di ANTONIO GOZZI
Sentii parlare per la prima volta di Lorenzo Caselli all’inizio degli anni ’70 ancora studente liceale. Nei circoli giovanili che frequentavo e nella sezione locale di Italia Nostra si favoleggiava di questo giovane cattolico, figlio di Chiavari, diventato giovanissimo professore universitario e poi, sempre giovanissimo, preside della Facoltà di Economia di Cagliari. Si parlava di lui come di un enfant prodige, di un economista attento al mondo delle imprese ma anche al “sociale” che a quel mondo era collegato. Si diceva di lui, in quegli anni di contestazione, che era vicino alle istanze degli studenti, e che era molto attento al territorio del Tigullio e delle sue dinamiche di cui criticava la “monocultura della seconda casa”.
Una delle ragioni per cui mi iscrissi a Economia fu proprio la curiosità di conoscerlo da vicino e di ascoltare le sue lezioni di Tecnica Industriale, allora la materia si chiamava così, oggi è Economia e Gestione delle Imprese.
Nel frattempo, infatti, da Cagliari Lorenzo era ritornato a Genova, venendo ulteriormente a rinforzare la fortissima squadra di docenti che caratterizzava a quell’epoca la Facoltà di Economia di Genova: insieme a lui Vaccà, Zanelletti, Sirotti, Pericu, Castellano, Bonelli, Bosisio, Amato, Doria, Felloni, Paola Colombo, Liana Fadda, Croxatto, Vandone, Genco, Cozzi, Giorgetti, Ferrando, Midoro e tanti altri.
La sua voce era una voce coraggiosa e critica; critica verso le diseguaglianze sociali e le ingiustizie, critica nei confronti di un’accademia slegata dalla realtà e incapace di comprendere le grandi trasformazioni economiche e sociali in atto nel Paese.
Le sue lezioni furono un’occasione affascinante perché accanto al rigoroso insegnamento dell’economia di impresa e dei principi e dei meccanismi di funzionamento dell’industria si poteva ascoltare una visione larga che, ante litteram, parlava di responsabilità sociale, di inclusione, di innovazione non solo tecnologica ma anche nelle relazioni industriali e di un capitalismo “gentile” come fattore di crescita e di sviluppo del Paese.
Io, giovane socialista, riconoscevo in questo maestro di scienza economica ma anche di valori etici quella straordinaria caratteristica tipica dei cattolici e della loro cultura di “farsi carico” dei bisogni e dei problemi degli altri. Tante volte mi è capitato di invidiare la sua fede che era alla base dell’attenzione per le persone.
Mi laureai con lui con una tesi in Tecnica Industriale dal titolo “La partecipazione dei lavoratori ai processi decisionali e ai profitti di impresa”. Un tema che, tanti anni dopo, sarebbe diventato legge grazie a una iniziativa sulla partecipazione promossa dalla Cisl. Lorenzo è stato un intellettuale vicinissimo al sindacato cattolico e ha insegnato per molto tempo, oltreché all’Università, anche al Centro Studi della Cisl a Fiesole.
Subito dopo la laurea, nel 1977, divenni suo assistente e mi chiamò all’Ilres, l’Istituto regionale di ricerche economiche e sociali che dirigeva, affidandomi la sezione Industria insieme a Giancarlo Ferrero. Lavorai con lui su moltissimi temi e ricerche, le più importanti riguardarono il funzionamento dei grandi gruppi industriali, le trasformazioni dei modelli produttivi, i processi di riconversione industriale. Guidava i gruppi di studio e di ricerca con innata gentilezza e grande capacità di ascolto. Ho imparato moltissime cose da lui; la più importante è stata il rigore dell’analisi scientifica connesso alla spinta valoriale ed etica.
Grazie al suo insegnamento e sostegno, nel 1987 andai in cattedra e fu per me un grande onore potermi, insieme a lui, vantare del titolo di professore.
Negli anni ’80 del secolo scorso Lorenzo seguì con simpatia il mio impegno politico nel PSI, e passammo ore straordinarie insieme al suo amico Pierre Carniti capo prima della Fim (i metalmeccanici della Cisl) poi segretario generale della Cisl e divenuto, finita la sua carriera sindacale, parlamentare europeo per il PSI.
Lui cattolico democratico e sociale io giovane socialista lombardiano trovavamo sempre punti di contatto e di intesa culturale. Un giorno mi regalò una copia di “Socialismo liberale” di Carlo Rosselli e mi spiegò con grande apertura perché quel testo aveva grandemente interessato un intellettuale cattolico come lui.
Parlavamo spesso degli anni del centrosinistra e di quello straordinario incontro tra democristiani e socialisti, tra Moro e Nenni, che aveva contribuito alla modernizzazione dell’Italia. Era affascinato dal tema della programmazione e cultore degli scritti e del pensiero di Giorgio Ruffolo.
Negli anni successivi seguì sempre con affetto e attenzione il percorso di Duferco e mio. Era stato compagno di scuola a Ragioneria di Bruno Bolfo, che se ne è andato anche lui qualche giorno fa. Qualche volta mi disse che capiva la mia scelta ma era un po’ dispiaciuto che l’attività di impresa mi avesse distolto dalla ricerca e dal lavoro universitario. Cercavo di dimostrargli, con le mie lezioni del corso di Bulk Shipping, che la mia esperienza di impresa arricchiva il bagaglio di conoscenze che trasferivo agli studenti e che da loro era molto apprezzata.
Abbiamo continuato a vederci sempre in questi anni e il rapporto tra le nostre famiglie è sempre rimasto saldo. Era molto orgoglioso dei due figli, Stefano e Marco, che, ormai professori universitari di successo, avevano seguito le sue orme.
Ci siamo voluti tanto bene, ma proprio tanto.
Ci mancherà la sua intelligenza e il suo sorriso. Ci mancherà un maestro insostituibile.
Ciao Lorenzo, che la terra ti sia lieve.