Riportiamo di seguito l’intervento di Antonio Gozzi, vice presidente di Confindustria con delega alla competitività e all’autonomia strategica europea, al recente convegno del Pd e del gruppo Socialista Europeo tenutosi a Roma il 22 giugno.
di ANTONIO GOZZI
Buongiorno a tutti e grazie a Giorgio Gori per l’invito a questo seminario del Pd-Partito Socialista Europeo sulla competitività e sulle politiche industriali europee.
Giorgio mi ha chiesto di fare il primo intervento e di non limitarmi a parlare di acciaio ma, nella mia qualità di Vice Presidente nazionale di Confindustria con delega alla competitività e all’autonomia strategica europea, di toccare temi più larghi. Tenuto conto delle esigenze di tempo sarò necessariamente schematico e cercherò di toccare i punti che mi sembrano più urgenti ed importanti.
Lo farò con la franchezza di sempre e che conoscete bene per i molti incontri fatti con la vostra delegazione a Bruxelles.
Considero i Socialisti Europei una forza di governo, che fa parte da sempre della maggioranza che regge la Commissione Europea. I Socialisti Europei, in questi anni, hanno determinato, insieme con i Popolari, le principali politiche europee e hanno espresso nel tempo importanti esponenti di vertice. Un nome solo a proposito di politiche industriali e climatiche, Frans Timmermans.
Siamo in Italia e parlo anche a una forza, il Pd, che aspira ad essere forza di governo anche nel nostro Paese e che quindi, opportunamente, cerca di mettere a fuoco temi cruciali per il futuro dell’industria italiana.
Parto con un sommesso consiglio.
Vi sento parlare spesso di necessità di “reindustrializzare” l’Italia e che bisogna farlo in maniera “sostenibile”; vi sento sovente fare una rappresentazione se non apocalittica comunque negativa dell’industria italiana come di un comparto in profonda crisi ormai incapace di creare reddito e occupazione, sul quale bisogna fare interventi profondi.
È una rappresentazione profondamente sbagliata, che rischia di evidenziare una non conoscenza di quanto effettivamente è avvenuto negli ultimi anni in Italia, e che piega a ragioni di propaganda il dato congiunturale (la riduzione della produzione industriale) confondendolo con il dato strutturale che è ben diverso, e che mostra, da un’altra prospettiva, l’originalità e la forza della manifattura italiana.
Ci sono ovviamente comparti e situazioni di crisi, come sempre succede nell’industria di tutto il mondo. Automotive e moda sono due di questi comparti in difficoltà; ma accanto a settori in crisi (crisi della quale andrebbero bene indagate le cause) ve ne sono altri che mostrano performance straordinarie, come ad esempio il farmaceutico.
Come si fa a parlare di esigenze di “reindustrializzazione” di un Paese che ha la seconda più importante manifattura europea e che è il quarto esportatore mondiale, superando il Giappone che ha 123 milioni di abitanti ed uno degli apparati industriali più importanti del mondo?
La nostra manifattura ha un fatturato di 1200 miliardi di euro l’anno e nel 2025 ha fatto esportazioni per 643!
Quello italiano è un sistema industriale profondamente diversificato (meccanica, meccatronica, macchine industriali, farmaceutico, legno-arredo, moda, tessile e abbigliamento, alimentare ecc.) e che fa della sua diversificazione un forte elemento di tenuta; un comparto industriale con produttività alta in tutte le classi dimensionali, e in alcune campione europeo di produttività industriale (dai 10 a 50 addetti e dai 50 ai 250); un sistema industriale in cui la dimensione piccola e media e la proprietà famigliare sono molto più importanti che nelle altre economie europee, ma in questi anni di crisi globali (pandemie, guerre ecc.) hanno saputo dare alla nostra industria una intensità, una adattabilità e una flessibilità uniche al mondo; un apparato industriale in cui da anni l’occupazione cresce con contratti a tempo indeterminato anche quando le produzioni calano, a testimonianza dell’importanza di formare e fidelizzare il capitale umano; un apparato industriale in cui il welfare aziendale, spesso in maniera silenziosa, sta crescendo ovunque, non solo per spirito inclusivo degli imprenditori ma sempre per la necessità di fidelizzare e legare alle imprese persone e professionalità.
I profeti di sventure hanno continuato a diffondere sfiducia sull’industria italiana segnalando sempre e comunque debolezze e punti di crisi e mai evidenziando la sua straordinaria originalità ed eccellenza e i record raggiunti ad esempio in termini di economia circolare e decarbonizzazione.
Perché il Pd si deve accodare a questa visione distorta e strumentale della realtà?
Bisogna invece concentrarsi su ciò che si deve fare per mantenere i primati e l’eccellenza della nostra struttura industriale. Essere i quarti esportatori del mondo, anche in un’era di dazi, mostra un vantaggio competitivo assoluto. Il vantaggio competitivo, però, c’è oggi ma domani potrebbe non esserci più. Bisogna allora comprendere le determinanti e le sorgenti di questo vantaggio competitivo per costruire politiche industriali che lo difendano e lo rendano sostenibile nel lungo periodo.
Per brevità cito alcuni punti di politiche industriali necessarie a livello europeo sui quali sono molto interessato a comprendere quale è la posizione del Pd.
Energia: non basta dire ‘rinnovabili, rinnovabili, rinnovabili’. Le rinnovabili aiutano l’autonomia energetica del Paese ma non bastano per due ragioni. La prima è che, come dimostrano studi di Terna, oltre certi livelli di rinnovabili i costi di rete e di bilanciamento esplodono, azzerando completamente il beneficio economico derivante dall’assenza di combustibile; la seconda è che sono intermittenti, e che in molti comparti industriali serve un base load, cioè un’energia di base continua, e gli accumuli, che pure si stanno diffondendo, non bastano a risolvere il problema.
Se si vuole risolvere la questione occorre andare sul nucleare di quarta generazione. Il Governo italiano sta lavorando in questa direzione, il Pd è d’accordo?
Per arrivare agli SMR (le centrali nucleari di nuova generazione) occorrono 10/15 anni nel frattempo bisogna andare avanti a gas. Il Pd riconosce che il gas è per il momento insostituibile, e che bisogna investire sulle tecnologie della carbon capture che consentono di utilizzarlo in maniera propria?
L’ETS pesa per 25/30 euro a MWh sulla produzione di energia elettrica da turbogas. Confindustria chiede di modificare profondamente i meccanismi di funzionamento dell’ETS che in questi anni hanno favorito certi Paesi e penalizzato altri, e che sono una delle cause della desertificazione europea in atto soprattutto nei settori industriali di base. In particolare Confindustria chiede di sospendere l’applicazione dell’ETS alle centrali elettriche a gas abbassando così drasticamente il prezzo dell’energia elettrica in Europa. Il Pd è d’accordo con questa impostazione?
Cina: la sovraccapacità produttiva cinese in ogni settore provoca invasione dei prodotti cinesi, anche di qualità medio alta, in ogni dove. Quasi sempre l’invasione si traduce in competizione sleale perché moltissime delle imprese industriali cinesi che esportano sono sovvenzionate dallo Stato e non hanno gli standard di sicurezza sul lavoro e la tutela ambientale delle imprese europee. Il Pd e i Socialisti Europei sono d’accordo nell’applicazione di forti misure di protezione (dazi) nei confronti della concorrenza sleale cinese?
Iper regolamentazione europea: le imprese europee, in tutti i settori, sono strangolate dal proliferare di norme prodotte da una tecnocrazia guardiana che ormai è il vero potere di Bruxelles e che non è sottoposta ad alcun controllo democratico. Nonostante i vari annunci della Commissione Von der Leyen 2 di voler semplificare la vita delle imprese (i così detti omnibus) nulla di sostanziale è avvenuto fino ad oggi sulle semplificazioni.
I Socialisti Europei e il Pd sono d’accordo su una battaglia democratica che, ridimensionando il potere della tecnocrazia europea, semplifichi davvero e dia ossigeno e fiducia all’industria per così tanto tempo dimenticata?
Avrei tante altre cose da chiedervi ma il mio tempo è finito. Vi ringrazio.