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di GIACOMO ENRICO DE BERNARDIS
La seconda presidenza di Trump, lo sappiamo, è fuori dal comune. Per chi scrive è desolante, al di là delle idee politiche ed economiche, specie per il suo andamento ondivago. Molti commentatori ritengono che la carica presidenziale potrebbe venire macchiata per sempre. Non sono di questo avviso. Non soltanto perché abbiamo già avuto, nella storia, presidenti deboli, ondivaghi e persino corrotti (forse non al livello dell’attuale) ma perché certi concetti intimamente connessi alla carica torneranno in auge una volta superata questo incidente della storia provocato da un combinato disposto di sfortuna e disinformazione.
E per capire il loro valore la redazione di Jefferson ha deciso di proporre per i lettori di ‘Piazza Levante’ una serie dedicata proprio ai presidenti che hanno forgiato questa carica, a cominciare dal primo, George Washington.
La sacralizzazione della sua figura nella politica americana lo ha reso più un monumento storico che una persona ma è proprio quando si usa il microscopio che si capisce il valore umano delle figure storiche. Prima di diventare tale Washington era l’equivalente di un geometra odierna, un onesto figlio di una élite coloniale che vedeva nel lavoro e nella realizzazione personale il solo modo di mantenere una rispettabilità, necessaria anche per difendere il proprio status economico. Il futuro presidente forgia le proprie capacità militari nella milizia provinciale della Virginia, una delle tante forze armate locali che coadiuvavano l’esercito britannico, facendosi le ossa nelle guerre contro i nativi.
Allo scoppio delle ostilità fu tra quelli che convintamente si schierò contro una Corona vista sempre più come fattore di oppressione. Non particolarmente interessato alla politica, ricevette poi il comando dell’intero esercito ribelle, che salvò dalla morte per fame durante un paio di durissimi inverni senza ricorrere al saccheggio della popolazione civile. La sua caratteristica di personaggio impolitico lo rese la figura più adatta al nuovo compito: essere il primo capo di Stato della nuova nazione riunendo su di sé i poteri che nella ex Madrepatria erano del Re e del primo ministro. I rischi erano alti ma lui forniva garanzie: era senza figli suoi, non avrebbe fondato dinastie. Mostrò sin da subito di non gradire i titoli pomposi. Niente epiteto di Lord Protettore, bastava un semplice signor presidente. E anche l’occhio voleva la sua parte.
Il generale Washington dismetteva l’uniforme militare e giurava in abiti civili, allontanando lo spettro di Oliver Crowmell, colui che rese autoritaria la rivoluzione inglese quasi centocinquant’anni prima. Lo spirito di servizio di Washington era tale da sforare nell’utopistico: auspicava che non si affermasse mai un sistema di partiti contrapposti ma che la politica fosse un appannaggio di ottimati disposti a decidere insieme per il bene comune senza ideologia. Già però all’interno della sua amministrazione emergevano le divisioni: più libertario il Segretario di Stato Thomas Jefferson, più conservatore il responsabile del Tesoro Alexander Hamilton. Andandosene però lasciò in eredità ai suoi successori un principio base: non più di due mandati quadriennali, principio che sarebbe stato violato soltanto di Franklin Delano Roosevelt ma che sarebbe poi stato inserito in Costituzione nel 1947. Washington quindi sarebbe rimasto nella memoria collettiva come icona di onestà e di terzietà politica, trasformazione che avrebbe fatto dimenticare alcune ombre come il suo possedere centinaia di schiavi (non trattati in modo umano in alcuni casi) e l’aver firmato leggi che limitavano l’acquisizione della cittadinanza ai soli bianchi. Al di là di questo, sarebbe rimasto per i suoi successori un modello da seguire. Eccetto che per l’ultimo.