americane stanno pagando un tributo di sangue alto, dal maccartismo imperante e da alcuni casi di corruzione dell’amministrazione.
Però non si vuole sprecare l’occasione e andare sul sicuro: Eisenhower è visto come figura unificante abbastanza. La sua idea di fondo sul governo del Paese è questa: tornare in pace, mantenere le conquiste del New Deal di Roosevelt in campo sindacale e di welfare tagliando gli sprechi, andare verso una pacificazione nazionale.
Gli americani gli danno ragione e lo eleggono alla Casa Bianca. Quando il senatore McCarthy comincia a indagare le infiltrazioni comuniste nell’esercito, si capisce che la misura è colma e la sua stella tramonta. Nel 1953, pochi mesi dopo la morte di Stalin, finisce anche la guerra di Corea.
L’America può entrare in una fase insolitamente pacifica, i cosiddetti “Quiet Fifties”, i pacifici anni ’50. Prima nel 1956 con la crisi di Suez chiude per sempre la stagione degli imperialismi europei, costringendo le truppe francesi e britanniche a ritirarsi dalla zona del Canale per restituirlo all’Egitto. Poi addirittura avvia una fase distensiva con l’Unione Sovietica e il nuovo segretario Nikita Krusciov, culminata con la visita a Washington nel 1959. Eisenhower fu anche il presidente che si trovò ad affrontare la fine legale della segregazione razziale, cassata da una sentenza unanime della Corte Suprema nel 1954.
Per far frequentare le scuole elementari alle bambine afroamericane a Little Rock, in Arkansas, manda la Guardia Nazionale a scortarle. Non risolve però il problema, che viene lasciato al suo successore democratico John Fitzgerald Kennedy. Né tantomeno la sua retorica fu sempre adeguata alle circostanze, come quando disse che il generale Robert Lee, capo dell’esercito del Sud schiavista durante la guerra civile del 1861-65, era un soldato modello. Doveva sapere che aveva tradito la sua nazione nel momento del bisogno.
Al di là di questo, sotto la sua guida l’America fu forse unita per l’ultima volta, quasi fosse l’erede finale di George Washington, anche se alcune problematiche, come la già citata questione razziale e l’uso delle droghe tra i giovani, rimanevano sullo sfondo. Aveva anche un modo singolare di esercitare la leadership: lo ha riferito il suo vice, Richard Nixon, e riporto integralmente quanto diceva. Faceva un giro di tavolo tra gli esperti di una singola questione, ad esempio su Suez. Ascoltati tutti, faceva un sunto. A volte faceva una domanda supplementare a un singolo accademico e poi allontanava tutti. Andava nello Studio Ovale e prendeva la sua decisione. Senza farsi influenzare. Una freddezza e una razionalità che mancano decisamente al suo successore. Anche per questo merita di essere ricordato e approfondito.