di ALESSANDRA FONTANA
Domenica 13 settembre si tornerà a camminare lungo ‘Ou Giu du Bandiu’, il Giro del Bandito, una delle escursioni proposte dalla guida ambientale Michele Picco nell’entroterra della Val d’Aveto: un itinerario di circa 12 chilometri, con 580 metri di dislivello, con partenza da Noci alle 9.30.
Un nome che in Val d’Aveto ha un suono meno fantasioso di quanto potrebbe sembrare. Perché queste montagne, nell’Ottocento, di banditi ne hanno conosciuti davvero. E uno, più degli altri, è rimasto impigliato nella memoria della valle: Luigi Brizzolara, per tutti Animalunga. Un fuorilegge, certo. Ma nei racconti arrivati sino a noi anche una sorta di Robin Hood dell’Aveto, uno di quei personaggi per i quali, con il passare delle generazioni, diventa sempre più difficile capire dove finisca la storia e dove cominci la leggenda.
Animalunga era originario di Pian di Fontana, piccolo paese nel territorio di Rezzoaglio. Qui il suo nome non è mai scomparso del tutto. Le storie tramandate di generazione in generazione raccontano di un uomo insofferente alle prepotenze dei potenti e dei notabili, capace di vivere ai margini della legge e di sfidare l’autorità. La tradizione popolare gli ha cucito addosso, col tempo, l’immagine romantica del bandito che toglieva ai ricchi per dare ai poveri.
Quanto ci sia di vero e quanto sia stato aggiunto negli anni poco importa quando si parla di memoria popolare. Animalunga è diventato uno di quei personaggi che appartengono ai luoghi quasi quanto le case, i boschi e le strade che li circondano. A Pian di Fontana viene ancora indicata quella che fu la sua abitazione, testimonianza concreta di un uomo che altrimenti potrebbe sembrare uscito da un racconto davanti al fuoco. Persino il soprannome contribuisce alla leggenda.
Luigi Brizzolara era Animalunga, ma nella parlata locale era conosciuto anche come “u Bullu de Piandefuntann-a”. Intorno a lui sono sopravvissuti racconti di ruberie, fughe, scontri con l’autorità e imprese nelle quali la figura del malvivente finisce quasi per confondersi con quella dell’eroe popolare.
La sua storia conduce infine a Magnasco. È qui che la tradizione colloca l’ultimo capitolo della vita del bandito. Animalunga si trovava in una casa del paese quando i Carabinieri riuscirono con uno stratagemma a farlo uscire. Tentò di fuggire, ma venne raggiunto e ucciso da un colpo di moschetto. E a Magnasco la memoria non è rimasta soltanto nelle parole. Una pietra ricorda ancora il luogo in cui Animalunga sarebbe caduto. Un segno piccolo, quasi facile da ignorare per chi non ne conosce la storia, ma capace di riportare indietro nel tempo chi sa cosa rappresenta. È forse questo l’aspetto più affascinante della storia di Animalunga. Non stabilire oggi se fosse davvero il generoso “Robin Hood” dipinto dalla tradizione o semplicemente un uomo che aveva scelto di vivere fuori dalla legge. È scoprire quanto profondamente un personaggio possa entrare nell’immaginario di una comunità e restarci per quasi due secoli.
Così domenica, quando “Ou Giu du Bandiu” tornerà a percorrere i sentieri della Val d’Aveto, il nome scelto per il cammino finirà inevitabilmente per evocare un mondo che appartiene al passato. Un tempo di montagne più isolate, strade difficili, autorità lontane e uomini che potevano diventare banditi e, qualche generazione dopo, personaggi da leggenda. E tra tutti loro, in Val d’Aveto, Animalunga continua ancora a farsi raccontare.