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Giovedì 4 giugno 2026 - Numero 429

Paesaggio: esplorare, conoscere e valorizzare. La lezione di Massimo Quaini e di Emilio Sereni

Siamo circondati da paesaggio immenso e articolato, nel quale, sapendo guardare, potremmo ritrovare tutti i caratteri originali dell’economia agricola, una geo-storia tutta da rilevare e conoscere
Ogni comunità umana che si insedia su di un territorio da subito inizia a realizzare un paesaggio
Ogni comunità umana che si insedia su di un territorio da subito inizia a realizzare un paesaggio
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di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *

Tutti noi viviamo immersi in una dimensione geografica che definiamo ‘paesaggio’. Per definirlo, e per comprendere le caratteristiche del territorio in cui viviamo, dobbiamo riprendere in mano alcuni grandi testi orientativi. 

Mi riferisco a ‘Per la storia del paesaggio agrario in Liguria’ di Massimo Quaini, un testo importante e fondamentale, cui aggiungerei l’intera opera di Emilio Sereni. Questi studiosi ci aiutano a comprendere i luoghi che ci circondano nel loro evolversi storico. Attrezzati da questa solida bibliografia, possiamo quindi iniziare ad esplorare i luoghi che frequentiamo abitualmente; non esiste passeggiata o piccolo viaggio nell’entroterra che non sia in grado di fornirci un’immagine significativa dell’opera millenaria dell’antropizzazione umana. 

Il primo concetto da trarre dalle letture sopra indicate è molto semplice ed efficace: ogni comunità umana che si insedia su di un territorio da subito inizia a realizzare un paesaggio. Tutto ciò che ci circonda è opera minuziosa dell’uomo colonizzatore, che insediato in un terreno orienta da subito tutte le sue necessità secondo il moto solare. Appresso cerca l’acqua, le materie prime per costruire una casa, inizia a dissodare la terra e coltivare, falciare l’erba e bonificarne la crescita, mettere a dimora gli animali, costruire la viabilità necessaria. Queste sono le prime opere per realizzare un paesaggio.

Nella nostra esplorazione potremo orientarci verificando i diversi toponimi dei luoghi che raggiungeremo. Un esempio è costituito dal pluripresente “ronco”, oppure “ronchetto”: quest’ultimo lo troviamo a nord est di Chiavari, nella Collina prima di San Lazzaro. Qui possiamo ipotizzare che in tempi remoti si sia recuperato al coltivo un terreno. La prima operazione da eseguire sarà stata il ‘roncare’: ripulire, estirpare, rimuovere sterpaglie e arbusti. Dopo questa operazione si procedeva col mettere a dimora ciò che serviva e sarebbe tornato utile a coloro che vivevano dell’economia del territorio. Se necessario si procedeva col ‘terrazzare’, cioè creare piane regolari contenute dai singoli muri a secco che compongono la collina dove si insedia l’impianto di coltivazione. Naturalmente, nel terrazzare, si verificava dove prelevare il pietrame per la costruzione dei muretti, e si progettava una micro-viabilità interna al territorio così normalizzato. 

Ecco il primo lavoro d’osservazione: fermatevi e guardate con attenzione il luogo dove vi trovate, ed esplorate i dintorni cercando di comprendere tutte le operazioni effettuate nel corso del tempo intorno al punto d’osservazione. Ora troverete un uliveto, oppure una vigna, se il terreno è esposto a nord e nell’immediato entroterra, un castagneto. 

L’intero terreno può e deve essere percorso con lo sguardo per rilevare gli allineamenti delle diverse essenze: si vedrà che nulla è casuale. In antico, talvolta sino a pochi decenni or sono, si procedeva all’uso agricolo dell’intero spazio disponibile. La piana era dissodata, ripulita e seminata. A questo proposito possiamo qui rileggere uno dei tanti scritti che ci aiutano a meglio comprendere le tracce delle attività umane, a ricondurle alle specifiche attività del nostro territorio, e a facilitarne il riconoscimento. Nel 1834 un importante studioso piemontese, il viaggiatore ed esploratore Davide Bertolotti, transita per il Tigullio e scrive: “Tutto il tratto da Rapallo a Chiavari è un continuo oliveto, non interrotto che da alcune foreste di pini. Ma non è un tristo oliveto, solitario sopra il nudo terreno. Perché i Liguri orientali, tirati dalle angustie del coltivabile suolo, non lasciano che l’ulivo, tirannicamente insocievole, occupi solo il luogo, checché richieggano le leggi della buona geologia. Onde sotto l’olivo piantano essi la vite, e tra i filari della vite seminano il frumento e la segale; né trascurano il ciliegio, il mandorlo, il pesco ma specialmente il fico, i cui frutti seccati al sole, porgono ad essi l’invernale alimento. Di che nasce una quadruplice coltivazione sopra un solo terreno, e questa con assiduo ed amoroso studio condotta. Cresce poi l’ammirazione per chi considera che in quei solchi aperti tra vigneti che stanno dentro un oliveto essi stessi, si raccolgono due prodotti di cereali in un anno”.

L’opera del Bertolotti conferma sin dal titolo, “Viaggio nella Liguria marittima”, il piacere dell’osservazione, la necessità d’interpretare e comprendere come il nostro paesaggio sia stato costruito e realizzato in millenni di frequentazioni, di presenze di gruppi umani che si sono fatti comunità.

Riprendiamo la nostra esplorazione andando in centro città a Chiavari, all’angolo tra Corso Lavagna e Via Piacenza. Qui troviamo l’ex Palazzo del Dazio, un edificio ottocentesco con un’importante epigrafe marmorea. Lo scritto ci porta a re Carlo Alberto e al ruolo di Chiavari nel governo del territorio. L’epigrafe richiama la costruzione della carrozzabile per Fontanabuona e Borzonasca nel 1833, una delle opere legate alla legge per le “strade obbligatorie”. Oggi la strada è stata ampiamente modificata, ma l’antica traccia rimane tuttora presente. 

La prima tappa del percorso ci porta al portale monumentale che dà accesso all’ampio casale agricolo che si apriva sulla sinistra prima di San Lazzaro. In San Lazzaro potremo poi ripercorre sull’antica mulattiera il tratto che portava alla Comorga: qui siamo in una delle località citate dai monaci colombaniani nell’ottavo secolo durante l’opera di cristianizzazione. 

Il viaggio potrebbe continuare, magari ripercorrendo la vecchia strada presso Mezzanego, attraversando il ponte in pietra e scoprendo l’antico oratorio; oppure, subito dopo lo stretto passaggio del Castello Rocca a Borgonuovo, l’antico ponte che portava verso il Bocco.

Siamo circondati da paesaggio immenso e articolato, nel quale, sapendo guardare, potremmo ritrovare tutti i caratteri originali dell’economia agricola, una geo-storia tutta da rilevare e conoscere. Il viaggio può continuare per scoprire altre componenti tuttora presenti. Arrivederci a giovedì prossimo.

(* storico e studioso delle tradizioni locali)

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