di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *
Sono da sempre convinto che la banale retorica della commemorazione non riesca a sconfiggere il trascorrere del tempo, ma che sia necessario far crescere ed alimentare la memoria con un grande impegno culturale e civile.
Vorrei provare a offrire alla vostra attenzione dei documenti, delle carte, immagini, articoli per chiedervi una sorta d’adozione, un affidamento, nell’intento di attivare e far crescere l’attenzione al tema che può trasformarsi in solida memoria. In questi anni ho trascorso molte giornate a consultare archivi e biblioteche, i luoghi dove conserviamo il nostro passato documentale, quelle carte che possono dormire per anni e che si risvegliano nel momento dello studio e della successiva diffusione.
La materia legata alle celebrazioni del Giorno della Memoria ci chiede da subito una precisa riflessione: la sua istituzione legislativa data dal luglio del 2000, cioè ben cinquantacinque anni dopo l’abbattimento del cancello di Auschwitz avvenuto il 27 gennaio del 1945. Un tempo lunghissimo, un danno potenzialmente in grado di pregiudicare il mantenimento di quella memoria che si è giudicata indispensabile.
Perché si è perso così tanto tempo? Perché temi così fondamentali della storiografia contemporanea non hanno trovato l’attenzione che meritano? Un giovane talento degli studi universitari, il professor Sergio Luzzatto, che ha dedicato un volume alla ricerca di una risposta, scrive che “fascismo e antifascismo si allontanano nel tempo. Le nuove generazioni sono sempre meno coinvolte da quello scontro di valori. Ma il futuro nasce dalla storia e non dalla cancellazione del passato”.
Ecco la grande preoccupazione che ci travolge: la cancellazione del passato in un futuro assolutamente incerto. In questa dolorosa realtà mi vengono alla mente due avvenimenti, due documentate cronache. La prima il 25 aprile del 1945, con gli uomini del CLN, i partigiani della Coduri che liberano Chiavari e assumono il controllo del Municipio. Da quell’azione deriverà il primo sindaco con l’impegno di giungere, entro un anno, a libere e democratiche elezioni. Impegno assolutamente mantenuto.
Il trascorrere del tempo ci porta al 27 marzo del 1998, dopo cinquantatré anni giunge un altro sindaco, eletto proprio grazie al complesso di eventi che culminarono in quella memorabile giornata simbolo, e con una specifica delibera cancella la celebrazione del 25 Aprile.
Ed ecco che il pensiero espresso da Luzzatto attiva l’allarme, ci richiama alle responsabilità che la storia ci ha assegnato. L’istituzione del Giorno della Memoria ci trovò smarriti. Ci interrogammo su quanto fosse lontano quel maledetto cancello di Auschwitz, e corremmo ai ripari. Iniziammo a studiare e ricercare per capire il nostro rapporto diretto con le leggi razziali del 1938, con l’applicazione sul nostro territorio di quelle incredibili norme, seguimmo con attenzione l’evolversi della storia e giungemmo all’otto settembre ’43 con l’occupazione nazista del l’Italia, la nascita del fascismo “repubblichino”. Sono i giorni in cui riscopriamo la presenza di un campo di concentramento a Calvari, e le carte iniziano a farci capire che l’immane tragedia della deportazione era a pochi metri dalle nostre case.
Sfogliando carte negli archivi dei comuni del Tigullio lentamente si riesce a trovare e ricostruire le prime cronache, i primi nomi: le conferme giungono da documenti degli archivi di Stato. A Chiavari si poté contare su una vasta documentazione conservatasi nell’emeroteca dell’Economica, articoli per ricostruire gli avvenimenti e capire, comprendere come il Tigullio si trovò compromesso in quelle giornate drammatiche.
Ricordo il minuzioso lavoro di rilettura del settimanale chiavarese del fascismo di Salò, la ‘Fiamma Repubblicana’ diretta da Vito Spiotta, la cui intera collezione è disponibile in Economica. La ricerca voleva individuare gli indizi sul passaggio dalle normative fasciste del 1938 alla deportazione avviata nel ‘43. “Chi sono gli ebrei?”, scrive Vito Spiotta, che per rispondere cita il ‘Mein Kampf’ di Hitler e giunge alla sua conclusione: “Facciamoli marciare senza pietà”. Questo è quello che potevano leggere i chiavaresi, una testimonianza reale dell’informazione di quei giorni.
La ricerca e i documenti permettevano d’esplorare altre situazioni. Fu possibile comporre un elenco di quanti restarono vittime delle norme criminali di quei giorni, ben quarantaquattro ebrei nel solo Tigullio. Di loro conosciamo i dati biografici, di un buon numero abbiamo ritrovato una fotografia, è stato possibile ricostruire le dinamiche degli arresti e le responsabilità delle singole azioni. Il bilancio ci inchioda a gravi responsabilità: su quarantaquattro vittime, solo la famiglia Cohen di Rapallo è stata arrestata dai tedeschi, i veri protagonisti di questa sciagura siamo stati noi italiani.
I dati biografici ci permettono di descrivere con precisione i profili dei deportati: da Vitale Cesare di ottant’anni alla piccola Nella Attias di soli sei anni, uniti in quel viaggio iniziato nel Tigullio che termina nella camera a gas di Auschwitz. Poi la cronaca ricostruita dal diario di viaggio scritto in quelle ore da Giulio Jona: “Un giorno siamo scesi: io sofferente per consultare un medico, mio padre per sbrigare qualche faccenda. Ci siamo separati a Lavagna dandoci appuntamento alla stazione di Chiavari per il ritorno. Non l’ho più visto”. Si ritrovarono in carcere a Chiavari, l’ufficiale delle SS Guido Zimmer li prelevò, ed iniziò per loro un lungo pellegrinaggio in luoghi dell’orrore: Casa dello Studente, Marassi Braccio IV°, Campo Concentramento Fossoli, Auschwitz.
Le quarantaquattro storie terminano tutte nel filo spinato di un luogo lontano e gelido della Polonia, dove si poteva leggere la beffarda scritta che ‘il lavoro rendeva liberi’; ma tutto era iniziato nel nostro Tigullio.
(* storico e studioso delle tradizioni locali)