di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *
Ho incontrato Nicola Neonato a Chiavari nel 2004. In quell’occasione con Franco Ragazzi presentavamo un saggio scritto insieme, dal titolo “Il Segno e il Canto”; quelle due parole volevano riprendere il senso della cultura della Resistenza, ed aprire un nuovo percorso di studio che non analizzasse la sola cronaca militare.
A sostegno della ricerca, trovammo da subito delle conferme, sin dal primo numero del giornale clandestino della Sesta Zona Operativa. Nel foglio stampato in montagna, ‘Il Partigiano’, si annunciava nell’agosto del 1944 “una mostra d’arte partigiana”. Erano giorni difficili, di rastrellamenti, rappresaglie e scontri tra fascisti e partigiani, ma affiorava anche il desiderio di sostenere uno sguardo nuovo, quello di uomini della Resistenza che operavano col linguaggio dell’arte. I loro nomi di battaglia erano “Pollaiolo”, “Acido”, “Marcello”, tutti inquadrati nella “Cichero” di Bisagno, muniti di un’arma per quel tempo inaspettata: un pennello!
In quel primo catalogo, oggi documento prezioso ed unico, si leggevano parole significative: “Questi disegni nati fra una battaglia e l’altra, fra la gioia della vittoria e il dolore per i compagni caduti, nei casoni pieni di fumo dove entra il vento e l’acqua, dove i partigiani seduti in circolo cantano le canzoni nate sui monti, resteranno tra i documenti più importanti della vicenda attraverso la quale un popolo oppresso sta conquistando la sua libertà”. Poche righe che avvaloravano l’obiettivo della nostra ricerca: una lettura culturale innovativa del valore della Lotta di Liberazione.
Nicola Neonato decise poi di lasciare al comune di Borzonasca il legato di un notevole numero di calchi in gesso, i bozzetti preliminari di tante opere destinate a diventare monumenti. Si iniziò così a lavorare a quella che oggi è una gipsoteca molto ben organizzata, in un ampio spazio dei fondi storici del Municipio, che ripropone nelle opere raccolte il lungo cammino e le tante cronache di quei giorni.
Successivamente, dopo la morte di Neonato avvenuta nel febbraio del 2006, venne a crearsi, grazie alla disponibilità della moglie Anna Maria Inglese, una nuova occasione di valorizzazione delle sue opere. Il 25 aprile dello stesso anno si inaugurò nei locali di Palazzo Fascie a Sestri Levante un’ampia mostra che riproponeva una panoramica complessiva del suo lavoro, tra schizzi, acquerelli, chine, quadri, bronzi e i calchi preliminari.
Un’intera vita artistica spesa per raccontare quell’esperienza in montagna non poteva però terminare in una sola mostra. Era necessario realizzare un vero deposito della memoria che durasse nel tempo. Oggi, grazie al sindaco di Borzonasca Giuseppino Maschio e alla delegata alla cultura Manuela Boni, si è potuto realizzare questo progetto e portarlo ad una fase conclusiva: il Museo Arte della Resistenza Nicola Neonato. In due distinti poli espositivi si potranno visionare le migliori opere realizzate in decenni di fattiva ricerca artistica. Completa il lavoro un catalogo, realizzato da chi scrive con la collaborazione di Elena Melosci. Il catalogo illustra l’intera esperienza di Neonato, dalla formazione in Accademia Ligustica alle prime esperienza espositive degli anni Trenta, poi l’8 settembre 1943, il bivio della vita e la scelta di salire in montagna con i partigiani.
Straordinario e unico è il lavoro artistico di quei mesi. Qui abbiamo raccolto una ventina di disegni realizzati in quelle ore, sui monti del nostro Appennino, nelle “zone libere partigiane” tra Bobbio e l’entroterra genovese e chiavarese. Disegni che diventano vere tracce storiche di memoria di chi era nelle formazioni, spesso vi compaiono le indicazioni e le date, i luoghi di realizzazione: memorie visive estemporanee della Resistenza.
A Borzonasca sono raccolti i calchi che si trasformarono in bronzi. Qui l’opera si arricchisce e diventa materiale documentario di prima mano, materiale vero, del protagonista che realizza il monumento per testimoniare nel futuro. Oggi quei bronzi illustrano la memoria di Bisagno, il dolore dell’assassinio di “Severino”, il totem rappresentativo della Benedicta o della Resistenza in Val Aveto e Sturla.
L’elenco delle sue opere pubbliche è davvero lungo: in piazze e viali, campi di concentramento e luoghi d’eccidi, l’opera dei bronzi di Neonato testimonia dei fatti avvenuti.
Vorrei qui soffermarmi su due opere che ritengo davvero uniche e di grande valore: i pannelli dell’atrio del Municipio a Sestri Levante e il monumento al “Lavoro delle Donne” a Lavagna.
Il primo ci racconta le gesta della Divisione Coduri e dei partigiani di “Virgola”, quegli uomini che combatterono nel nostro territorio, tra la Valle di Vara e la Val Graveglia. Le loro azioni sono qui cronaca fermata nel metallo, memoria per sempre.
Il monumento di Lavagna sorge d’innanzi al Cotonificio Olcese, il grande opificio dove operavano centinaia di “cotonine”, donne operaie che con le loro lotte segnarono il cammino per le tante rivendicazioni femminili del tempo. Su tre pannelli è possibile ripercorrere il secolare ruolo delle donne nel nostro territorio, tra campagne e orti, operosità nelle famiglie col ruolo di madri e braccia per la fatica nel lavoro in fabbrica.
Questo era Nicola Neonato: un artista che scelse di essere partigiano, ma che visse quell’esperienza attraverso la lente della sua visione del mondo e con gli strumenti di cui disponeva, tra pennelli e tracce grafiche, mani che plasmano il gesso e bronzi fusi a creare monumenti.
Credo che avere intrapreso la ricerca dell’arte della Resistenza sia stata cosa buona, un modo di vedere il momento storico attraverso dimensioni che non fossero soltanto le cronache militari. Nicola Neonato e la sua opera artistica, che si è fatta proposta per il futuro di noi tutti, è parte di questa scoperta.
(* storico e studioso delle tradizioni locali)