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Giovedì 4 giugno 2026 - Numero 429

Tra campane e orologi, un opificio che narra una storia secolare: il laboratorio di Giuseppe Terrile

Le torri non erano solo quelle campanarie degli edifici di culto, ma anche le torri civiche, con orologi e campane per battere ore e avvisi. Era la comunicazione di allora
La Liguria è fortemente legata alla tradizione campanaria
La Liguria è fortemente legata alla tradizione campanaria
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di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *

Chi studia la storia di un territorio non deve mai essere condizionato dalla nostalgia, da quella vena di malinconia che può sorprendere davanti al declino di un’epoca, al finire di un’esperienza durata secoli. 

Mi riferisco all’incontro casuale, durante una passeggiata, con un classico opificio ottocentesco: un edificio squadrato, la facciata dotata di ampie finestre e di un largo passo carrabile; in alto, un cartello con la scritta “vendesi” e un numero di cellulare cui far riferimento. 

Si tratta di un luogo dove nel 1833 iniziò l’attività un fabbro ferraio molto particolare, un artigiano dotato di grande intelligenza e capace di progettare e realizzare l’intero meccanismo di un orologio da torre. Giuseppe Terrile, questo il suo nome, fu il capostipite di una famiglia che renderà poi famoso il suo nome in diversi continenti.

Parlando di un artigianato così specializzato è necessario inquadrarlo in un contesto. Nel Golfo Paradiso, immediatamente adiacente al Tigullio, si era venuto creando un territorio di notevoli specializzazioni in materia di siderurgia e fusione dei metalli, con la conseguente proliferazione di un vero comparto di artigiani fonditori di campane e costruttori d’orologi da torre.

S’impone qui una precisazione: le torri non erano solo quelle campanarie degli edifici di culto, ma anche le torri civiche, con orologi e campane per battere ore e avvisi. Era la comunicazione di allora, che informava e trasmetteva notizie; qui i rintocchi che scandivano le ore divenivano fondamentali per il computo del trascorrere del tempo, e segnavano la giornata lavorativa e della comunità tutta. I rintocchi peraltro segnalavano non solo le ore, ma anche le mezze ore e i quarti; non solo, le campane avvisavano di rischi e calamità, di tragedie e gioie. 

Qui dobbiamo ricordare la figura professionale del campanaro, un vero mestiere che riceveva un incarico istituzionale: a lui era affidato il compito di marcare tutti i passaggi della vita comunitaria. I ricordi ci riportano al triste suono cadenzato delle agonie. Rammento con precisione mia nonna Esterina che contava la cadenza lenta dei rintocchi, poi dichiarava se era deceduto un uomo o una donna. Questa prassi era molto diffusa; poi la nonna, membro autorevole della comunità che quindi ben sapeva chi era mancato, attivava un rincorrersi d’informazioni circa il rosario e il funerale con orari e riferimenti. Qui tornava in scena il mestiere del campanaro che informava dei successivi passaggi di quella triste cerimonia.

Nelle diverse ricerche rammento un preciso e dettagliato contratto d’affidamento servizio per un campanaro, uno scritto dal taglio notarile stilato a Santa Maria di Ne nel 1930. Una trentina d’articoli per stilare e definire con precisione l’incarico affidatogli: “La fabbriceria di Santa Maria di Ne istituisce un ufficio di campanaro per la chiesa parrocchiale”: così recitava l’articolo d’apertura del documento. Seguivano le diverse precisazioni, indicando un possibile “uso profano del concerto”, ma solo con precise autorizzazioni o “consuetudine”, escludendo tassativamente “il suono di canzoni oscene”. L’assegnazione del compito avveniva su una base d’asta e i diversi candidati consegnavano al massaro un’offerta di ribasso. La migliore offerta comportava l’assegnazione del prestigioso incarico. 

L’attività di campanaro prevedeva anche altre incombenze. Andando indietro nel tempo al drammatico periodo della Seconda guerra mondiale, possiamo trovare, presso l’archivio storico comunale, tutta la documentazione delle azioni di bombardamento e interruzione dell’energia elettrica. Un manifesto spiegava alla cittadinanza l’interpretazione dei “Segnali d’Allarme” diramati dalle campane di Nostra Signora dell’Orto e ripetuti dalla Parrocchia di San Giacomo a Rupinaro: il “Limitato Pericolo” prevedeva tre serie di cinque colpi a martello con pause di tre secondi; l’Allarme era indicato con sei colpi frammentati in cinque secondi l’uno; il Cessato Allarme una serie unica di suoni della durata di un minuto a distesa.

Il drammatico manifesto, nel rammentarci la sciagura della guerra e come poteva essere vissuta nella nostra comunità, conteneva anche due indicazioni da campanaro: suono ‘a martello’ e suono ‘a distesa’. Si tratta di vere terminologie della cultura musicale. Nella grande tradizione ligure e locale dei concerti, veri virtuosi si esibivano con le diverse tecniche disponibili sui campanili. La cella delle campane era munita di appositi congegni per poter suonare, tastiere o cordette: queste erano le tecniche più diffuse nel Tigullio. Talvolta si procedeva con l’uso della campana più grossa con la tecnica alla romana, cioè la posizione a “gottu” (a bicchiere) e la caduta al momento opportuno per chiudere un fraseggio musicale. 

Il campanaro necessitava di una fase di apprendistato, per poter imparare a suonare e sperimentare le tecniche esecutive. Si potevano quindi realizzare concerti “muti”, cioè senza produrre suoni eccessivi. Si utilizzavano a questo scopo campane di terracotta mute, tubi sonori accordati e timpani didattici.

Negli ultimi anni abbiamo letto sui giornali di petizioni contro il suono delle campane, di sentenze di tribunali. Forse sono il risultato di grandi cambiamenti culturali e di poca tolleranza. 

Vorrei rammentare, per i tanti fedeli, che Venerdì Santo era l’unico giorno dell’anno che le campane erano “legate”, cioè non suonavano per nessun motivo. La tradizione voleva che la campana fosse la voce di Cristo e nel giorno della sua morte doveva tacere. 

Per terminare vorrei tornare alle prime righe, dove sottolineavo la necessità di respingere la nostalgia e la malinconia, stati d’animo che non possono appartenere allo studioso di storia. Difficile però non provare emozione nel veder messo in vendita l’opificio dei Terrile, nel sapere che le campane dei Picasso non vedono più le fornaci che forgiano metalli per i sonori concerti.

Certo il tempo passa, ma è nostro compito narrarlo e studiarlo, la storia che rimane è solida memoria per il futuro.

(* storico e studioso delle tradizioni locali)

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